Autori vari
Pink Floyd. Their Mortal Remains
Edizioni Skira, pgg. 320, 24×31 cm
euro 55

In sale prossime a quella con gli imperdibili cartoni di Raffaello per i monumentali arazzi-capolavoro sugli avvenimenti descritti negli Atti degli apostoli, il Victoria & Albert Museum di Londra ha ospitato fino al 15 ottobre scorso una grande mostra retrospettiva dedicata ai Pink Floyd, denominata Their Mortal Remains dal testo di “Nobody Home”, canzone del classico doppio album The Wall. L’esposizione, come ha diffusamente illustrato su queste colonne Andrea Giovannetti a suo tempo, era un magmatico, coinvolgente percorso attraverso gli stili musicali, le parole dei testi e l’arte visuale di fotografie, copertine, immagini e soprattutto allestimenti scenografici degli show.Il volume che accompagnava la rassegna, in vendita per 40 sterline nella versione inglese, arriva oggi in Italia per i tipi di Skira e con le accurate traduzioni di Alessia Monti e Manoli Traxler. In attesa, se verranno appianate le controversie legali con Fran Tomasi, storico promoter della band britannica in Italia e co-fondatore della Evolve Devolve che avrebbe dovuto allestirla a Milano, di vederla anche da noi.
Si tratta di un magnifico volume di grande formato, 24×31 cm, cartonato, con copertina irrigidita da un elegante supporto in vinile che riporta l’iconico prisma – intero e frantumato, a seconda dell’angolo di visuale – attraversato da un raggio di luce di Dark Side Of The Moon. Non solo una strenna natalizia di grande pregio, ma un’opera che certo si apprezzerà nel tempo, infatti è la prima che raccoglie molto materiale dall’archivio privato della band (in particolare del batterista Nick Mason, tanto puntiglioso da seguire per quasi un anno la preparazione della rassegna del V&A), che punteggia una serie di saggi di giornalisti-scrittori di fama mondiale, come Joe Boyd, Rob Young, Jon Savage, Howard Goodall, e l’analisi di tutti gli album, proposta con l’abituale finezza critica da Mark Blake.

Le teste metalliche della copertina di “The Division Bell”

Dalla psichedelia e l’eredità del geniale Syd Barrett fino alla “pastorale inglese” dell’ultimo The Endless River, omaggio a Richard Wright, il tastierista scomparso nel 2008, di cui riprende buona parte degli spunti elaborati e omessi per The Division Bell, il percorso di una delle band cardine del rock emerge in tutta la sua forza innovativa ed enigmatica. Riflesso, esso stesso in qualche modo deformato e fantasioso, di un universo ambiguo, incapace di un’identità ma sempre sull’orlo di cadere vittima dei deliri e delle vertigini che lo spettacolo della sua stessa immagine offre e insieme sempre disperatamente sulla rampa di lancio verso l’evasione da sé e il sogno creativo.
Sempre in bilico, come suggeriscono i testi incisivi. Anche quelli di brani mai registrati su LP. Ad esempio Raving And Drooling del 1974: “negli occhi aveva un’intera gamma di scosse elettriche, come un terminale, ecco quello che hai ottenuto fingendo che tutto il resto non fosse reale”; diventata Sheep in Animals di tre anni dopo: “è meglio che tu stia a casa a fare quello che ti è stato detto, togliti dalla strada se vuoi diventare vecchio”.

Teacher e Algie in “The Wall”

Come dicono le meraviglie delle scenografie, chiamate a illustrare la “musica a colori” dei Pink Floyd, un mondo dove si avvicendano i fantasmi, le dispute interiori, le febbri cosmiche, le allucinazioni fantascientiche, le graffianti visioni sociali, le distensioni planetarie, le mucche al pascolo. Un universo (e “un’autentica festa dei sensi”, come il Times ha definito l’esposizione, la più visitata in assoluto nel suo genere con quasi 400mila ingressi) che il volume propone con grandi illustrazioni sempre spiegate nel dettaglio di foto inedite, documenti, partiture, fumetti, articoli di riviste, disegni, strumenti musicali, creazioni per gli show, con una stampa accuratissima da catalogo d’arte. E con una scrittura e un’analisi critica di matrice “anglosassone”, più legata ai fatti, molto narrati, rispetto a quella “latina”, più esperienziale e poetica. Quasi necessario contrappasso rispetto alla (non) voluta aleatorietà del sound pinkfloydiano.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.