Gray wolf, gli orgogliosi ululati blues dell’italianissimo Frank Get

Il poliedrico artista triestino, quarant’anni di carriera e polistrumentista affermato, torna full band per chiudere un’ambiziosa e riuscita trilogia che abbina ispirate sonorità black e ruvido rock delle radici a testi dalla profonda valenza storica e culturale

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Frank Get (foto di Massimo Goina)

L’ululato, mai come in questo caso, non è certamente segno di dolorosa disperazione. Né foriero di rassegnata genuflessione. E, tantomeno, un annuncio di resa incondizionata.

Tutt’altro! L’inverno è alle porte, la neve ha già iniziato a cadere sui rilievi e gli alberi, ormai brulli, finiscono per garantire sempre meno rifugi sicuri per gli ultimi sopravvissuti di questa stirpe fiera, indipendente e condannata all’eterna emarginazione anche dalla feroce letteratura. Un po’ come i bluesman attempati doc e tutti quegli artisti (dello strumento, della voce e finanche della penna…) che non ammiccano furbacchioni, non seguono astutamente le correnti e non cercano facile visibilità attraverso tweet, selfie o bacini d’utenza contrassegnati da analfabetismo cognitivo.

E questo lupo grigio, per nulla spelacchiato e anzi più in forma che mai, creativo e belligerante, estroso e dotato di fiuto, strenuamente attaccato alle radici ma anche proiettato con i denti aguzzi verso una controllata modernità, ne costituisce la dimostrazione lampante.

La copertina di Gray wolf

Già la copertina (nera come la pece, scritte plumbee e uno scatto frontale di rara e azzeccata autoironia realizzato da Massimo Goina, autore anche di tutte le grafiche) anticipa ruvido mistero, fascinosa oscurità e sinceri legami con la tradizione. Ma anche un pizzico di gustosa autocelebrazione con quell’azzeccato look da hobo frastornato e degno del crocicchio di Clarksdale con tanto di cilindro e giacca corvini, occhiali da blind soulster, penna aviaria cremisi, camicia bianca e jeans sdruciti per spezzare la manotonia. Senza trascurare l’abbondanza di ‘ferri del mestiere’ letteralmente a portata di mano: bottleneck all’anulare, thumb pick al pollicione, dobro luccicante a poche spanne di distanza, tappeto indiano e radio a valvole d’epoca.

In un modo o nell’altro, questo lupastro ululante costituisce dunque un suggestivo alter ego dell’ospitale padrone di casa, quel Frank Get che con questi dodici brani prosegue parzialmente un percorso personale e artistico avviato nel 2014 alla guida dei Ressel Brothers (To Milk a Duck!) e proseguito in veste solista due anni più tardi con il pluripremiato Rough man con il quale (strumenti, arrangiamenti e produzione curati in prima persona a parte) già regalava testi forti di storie e aneddoti direttamente legati alla sua cosmopolita famiglia.

Con questo ambizioso Gray wolf, invece, il discorso scivola verso alcune figure importanti del suo territorio: Trieste, Venezia Giulia, oggi al confine con la Slovenia, un tempo con la Jugoslavia e, prima ancora, principale sbocco marittimo dell’Impero Asburgico. Tuttora ponte tra Europa occidentale e centro-meridionale, dove i caratteri mediterranei e mitteleuropei si mescolano da sempre in quella stretta e ripida lingua di terra arroccata tra il mare e le pendici carsiche. “Persone – spiega lui con rammarico – come troppo spesso accade dimenticate”. Autentici unsung heroes, si potrebbe aggiungere.

Da uomo rude qual era (più all’apparenza che nella sostanza, nonostante una fisicità da ex cestista e un’imponenza da roadie perennemente in tour), la sensibilità artistica di Frank Get lo ha dunque condotto a trasformarsi in questo lupo grigio per completare un progetto che continua ad alzare clamorosamente l’asticella di una carriera ormai paurosamente longeva.

Un intenso primo piano di Frank Get (foto di Massimo Goina)

Meglio tardi che mai, ovviamente. Ma 38 anni abbondanti di fatiche (e 25 di incisioni ufficiali…) prima di giungere alla pubblicazione di un album definitivo come questo sono oggettivamente davvero un po’ troppi. Soprattutto se rapportati alla passione, alla completezza e alla credibilità del Nostro.

