Ai lombardi Minshara il classic rock italiano… “Sta bene così”

Il quartetto milanese, supportato da un curato video promozionale, esordisce dopo 25 anni di impegnativa gavetta con sei brani autografi e l’entusiasmo di sempre. Suoni poderosi ma non ruvidi, chitarra elettrica a duellare con l’armonica, testi autoctoni con spiccata propensione all’analisi del mondo circostante

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Minshara
I Minshara (foto di Sandro Yassin)

Non è dato sapere se questi ragazzi (ragazzi, anagraficamente, si fa per dire…) siano dei viscerali appassionati di Star Trek oppure degli irriducibili nerd The BB Theory style. Non che sia importante, ma potrebbe rivelare qualche particolare in più in merito alla genesi del nome di una band che, apparentemente, sembra ispirarsi all’universo fantascientifico tanto amato dai trekkie (o trekker) e capace di esporre una specifica e fantasiosa classificazione dei pianeti, diversa da quella terrestre, introdotta dai più progrediti vulcaniani nel corso delle prime esplorazioni umane extrasolari. Secondo tale lista, dunque, i pianeti si distinguerebbero per classi identificate da una lettera dalla A alla Y. E quella più citata negli episodi dell’ormai iconica serie tv è proprio la classe M, contrazione di classe Minshara (appunto…), che identifica pianeti abitabili simili alla Terra. Sia come sia, il look dei Nostri pare invece quanto di più tradizionale e ben poco spaziale possa esserci e quindi, quasi certamente, vanno dimenticate anche eventuali divise da cosplay degne dello STIC (Star Trek Italian Club).

Al tempo stesso, va sgomberato anche l’equivoco per l’omonimia con il ben più imberbe combo originario di Harrisburg, Pennsylvania, con la sua miscela di pop, elettronica e dance. L’unico elemento in comune, con i milanesi che andiamo a presentare di seguito, è altresì costituita in questo caso dalla formazione in quartetto e dalla volontà di offrire un muro sonoro piuttosto impegnativo in termini di volumi e quantità di stimoli. Ma qualsiasi altra analogia, sempre a scanso di equivoci, si ferma inesorabilmente qui.

E veniamo dunque al gruppo lombardo, nato nel 1992 con il nome altrettanto singolare di Mascella. Dei fondatori di allora rimangono oggi solo due elementi, quelli che hanno tenuto duro per ormai cinque lustri passando dall’iscrizione alla frequentatissima categoria delle cover band (andando comunque a spiluccare dal repertorio di Black Crowes, John Mellencamp, Tom Petty buonanima e Counting Crows, mica pifferi, e abbinando poi questi brani ad altri incisi da artisti più noti e magari maggiormente graditi al pubblico disattento e più che generalista che bazzica abitualmente pub, feste di piazza e paninoteche non solo del Milanese) al ben più impegnativo e creativo biglietto da visita di combo dedito alla completa originalità creativa. Sia sotto l’aspetto delle liriche (rigorosamente in lingua madre, nonostante le spiccate e orgogliose influenze delle origini) che sul piano delle musiche. La trafila è la solita: anni di ascolti appassionati, lunghe ore di prove in garage o in cantina, date su date dal vivo, sporadici cambiamenti nell’organico tra impegni di lavoro, esigenze di famiglia e scelte artistiche, partecipazioni a contest come Rock Targato Italia (cinque le presenze e tre gli accessi alle finali regionali), tante pacche sulle spalle, soldini praticamente zero, incrollabile ostinazione e qualche timido, ma promettente, tentativo preliminare in sala di incisione.

La copertina di Sta bene così

Il recente salto ufficiale nel buio ha richiesto, dal canto suo, sei laboriose giornate in sala di incisione al Moon House Recording Studio di Milano dalle quali esce ora un ep (o mini cd, fate un po’ voi) contenente sei brani registrati, mixati e masterizzati da Danilo Di Lorenzo e un video promozionale (La bambola che vuoi) caratterizzato da regia e sceneggiatura del poliedrico Marco Bacci (a sua volta tra i fondatori di Spettakolo!) con luci e scenografia affidate a Sandro Yassin. “Nessun musicista è stato maltrattato durante le riprese del video”, ironizzano i Minshara, ma è anche vero che un brutto infortunio sui pedali capitato al co-produttore aveva rallentato non di poco i lavori e la realizzazione del prodotto compiuto.

