Se vi chiedessi che cosa serve al mondo per migliorare, io credo che molti direbbero pace, uguaglianza, benessere, fratellanza eccetera.

Sono concetti nobili ma distanti da ogni possibile realizzazione, se prescindiamo dall’elemento di cui il mondo degli uomini è fatto: l’individuo.

Abbiamo bisogno, un bisogno estremo, urgente, pungente, e per nostra fortuna irrefrenabile, di noi stessi.

Ognuno di noi, ogni me stesso, è la rinnovata meraviglia del mondo degli uomini.

Ora, se io volessi spostare la prima domanda, quella sul cosa serve al mondo per migliorare, chiedessi a cosa serve la musica, e volessimo subito rispondere senza pensare con la risposta che ne dà la collettività, che di certo esprime un bisogno importante ma tuttavia affetta i concetti sensibili con una scimitarra, dovremmo rispondere che la musica serve per divertire.

Non sembra una risposta sbagliata, dal momento che nel mondo la musica è intesa principalmente in quel senso.

Tra qualcuno che vi farà muovere le gambette o vi schianterà per prestanza fisica e qualcuno che invece cercherà di tendervi la mano per portarvi dentro, sceglierete subito la prima delle offerte, e ve ne andrete a ballare abbandonando in un angolo il vostro bambino interiore.

Divertire è un verbo che indica il cambiamento di rotta rispetto a qualcosa che opprime, significa quindi cambiare un po’ aria, cambiarsi la testa, alleggerire, tirare un sospiro di sollievo rispetto ad una qualche pressione.

Anche senza eludere l’importanza del divertimento, non possiamo non sapere che la musica se ben maneggiata è uno strumento senza limiti. Un’astronave del nostro sentire.

Dire che la musica mi serve per divertirmi è come avere a disposizione un’astronave interstellare e usarla per farci un giro nel parco sotto casa.

Ora, è evidente che se una certa cosa è tanto vasta e potente, può in qualche modo impensierirci nell’approccio che abbiamo con essa.

Alcuni di noi concluderanno di non sentirsi pronti a un simile incontro, altri potrebbero semplicemente dire di non avere alcuna voglia di imbarcarsi in imprese lunghe e impegnative, e che a conti fatti fare un sano giro del parco è tutto ciò di cui sentono il bisogno quando il peso delle cose della vita ci schiaccia.

Svuotare la testa, alleviare la pressione, alleggerire il peso dei pensieri, è tutto ciò cui sentiamo di avere diritto e bisogno.

Ed è giusto.

Giusto se abbiamo intrapreso un percorso di cui sappiamo vedere solo la meta, e non il viaggio.

Giusto se nel corso del viaggio abbiamo appreso a fare una sorta di anestesia del desiderio, rimandando ogni più sottile ampliamento del nostro essere.

Ma è davvero giusto questo tipo di “giusto”?

È forse giusto fare a meno di respirare attendendo il momento in cui potrò godere di poche boccate di ossigeno prima di essere costretto a trattenerlo nuovamente?

A pensarci, non sembra una buona cosa e chi lo fa, a vederlo da fuori, ci appare nel migliore dei modi come un poveraccio portato a obbedire a qualcosa che non lo fa stare bene.

Infatti è così.

Facciamoci un’altra domanda.

Chiediamoci cosa voglia dire stare bene.

Non vorrà forse dire: espandere, allargare l’orizzonte, esprimere?

Se analizziamo i significati che reggono questi verbi, scopriamo che sotto c’è sempre,

sempre,

sempre

l’esternazione, l’uscita, l’estroflessione, l’espansione.

Dare di noi qualcosa al mondo.

Ma per ottenere devo dare.

Per poter dare devo ricevere.

Non c’è uno strumento più potente a nostra disposizione della musica.

Essa è un evento fisico che si trasforma in evento psichico.

Questa sublimazione ci proietta interi e più in profondo del nostro profondo nell’anima del mondo, ci fa divenire mondo più di quanto possa permetterci il nostro apparato osseo, articolare nervoso, circolatorio.