Per la verità, anche il nome definitivo ci aveva messo del suo prima di emergere una volta per tutte visto che agli addetti ai lavori stranieri pronunciare correttamente Franco Ghietti (così riportano il suo nome anagrafico i documenti ufficiali…) risultava proprio impossibile. Meglio Frank Get, dunque, per valicare i confini con maggiore facilità e regalare patina internazionale a un artista che si era già dato da fare all’estero con buoni risultati da alcuni lustri e che, peregrinazioni europee a parte, ha ottenuto la definitiva consacrazione anche sul palco acustico dello Stone Pony di Asbury Park, NJ, in occasione del ‘Light of Day Benefit’ e su quelli di alcuni locali culto della scena newyorkese.

Va aggiunto anche che, oltre a un paio di vocali nel nome e nel cognome, la sua riconoscibilissima figura e il suo look da autentico r’n’r hero Seventies style hanno recentemente subito una brusca sterzata verso un impatto visivo più maturo e  confidenziale (non da crooner, ovviamente). E, così, anche parecchi centimetri di capelli sono volati via, lasciando nel cassetto dei torridi ricordi il suggestivo phisique du role tra Ted Nugent, Alvin Lee e Randy California per lasciare spazio a una sorta di Kit Carson del palco, ‘mosca’ compresa e circondata da una zazzera sempre e comunque fluente. Ormai tendente al bianco, ma palesata con profondo orgoglio e senza patetici ricorsi alle tinture: segno di esperienza, tanta strada percorsa e una maturità (anche e soprattutto artistica) raggiunta una volta per tutte.

Frank Get nel 2015 allo Stone Pony di Asbury Park, NJ (foto di Daniele Benvenuti)

Polistrumentista (dovendo scegliere, un tempo, avrebbe risposto: “Bassista tutta la vita!”, mentre qui cede del tutto le quattro corde grosse alla fidatissima e vulcanica Tea Tidić) e uomo dal sincero e generoso senso della collaborazione, tanto con i colleghi più navigati quanto e ancor di più le leve emergenti; cantante e autore, compositore e produttore con uno studio personale (il Thunder Studio, dove è stato registrato, mixato e masterizzato anche questo cd, distribuzione IRD) nascosto dietro una porta apparentemente sgangherata di uno stabile storico nel centro di Trieste. Frank Get vanta altresì anche precedenti da tecnico audio e fonico che gli avevano consentito di girare a lungo la penisola al fianco di svariati big per assorbire utilissimi input anche dalla parte opposta della barricata.

Questo album, lungo ma non lunghissimo come il predecessore (52’ scarsi contro i 72’ di Rough man), è l’ennesima summa di tutte le sue incredibili esperienze. Ma, occhio, non di una raccolta o di un greatest hits si tratta. Tutt’altro! Qui abbiamo a che fare con un concept album sui generis costituito da 12 brani che, fortunatamente, esclude di brutto e a priori tutta la paccottaglia di rumori e riempitivi vari per collegare le varie tracce (giochino tipico e abusato presente in numerosi progetti del passato, anche blasonatissimi), affidandosi esclusivamente al formato classico della canzone e spaziando in maniera imprevedibile attraverso numerose ambientazioni stilistiche.

Ma se per Rough man il buon Get aveva fatto tutto (ma proprio tutto…) da solo, qui si è affidato alla band internazionale che lo accompagna ormai da anni. Un album talmente vario e imprevedibile da sembrare realizzato da tre o quattro menti diverse, a tal punto la voce e anche le influenze differiscono talvolta in maniera radicale da una canzone all’altra per una gamma di suoni e atmosfere paurosamente ampia.

Un album che, nonostante sia immediato e accattivante anche nelle sonorità (ma non ruffiano o facile esercizio stilistico da classico rocker italiano derivativo o, peggio ancora, bluesman riciclato a caccia di audience di bocca buona con l’eterna e pedissequa ripetizione senz’anima e talento del banale trittico Sweet home Chicago/Crossroads/Hoochie coochie man….), richiede per essere apprezzato fino in fondo una notevole dose di rispettosa concentrazione. Dopo 13 album (pubblicati sia come solista che alla guida di vari gruppi: Franco Ghietti & the East Tornado, Sottofalsonome, No Stress Brothers, Blue Roots e Tex Mex Blues Band, fino ai più recenti Ressel Brothers) Frank ha infatti deciso da tempo di chiudere del tutto con i testi in madrelingua e approfittare dell’apprezzata dizione yankee, frutto anche delle estati giovanili tra i parenti del New Jersey. Peccato solo che nel curato ma essenziale packaging anche questa volta non siano stati inseriti i testi in italiano, perché costituirebbero un utilissimo corollario per un lavoro, aggiungiamo, fortemente letterario e lirico.

