Melvins, il gusto amaro della candeggina

«Avrei preferito che Kurt Cobain fosse rimasto sconosciuto, ma vivo». Parola di Buzz Osborne, leggenda del Pacific North West intervistato da Spettakolo

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A guardarlo da vicino Buzz Osborne, leader dei Melvins e senatore a vita del grunge, sembra un Pedro Almodovar con una visione ancora più estremista del concetto di sfumatura alta. Siamo in una stanzetta adiacente al palco del Live di Trezzo d’Adda e, tra circa un paio d’ore, la band originaria di Montesano (Stato di Washington, non Enrico) darà prova che, pure nel terzo millennio, i concerti si possano gustare senza necessariamente filtrarli attraverso i pixel di uno smartphone.

Stavolta non è nostalgia, ma una semplice e inconfutabile sensazione atemporale. Un non-luogo che la band di Houdini (giusto per citare un loro discone anni ’90 a cui contribuì un certo Kurt Cobain) è in grado di riprodurre sera dopo sera.

I Redd Kross (in circolazione dal 1980!) che stasera hanno aperto il concerto e condividono promiscuamente per questo tour basso e batteria con gli stessi Melvins (nella fattispecie Steven McDonald e il mai domo Dale Crover) poco possono con il loro piacevole mix di “Beatles + punk” rispetto al sabba che quest’uomo, seduto impassibile a pochi centimetri da noi, sta covando nella sua mente. Il fatto strano, se mai, è che Buzz non ha davvero nulla di inquietante: il viso è liscio come quello di un ragazzino (nonostante i suoi quasi 54 anni) e gli occhi pacifici. La cadenza è lenta, ma non annoiata. E le polemiche sono costantemente tenute a bada dal ragionamento sulle cose.

King Buzzo, per farvela breve, è la classica leggenda americana che non sente il peso di esserlo. Che non se la mena. Più Mike Watt che Henry Rollins, se proprio vogliamo dircela tutta. Quello che si è trovato al posto giusto (dintorni di Seattle) nel momento giusto (metà anni ’80) e non ha mai sparso troppi indizi su di sé. Se i Nirvana tramite Cobain (e l’amicizia di Kurt con Buzz è durata fino ai giorni nerissimi del tour europeo di In Utero quando i Melvins fecero da gruppo di supporto ai loro “fratellini”) hanno sempre e comunque spiegato troppo della propria musica e della propria rabbia, gli autori del recente A Walk With Love & Death amano tuttora viaggiare sottocoperta tra avanguardia, pesantezza, qualità strumentali e nessun ammiccamento, neanche di striscio, al pop. E poi dischi, tantissimi dischi, un diluvio di dischi. E quella sensazione, perfino amorevole, di farti alzare il sopraciglio ogni volta che li vedi in azione. Sperando che il loro disincanto non finisca mai.

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Buzz Osborne dei Melvins (Ph. Cindy Kelleher)

Lo sai che, arrivati nel 2017, ho perso il conto di tutti gli album che avete finora inciso?
«(Buzz Osborne) Beh, a questo punto mi sa che siamo in due… (sorride)»

Non sarà mica che ai Melvins interessa solo pubblicare musica (tutta la musica che vi passa per la testa) senza stare a fare troppi calcoli?
«Dipende. Adoriamo suonare brani da ogni nostro disco, rendere varie le scalette dei concerti, ma allo stesso tempo ci piace non perdere di vista la nostra progressione artistica. Ecco perché non ci siamo mai montati la testa e mi viene da sorridere quando qualcuno ci guarda come se fossimo delle leggende viventi.»

Il che non sarebbe neanche un reato.
«Ok, sono conscio della cosa, ma allo stesso tempo resto convinto che la maggior parte del mondo non sa nemmeno se esistiamo. Voglio dire: siamo i Melvins, mica i Metallica…»

E dire che nel 1993 incidevate per una major (la Warner/Atlantic) e avevate come compagni d’etichetta Madonna e Prince. Ecco, riletta ora, questa cosa sembra pura fantascienza…
«Beh, direi che non ha funzionato granché. Noi abbiamo posto fiducia in quel contratto e i tre dischi che abbiamo consegnato alla Warner (Houdini nel ’93, Stone Witch nel ’94 e Stag nel ’96, ndr) non erano affatto male. Anche se…»

Anche se avete trattato la potentissima Warner come una indie label qualunque. Sceglievate voi la linea.
«Il fatto è che non eravamo quel tipo di band che i boss della Atlantic stavano cercando: e questo è normale, no? Sai, tra tutti i nostri difetti, direi che almeno non siamo stupidi! (sogghigna) Abbiamo composto quei tre album alla nostra maniera, sperando che il grande pubblico li apprezzasse e li comprasse, ma ovviamente questo non è mai successo. Pazienza, Io faccio solo il mio lavoro. Che poi, al tirare delle somme, sarebbe arte.»

