Noel Gallagher: «Il rock ha ucciso il rock’n’roll»

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Partecipare a una conferenza stampa di Noel Gallagher è una di quelle esperienze da cui speri di uscire vivo. Organizzata in uno degli hotel più belli di Milano: saletta stipata, Gallagher impassibile di fronte ai continui “clic” delle macchine fotografiche (meglio, dei cellulari) di fronte a lui. Col carisma che lo contraddistingue (leggi: nessun movimento facciale), risponde alle domande dei giornalisti, come al solito non mandandole a dire a fratello, colleghi, Trump e “ciccione che sta in Corea del Nord”. Riassumendo: un’intervista in grado di fornire almeno dieci titoli.

L’occasione è l’uscita del nuovo disco dei suoi High Flying Birds, Who built the moon?  Trenta, i musicisti coinvolti, tra cui Paul Weller e Johnny Marr: «Sono amici, li conosco da anni. Paul vive vicino casa mia, mentre Johnny è tra i miei amici di più vecchia data. Quando sono in studio e suono la chitarra, se c’è qualcosa che non mi viene lo chiamo subito e lui viene da me, a Londra, da Manchester. Con lui avevo lavorato anche nel mio disco precedente, mentre Paul aveva suonato in Champagne Supernova degli Oasis».
Un disco, Who built the moon?, presentato in pompa magna da Noel e dal suo entourage: «Se dovessi riassumerlo in una sola espressione, lo definirei “Pop cosmico”. Però, fondamentalmente, è un disco rock. La gente in giro per il mondo, quando pensa al rock, pensa ai giubbetti di pelle, al bere Jack Daniel’s, all’urlare. In realtà, il vero senso del rock è la libertà dell’anima e dello spirito: fare tutto quello di cui si ha voglia. Dopo aver concluso il tour di Chasing yesterday, avevo scritto, registrato e prodotto un disco sapendo esattamente chi ero. Però non potevo portare “oltre” quel sound, perché avevo già esplorato tutto quello che c’era da esplorare. Sono stato fortunato a incontrare David Holmes al momento giusto: lui ha intravisto in me qualcosa che neanche sapevo di avere, e poi questa cosa l’abbiamo trovata insieme». Quel “qualcosa” ha dato vita a un disco che parla di gioia e di speranza, cosa in controtendenza con le produzioni di questo periodo: «È fin troppo facile per chi fa musica prendere le notizie del telegiornale e scrivere una canzone. Comporre pezzi che parlino di gioia e di speranza è qualcosa di rivoluzionario. La musica a base di chitarre è diventata “urlare”: Dave Grohl, ma cosa urla a fare? I Green Day, quel tizio dei Queens of the Stone Age… Urlano, prendendo spunto dalle notizie. Ma c’è sul serio qualcuno che vuole musica che parli d’attualità? L’attualità è noiosa. Donald Trump è noioso. La politica è noiosa. C’è quel ciccione in Corea del Nord: è buffo, fa ridere, ma è noioso! Che senso ha fare tutto questo? Secondo me l’atto rivoluzionario consiste nel fare delle canzoni che parlino di gioia e di speranza. Quindi, lo dico: sono rivoluzionario! Prendiamo ad esempio Holy mountain: come si fa a trasferire in una musica pop tutta la voglia di vivere che è presente nel brano? È molto difficile, ma io non c’ho messo tanto, perché io sono bravo! Io tratto ogni disco e ogni tour come se fosse l’ultimo. Quindi, anche se dovessi morire domani, se questo dovesse essere il mio ultimo album, andrebbe benissimo così, perché questo è un lavoro di cui sono orgoglioso».

Niente Foo Fighters, Green Day e Queens of the Stone Age, ma qualche collega che Noel stima, c’è: «Gli U2, i Kasabian. Per il resto, il problema del rock è che si urla troppo. E poi non capisco perché debbano tutti tingersi i capelli, riempirsi di tatuaggi e orecchini: a cosa serve? Il rock ha ucciso il rock’n’roll».
Dopo questa carrellata di band, non poteva mancare la parentesi sugli Oasis, a cui qualche mese fa è stato dedicato il documentario Supersonic: «Mi piace molto, altrimenti non avrei partecipato alla sua realizzazione. Parla di una storia che non verrà più raccontata: quella di una band venuta dal nulla, ma che in poco tempo è diventata la più grande band al mondo. Tutti hanno lavorato molto bene a questo documentario».. Oasis, quindi Liam Gallagher, che ha da poco pubblicato un nuovo album da solista: «Non me ne frega niente. Le polemiche con lui? È pazzesco. Sembra veramente arrabbiato per qualcosa, ma nessuno ha ancora capito per cosa. Quindi, se qualcuno lo scopre, per favore me lo faccia sapere. Secondo me ha bisogno di uno psichiatra».
Infine, una battuta sulla serata di riapertura della Manchester Arena, a cui Noel ha partecipato: «È stata una serata strana. Da cantautore, vivi aspettando il momento in cui un intero palasport canti emozionato un tuo pezzo, e questo è avvenuto  con Don’t look back in anger. È stata l’emozione più bella del mondo, ma permeata di tristezza per l’occasione che aveva “reso possibile” quella serata».

Infine, ricordiamo che Noel Gallagher il 30 novembre sarà tra gli ospiti di X Factor.

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Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe ’93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all’Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia. Mi trovate anche su D.Repubblica.it, Amica.it, La Nuova Venezia, il Mattino di Padova e la Tribuna di Treviso.