Frank Get (foto di Massimo Goina)

Ed eccole, dunque, le composizioni nell’arco delle quali emergono poco le influenze heartland degli esordi e assai di più quelle successive da power blues e finanche southern, senza dimenticare un’occhiata alla tradizione folk e persino a quella roots, tanto cara alla scena di Austin.

L’attacco è suggestivo: armonica, stomp box per segnare il ritmo con il piede, dobro e vocione catarroso probabilmente filtrato da un bullet-mic (microfono a forma di pallottola, capace di rendere il tono particolarmente vintage) che lo assesta tra Tom Waits, Screamin’ Jay Hawkins, Nick Cave e un Chuck E. Waiss sobrio eccezionalmente ai cori. Solo 40” scarsi per introdurre la title track ben richiamando l’immagine di copertina, prima che di colpo entrino in scena gli altri musicisti regalando sviluppi tonanti da bar band che farebbe impazzire il pubblico britannico. Dio benedica l’apporto riuscitissimo dei fiati (il sax del coreografico Angelo Chiocca, la tromba di Giorgio Ruzzier e il trombone di Andrea Bortolato a costituire una sezione sopraffina: The Jailhouse Horns) che affiancano a dovere il drumming vigoroso dell’esperto Giulio Roselli e l’Hammond di Andrea Reganzin. Roba da far gongolare i fan di Dr. Feelgood e J. Geils Band con un pizzico dei Rumour di Graham Parker, di Omar & the Howlers e persino dei Jukes, nonché i nostalgici dei Cold Chisel e dei Beat Farmers: tutta gentaglia capace di incendiare un locale senza ricorrere a mezzucci o cacciare fuori uno zolfanello.

Anche la successiva Hard times, benché rinunci agli ottoni, si mantiene sul piano di un torrido blues rock dichiaratamente British invasion con tanto di testo “dedicato all’attuale situazione sociale, alle difficoltà del momento storico e alla necessità di avere una propria identità che scaturisca dalla conoscenza corretta della storia”. La voce di Frank Get torna subito quella abituale, mentre il padrone di casa inizia a regalarsi i primi travolgenti assoli da autentica guitar star, prima del brusco epilogo con tanto di risata luciferina.

Identity, dal canto suo, conferma le tematiche ma non la forma, visto che introduce a puntino la prima ballata del lavoro smorzando i toni e regalando un passaggio degno di uno storyteller che si rispetti con piano e dobro nuovamente efficaci. Colarich the bandit, roccioso attacco hard glam alla Mott the Hoople e chiuso da un solo di dobro, riprende a sparare mazzate raccontando senza celebrazioni la storia “del bandito Colarich, fuorilegge che portò a termine una serie di audaci colpi tra l’Istria e Trieste – spiega l’autore –  Nessun tributo, ovviamente: cerco solo di descrivere la situazione storica e sociale che, dopo la Prima Guerra Mondiale, indusse questo individuo a fare certe scelte criminali”. Per i più attenti tra gli autoctoni alabardati, ma attenti davvero…, va rimarcato che tema e assolo sono liberamente tratti dal traditional La mula de Parenzo ma come se a prendere lo spunto fosse stato Chuck Berry buonanima con la chitarra affidata a Mick Ronson.

Frank Get (foto di Massimo Goina)

L’arpeggiata ed essenziale Homeless, tanto delicata e drammatica, tratteggia (come se fosse la colonna sonora di un film di Walter Hill eseguita da Ry Cooder con il dobro di Get ad amalgamarsi perfettamente all’accordeon di Reganzin) “una scena alla quale ho assistito a New York nel gennaio scorso e rappresenta una riflessione sulla totale indifferenza della gente nei confronti di un senzatetto a terra e in difficoltà. Per la gente che passava era come se non ci fosse…”. Per arrivare al giro di boa, invece, è stata scelta The ballad of Carl Weyprecht che, esaltata dal bajo e ancora dall’Hammond quasi si trattasse di un esercito in parata ai margini della Statale 61, viene dedicata dall’autore a una delle personalità più illustri della Trieste asburgica: “Esploratore, scienziato e ufficiale della Marina militare austro-ungarica, Weyprecht prese la cittadinanza giuliana e legò il suo nome alla scoperta della Terra di Francesco Giuseppe (arcipelago situato a nord della Russia nel mare di Barents, al confine con il mar Glaciale Artico e il mare di Kara: 191 isole coperte dal ghiaccio e un’area di 16mila km² prevalentemente disabitata, n.d.a.). Fu inoltre un grande sostenitore della collaborazione scientifica internazionale”.