Tutto ciò premesso, Sta bene così costituisce un po’ il manifesto degli sforzi di questi eterni giovanotti che, stando alle foto di copertina (pantaloni neri e camicie immacolate, composti, sorridenti e mai sopra le righe), parrebbero sul punto di esibirsi in una balera romagnola ma che poi, una volta avviato il riproduttore in modalità play, si rivelano fatti di ben altra pasta e muniti di ben diverse intenzioni. Tanto per cominciare, idioma espressivo a parte, emergono complessivamente ben poco le più ricercate influenze tra blue collar, southern e hard blues manifestate nelle scelte live e nelle passioni personali. Piuttosto, ci ritroviamo lungo binari tipici del rock italiano anni Novanta, più Timoria che Rats con un pizzico di Negrita e riequilibrare tutto.

Minshara on stage (foto di Ofelia Valentino)

Come accennato, i quattro Minshara non si fanno pregare troppo per partire in quarta e attaccano subito con La bambola che vuoi (brano scelto anche per il video promozionale e, paradossalmente, brano più corto dell’intero lavoro) che, a suon di schitarrate ruggenti e un’armonica subito in prima fila, li presenta in maniera tambureggiante. Il drumming di Paolo Mantovani pare essere incisivo e ben si prende le dovute responsabilità ritmiche insieme al basso di Marco Gandolfo. Il poliedrico Fulvio Bacci non si risparmia in fatto di straordinari,  alternando il ruolo di voce solista a quello di armonicista incisivo, graffiante e cattivo, mentre come da pronostico è la sei corde di Daniele Fazzi a richiamare l’attenzione dell’ascoltatore con i suoi frequenti riff da stadio per nulla gratuiti. È sempre Fazzi, autore delle musiche (i testi arrivano invece dalla creatività di Bacci) e pronto a catapultarsi anche dietro alle tastiere, a condizionare l’avvio della successiva Muse che abbassa i toni e ci porta dalle parti dell’antica scena fiorentina prima delle derive mainstream per una rocciosa e atipica ballata veloce che scivola via spaziando in maniera ampia tra power blues e un pizzico di pre goth new wave. Sola andata costituisce invece un passaggio più classico che potrebbe anche essere uscito da un opening act della Pfm del periodo di Suonare suonare con un pizzico di moderna orchestralità in più. Fazzi continua a non lesinare in assoli, inseriti sempre in maniera oculata, mentre in sede di arrangiamento collettivo prima o poi deve essere emersa anche qualche passione prog.

Il giro di boa arriva con Il pianto delle rose che, a mio parere, apre un ipotetico lato B del quale neppure i diretti interessati forse hanno compreso le potenzialità. Se, infatti, hanno scelto (come spesso accade) i primi tre brani per presentarsi nella maniera ritenuta più ‘elegante’ e ‘accattivante’ in termini di potenzialità, hanno sacrificato in coda altrettanti passaggi che a livello di creatività regalano le maggiori sorprese. Dalle armonie vocali e il testo arguto della citata Il pianto delle rose, alle sorprendenti irregolarità de Lasciami uscire che prosegue sempre in maniera vigorosamente hard sul piano delle sonorità, ma che abbina anche gustose parentesi sul piano del cantato. Classico pezzo per chiudere gli show con vigore prima dei bis ma, immagino, ideale anche per presentare i singoli approfittando di un’evidente elasticità con tanto di assolo di batteria in sottofondo, anticipa i saluti di coda riservati non a caso alla title track (Sta bene così, appunto) che si rivela la canzone più lunga del progetto (6’18”) e, probabilmente, anche quella dalla gestazione più elaborata nel tempo. Non sarebbe dispiaciuta al Brando degli esordi solisti post Boppin’ Kids e, riuscendo a evitare eventuali esagerazioni solo per il gusto di strafare, unisce invece una matura sobrietà nei momenti più lenti e sornioni a una giustificata verve in quelli più stradaioli da epilogo di serata, prima del commiato.

Minshara live (foto di Ofelia Valentino)

Il dischetto è disponibile sulle varie piattaforme musicali Spotify style, mentre può anche essere richiesto in formato fisico direttamente al seguente indirizzo: fubacci@icloud.com.

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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