Gianluca Morozzi
Onda sonica di tragicomiche disavventure
Skira
pgg. 115, € 13

Non avevo mai letto prima d’ora un libro di Gianluca Morozzi, detto Moroz. Mea culpa. Il 46enne scrittore bolognese ha pubblicato finora 24 romanzi (principale successo il claustrofobico Blackout del 2004, portato anche sugli schermi da
Rigoberto Castañeda) e 212 racconti: “fiumi di parole”, come direbbero i Jalisse. Sono arrivato a quest’ultimo Onda sonica di tragicomiche disavventure perché mi dicevano che i millennials vanno pazzi per il suo modo di scrivere e di affrontare le situazioni narrative.
La storia ci riporta alle prevedibili e da più parti descritte (dis)avventure di una band rock, con piglio ironico e irriverente. Si tratta dei Despero, già protagonisti dell’omonimo romanzo di debutto del Nostro, datato 2001. Intrallazzi amorosi, canzoni di bassa caratura, plagi più o meno volontari, incroci con groupie, opere rock popolate da zombie e voglie trasgressive raccontate dai diversi protagonisti secondo il proprio punto di vista. Punteggiate da quadri riferiti a un’immaginaria, sognata Terra-3, dove sopravvivono solo quattro, poi tre, poi due, infine solo l’Acid Queen, dei protagonisti dell’opera rock Tommy degli Who, mitico riferimento di tutti i personaggi, nonché protagonisti di un ricordo del concerto all’Arena di Verona, tenuto – con quell’intervallo di un’ora per la pioggia battente – nel giugno 2007. E supereroi per un attimo nell’onirico pianeta dove uno Specchio permette di attraversare i mondi se investito da una potente onda sonica.

La scrittura è veloce e anche piacevole (a parte cadute varie, come “avevo fatto lavorare le mie manine sante”, parlando di masturbazione, oppure “se le avessi proposto di farmi un pompino in chiesa durante l’eucarestia del mattino”, sul rifiuto di una prestazione orale, o lo stesso finale “ma questa, come si dice, è un’altra storia”), però non si intuisce cosa questo rapido libretto voglia essere. È rudimentale in ogni direzione, fantascientifica, di formazione, erotica, musicale, quasi scritto in fretta e con la mano sinistra da appunti dimenticati in un vecchio file.

Gli Who visti da Choffman36

Non sono un millennial per essere nato con poco più di 17mila giorni di anticipo, però sono convinto come la scrittrice Jennifer Niven che “sono appassionati, sensibili, diretti, fanno domande forti, dure, non hanno paura di andare in profondità”. E che abbiano bisogno di corposità discorsive di ben altra struttura, come ad esempio quella dell’americana, il cui bestseller Raccontami di un giorno perfetto narra di due adolescenti, che si incontrano sul cornicione della scuola e guardano giù tentati, per motivi diversi, dal suicidio (oggi la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni, secondo i dati della Organizzazione Mondiale per la Sanità) .
E poi sarà che la “My generation” degli Who era proprio la mia, e sarà, soprattutto, che considero la pratica artistica fondata sul confronto inquieto con l’immenso giacimento di echi che è la tradizione, intesa come radice di ogni atto umano, non l’esaltazione di novità fini a se stesse né semplice avversione alle regole, ma, nella cinquantina di libri che leggo ogni anno, molto molto difficilmente troverà nuovamente spazio un’opera di Gianluca Morozzi. Sorry.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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