L’ideale lato B dell’ipotetico vinile si apre invece con l’inconfondibile parlato alla cartavetrata di Howlin’ Wolf (alias Chester Arthur Burnett ma, se neppure il soprannome vi dice nulla, dovete rivedere subito le vostre più elementari nozioni musicali di base…) che introduce Throwback blues e ci proietta di colpo in un juke joint del Delta nel quale il piano di Reganzin ben spalleggia il tono convinto e la chitarra ispirata di Get per lanciare “un messaggio diretto a tutti coloro si dicono interpreti del blues, ma poi ne tradiscono le reali motivazioni – sottolinea  Frank – dimenticando le radici e la storia di questo genere. Il blues è un genere vivo e può essere interpretato in mille modi, non deve per forza avere dodici battute e tre accordi: è un modo di vedere le cose che serve anche a sublimare le sofferenze vissute. Vedo invece – si lamenta – che molti si appropriano del nome del blues solo come facciata: non lo fanno davvero, ne travisano il senso originale e genuino”.

E la sua sincerità viene confermata proprio dalla personalissima maniera che l’artista triestino ha di ‘trascendere il blues’, portando avanti un discorso talmente vario da spiazzare e talmente imprevedibile nei suoi risvolti da mantenere sempre desta l’attenzione dell’ascoltatore. Conferma che arriva anche dalla successiva Nora (passaggio più lungo del lavoro con i suoi 5’09” di durata) che pare essere la sua personalissima Knockin’ on heaven’s door (non quella sguaiata e dozzinale, please) nella quale si prende da solo la briga di sostituire la chitarra di Roger McGuinn e il cantato di Robertino da Duluth. Un brano strappa mutande che soprattutto inversione live, inversamente ma parimenti alla title track, diventerà un must del tour promozionale, esplicitamente “dedicato al coraggio e alla grande modernità di una donna, Nora Barnacle Joyce, compagna di James Joyce, indissolubilmente legato a Trieste – spiega – Una figura fondamentale per lo scrittore irlandese e simbolo dell’emancipazione femminile: decise infatti di seguire il suo amore, di convivere e di fare figli senza sposarsi in un’epoca in cui era considerato un’eresia. Un esempio di donna che, ritengo, sia ancora molto attuale”.

The cicada and the ant, trascendendo sempre più il concetto classico di musica del diavolo (e non ce ne vogliano i puristi), ci conduce invece sotto il cielo d’Irlanda con la fisa accordeon, il bajo sexto e il ritorno della sezione fiati a mettere tutti d’accordo con una curiosa rilettura della favola di Esopo “da cui, secondo me, derivano tutte le sventure e le incomprensioni verso chi svolge un’attività artistica”. Il pensiero vola a una chain gang, ma anche a una festa bluegrass con andamento corale e movimento pedestre praticamente incontrollabile che continua, convinto, fin dalle prime battute della texana The outlaw priest che pare un’outtake degli ZZ Top dei bei tempi andati (da Tres ombres e Deguello, prima della deriva Eighties con sequencer, sinth, figone scosciate e furgoni Ford del 1933 customizzati) con la chitarra di Billy Gibbons affiancata magari dalle tastiere di Steve Winwood e dall’armonica di John Popper. Brano più corto (3’38”) ma anche più sanguigno del cd che, goduria da posada a parte, ci consente anche di affrontare “la curiosa storia di Josip Velikanje, il ‘sacerdote con la pistola’ originario di Idria – Idrija (Slovenia) che, alla fine del XIX secolo, non esitò a usare le maniere forti per diffondere la parola di Dio tra i fedeli della parrocchia di Sanvincenti – Svetvinčenat (Istria)”. Segue quell’Ursus che Frank Get utilizza quale metafora della parabola della sua città, gigantesca gru galleggiante oggi reperto di archeologia industriale: qui appaiono anche una dodici corde e un andamento blue collar di periferia, ben condotto dalla sezione ritmica Tidic/Roselli, tuttavia più orientato verso i Byrds che verso Joe Grushecky. Anche se che mi piace leggervi un involontario omaggio dell’autore a Tom Petty.

Ad Another chance il compito di chiudere il progetto con un’ultima ballata, frizzante e arpeggiata con il dobro sempre in evidenza. Un modo per regalarsi e regalare un’ultima opportunità: ai colleghi di spartito, agli ascoltatori, a chi ha già mollato e a chi pensa di farlo. Infatti, consiglia Frank Get, “I believe, I believe, I believe this will be /Another chance is coming, and that’s what I want to see, I believe, I believe, everything so wild and free/ Another chance is comin’ and that’s how I wanna live”. Chiamatelo pure come volete, ma affrontatelo sempre con rispetto e onestà intellettuale: perché il blues non perdona!

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook ‘All the way home’) o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.