Quindi il vostro spirito, da quello storico EP del 1986 (Melvins uscito su C/Z Records), è rimasto sempre lo stesso. O no?
«Direi che ora abbiamo i nostri piccoli piani. Piani su ciò che vorremmo ottenere. Però non sappiamo mai esattamente come finirà! (fa una smorfia) Prendi i nostri fan, ad esempio. Abbiamo cominciato esibendoci per i metallari; poi sono arrivati i punk; gli appassionati di grunge; gli hippies; i seguaci del post-metal; ed ora ci ritroviamo con un branco di hipster ai nostri concerti… Forse aveva davvero ragione Groucho Marx quando sosteneva: “Non vorrei mai far parte di un club che abbia il sottoscritto come suo socio”. Per me è uguale.»

Hai scordato le groupies nell’elenco dei vostri fan…
«No, quelle donne non hanno mai presenziato ai nostri show. D’altronde il mio matrimonio continua imperterrito da ben ventiquattro anni! (ride) Ed è pure un bel matrimonio felice.»

Prima mi citavi i fanatici del grunge. Ti infastidisce essere abbinato a quel “non-genere” visto che in definitiva la vostra è sì musica pesante, ma anche parecchio sperimentale?
«No, mi piace questa faccenda del grunge e di Seattle, anche se non ne parlo quasi mai volentieri. Ho troppi ricordi tristi legati a quel periodo storico. È morta della gente durante quegli anni…»

La vostra amicizia coi Nirvana (e con Kurt Cobain in particolare) ve la porterete dietro per sempre: no Melvins, no Bleach e via dicendo.
«Certo, anche se avrei preferito che Kurt fosse ancora oggi un emerito sconosciuto, però vivo e vegeto tra di noi. Un musicista sfigato nel suo mestiere, ma a posto nella vita. E invece mi ritrovo tra le mani questa storia della legacy con lui (Buzz è stato una presenza fondamentale, una specie di fratello maggiore, affinché Cobain scegliesse di fondare i Nirvana, ndr). Un’eredità che dovrebbe rendermi contento e realizzato, invece è una gran pena. In fin dei conti stiamo parlando di una vicenda tragica…»

So che sei stato parecchio cinico verso il documentario del 2015 Kurt Cobain: Montage Of Heck. Ti piacerebbe un giorno raccontare la tua versione della storia se un regista te lo chiedesse?
«Non me ne frega granché. La cosa che mi incuriosisce di più, semmai, è che nessuno mi abbia dato del bugiardo dopo aver speso i miei commenti acidi su quel film. Dave Grohl non ha replicato e lo stesso silenzio ha coinvolto sia Courtney Love che il regista Brett Morgen. Ecco, se non mi quereli e non mi scateni contro un avvocato, forse qualcosa di sensato l’ho detto…»

Tu in Montage of Heck non sei neppure accreditato. Compari solo come voce “off” grazie ad alcune registrazioni d’archivio…
«Eppure, che tu ci creda o meno, non è che quella pellicola mi abbia provocato dello schifo. La cosa è decisamente più semplice: io non credo a quel progetto. Non ho la forza di credere a quello che vi si racconta al suo interno. Tutto qui.»

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Parliamo del vostro ultimo album. Sbaglio o A Walk With Love & Death ha la solita sfilza di titoli strambi? Cito a caso: Edgar the elephant, Christ hammer, Cactus party, Cardboa negro
«Non lo faccio per confondere chi ci ascolta: al massimo mi segno delle frasi su di un taccuino e queste, successivamente, diventano canzoni della band. Edgar era il nome di un mio amico che purtroppo è scomparso. Ed Elephant proviene da White elephant, un’espressione che nello slang americano sottintende un segreto mica così tanto segreto. Una verità alla portata di tutti. Come dite voi in italiano?»

Un segreto di Pulcinella?
«Ecco. Immaginati che tua moglie sappia perfettamente che tu sei un alcolista, ma allo stesso tempo non abbia voglia di tirare in ballo l’argomento per evitare un litigio: quello è un “elefante bianco”. E se il pubblico non ci arriva, l’importante è che lo capisca io… (sorrisino)»

Un altro segreto di Pulcinella è la relazione turbolenta tra i Melvins e i vostri bassisti visto che, finora, ne avete già cambiati almeno una decina. Con l’arrivo di Steven McDonald dei Redd Kross pensate di aver trovato la quadra?
«Non so che dirti, anche perché certe separazioni che abbiamo vissuto in passato sono state dure, ma inevitabili. Ora c’è Steven con noi, ma non lo vediamo come un ‘permanent player’ perché non vogliamo passare nuovamente attraverso delle situazioni antipatiche. Spero che resterà a lungo nel gruppo, ma questo dipende solo da lui. Anche perché fare il bassista dei Melvins non è una vacanza o un gioco da ragazzi.»

Grazie di cuore, Buzzo.
«Grazie a voi. E godetevi lo show.»

Il nuovo album dei Melvins, A Walk With Love & Death, è disponibile in vari formati a questo link.

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Simone Sacco nasce nel 1975, l’anno di “Horses” di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a “Nevermind” dei Nirvana.