Più di cuore e polmoni, più di sangue e ossa cartilagini e muscoli, l’evento espansivo ci immette nel circolo reale e oggettivo delle cose, permettendoci di uscire da quello limitato e bloccante dell’esperienza soggettiva.

Perché quel poveraccio che abbiamo immaginato costretto a rinviare di continuo il proprio respiro, siamo noi.

Noi quando vediamo le cose solo da un certo punto di vista, dal quale punto di vista ci sentiremo pressati stressati oberati coinvolti obbligati, – sintanto che le cose che ci determinano ci saranno a favore – ma del tutto espulsi, estraniati, alienati non appena la giostra per qualche ragione ci avrà buttato ai margini.

Perché succederà, non so quando non so come, ma accadrà.

Io non desidero vivere passivamente in una centrifuga.

Cosa significa centrifuga.

È un meccanismo in grado di mettere ai confini una qualche parte di una data sostanza, allontanandola da un centro.

Quella centrifuga all’interno della quale io credo di avere una parte garantita, aggrappato al mio ruolo, oltre a tendere a sputarmi sul bordo, tenderà anche e soprattutto a sviarmi dal centro più importante che esista al mondo per me, che è centro di me stesso, l’unico luogo in cui io posso trovare la strada per essere parte vera, fisica, psichica e essenziale del mondo.

Noi abbiamo sostituito l’economia al bene.

Parliamo di valori persino indicando cose che consideriamo belle, quando i valori sono cose che valgono, con un chiaro riferimento al bene materiale in sé, come merce di potenziale scambio, status che mi definisce.

Nel fasto vuoto di una banca io valgo quanto ho. Sono merce.

Recentemente si sono date delle valutazioni in danaro ad alcuni ragazzi venduti come schiavi.

Siamo certi di voler essere merce?

So cosa si risponde in certi casi.

Allora, se lo preferite, facciamoci un’altra domanda: siamo certi di voler dare al nostro amore un valore?

L’amore non ha valore, se per amore intendo qualcosa che non vale nulla, perché in realtà non c’è unità di misura atto a calcolarlo.

Se posso misurarlo, diventa cosa materiale, dunque non-amore.

Se invece qualcosa non è misurabile allora non è mercificabile, dunque sfugge ad ogni regola.

Sfuggendo alle regole diventa parte del mondo non incasellato, una dimensione che raccoglie e accoglie tutto, e di cui il mondo dei valori economici non è che un niente insignificante.

Ma io voglio amarmi, amare, voglio godere, esistere ed essere considerato come essere.

Come posso arrivare a me stesso per entrare nel flusso orgasmico del mondo?

Ascoltando.

Partendo dall’ascolto di me stesso.

Ripercorrendo millimetro dopo millimetro la strada che mi riconduce ad esso.

Quella strada ha un respiro al quale posso unire il mio.

Vado a ruota libera a ritroso del pensiero, che da forma scientifica si confonde a quella lirica, per dirvi:

la fisica dei quanti considera che non esista il vuoto, ogni singola cosa è il proseguo dell’altra;

Jung, scienziato lirico, pensava che il mondo fosse un organismo senza limiti, del quale ognuno di noi è una parte sensibile;

Giordano Bruno e Blaise Pascal, divergenti credenti, avevano intuito che il centro del mondo è ovunque.

Ovunque.

Senza misure.

Non c’è un prima e non c’è un dopo.

Non un alto o un basso.

Ci sono solo io, adesso, solo.

Ma se non voglio essere solo, se non voglio essere afflitto e obbligato, costretto e pressato, devo tornare al più presto a me stesso

e respirare.

Se il mio cervello sensibile mi manda segnali di sofferenza ci sarà un motivo, ma noi pensiamo che sia una faccenda di adattamento, il necessario sforzo per restare nel gioco, pena l’esclusione. E ci condanniamo a sopportare ciò che ci deformerà e capovolgerà il senso profondo di ogni cosa.

Deformati, abbruttiti e condannati al divertimento forzato e a piccole dosi, come il respiro, proseguiamo a parlare di economia come forma di bene in un mondo ribaltato e privato del suo senso più intimo.

Come se in un penitenziario la pena fosse uscire ed essere liberi.

CONDIVIDI

Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L’ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex – semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here