La storia in rock di Stefano Mannucci, cronaca di un sogno

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Il rock e la droga

Leggevo giorni fa il confronto fra Stefano Mannucci (giornalista musicale del Tempo oggi al Fatto Quotidiano e a Radiofreccia) e Franco Zanetti, direttore di Rockol, sul rapporto fra storia e rock. Mannucci ha scritto un libro (da comprare subito!) intitolato Il suono del secolo, quando il rock ha fatto la storia (Mursia) e Zanetti ha obiettato che se il rock è stato la musica del secondo Novecento, non ha in realtà mai “fatto la storia”, mai spostato un voto o una scelta.

La questione è ovviamente opinabile e sostanzialmente irrilevante. Soprattutto dopo essere capitato a Vicenza a uno spettacolo-conferenza di Roberto Bonzio, giornalista ideatore del sito Italiani di frontiera che spiegava con dovizia di esempi e sulla scia di saggi internazionali come la new economy sia sostanzialmente figlia del movimento hippy e dei suoi sogni lisergici, quindi anche di quella musica che incitava a sognare ad occhi aperti e a immaginare un mondo a colori, diverso dal reale quotidiano.

In realtà, se volessimo addentrarci in sottili dibattiti su cosa è stato o ha rappresentato il rock dalla fine della guerra a oggi, ci scontreremmo con tante realtà e visioni diverse e contraddittorie. Questo perché il rock stesso è stato per sua natura una spugna e una contraddizione, espressione politica e fuoco fatuo della futilità, capitalista e comunista, rigoroso e privo di regole, globalizzato e localista, anticonsumista ed espressione dell’industria, colto e ignorante, popolare e di nicchia, poetico e banale. Di sicuro è stato qualcosa che ha pescato nel passato costruendo qualcosa che non c’era in un modo mai sperimentato prima.

Stefano Mannucci ricostruisce l’ennesima storia del rock in un modo originale e definitivo. Come un romanzo, un insieme di racconti in cui fatti musicali e fatti storici viaggiano in parallelo, mescolati ad aneddoti e curiosità. Nessuna pretesa di essere esauriente o completo, ma tutto il necessario per dare una visione d’insieme che fa capire le infinite variabili di ciò che conta davvero in questo intricato nodo gordiano della storia, della musica e della società del nostro tempo.

E il tutto scritto con un linguaggio fluido e piacevole. Capitolo dopo capitolo, fatti e personaggi, artisti e momenti storici prendono forma e si animano con le loro contraddizioni, il loro peso artistico, la loro collocazione nel loro tempo.

Mannucci non è solo un cronista e un critico. E’ realmente appassionato della musica di cui scrive e ha scritto per una vita. Ne ha assorbito e digerito in quantità durante anni di viaggi, ascolti, concerti, interviste. E ha sempre tenuto accesa l’attenzione sulla vita reale, quella descritta nella cronaca quotidiana prima che nei libri di storia. Quindi si muove a suo agio fra i decenni, i fatti, i personaggi, evitando ciò che è risaputo e scontato per ritessere le fila essenziali di ciò che il rock è stato e ha significato, e quali sono stati, fra milioni, i principali protagonisti.

Si viaggia quindi fra il blues e il primo rock’n’roll, le esperienze lisergiche dei Beatles e le inquietudini di Dylan, l’incontro fra Elvis e Nixon, il sogno di Woodstock e i diavoli scatenati di Altamont, Springsteen e i punk, gli U2 e gli italiani, la generazione X, Live Aid e le gaffe della Regina, in 460 pagine che rimettono in fila ciò che tutti sanno con quello che ignoravano di non sapere, o a cui non avevano mai pensato in quel modo inserito in un quadro d’insieme che si mescola a piccoli ma significativi momenti personali.

Perché il rock è ed è stato anche questo, un modo per vedere il mondo e raccontarlo, trasferendo emozioni.

E poi chi l’ha detto che senza Joan Baez e Dylan a cantare i diritti civili, Bowie e Pink Floyd a mettere all’indice gli incubi di Orwell, il Live Aid a fermare il mondo sulla fame, gli Stones a recuperare il blues, gli U2 a parlare del debito pubblico, Paul Simon a dare voce alla musica nera del Sudafrica, i Beatles o Jimi Hendrix a mostrare l’altra faccia della normalità, Frank Zappa a far arrivare le sue note oltre cortina, e questo suono strano che ha avvolto tutto il mondo superando barriere e confini, il mondo sarebbe stato davvero lo stesso, o tutta un’altra storia.

Giò Alajmo

(c) 30 novembre 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

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