Ferro e carbone, le radici e gli orizzonti di Tiziano Mazzoni

Terzo album per l’artista pistoiese che, autentico hobo moderno ma con il cuore e le orecchie sempre attaccate alla tradizione, ritorna con un album meditato e intenso. Liricità e impegno sociale, folk polveroso e brillante roots rock uniscono senza mezzi termini il fascino di testi espliciti e coraggiosi a una varietà di arrangiamenti da centellinare a 360°

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Tiziano Mazzoni
Foto di Antonio Candio

Restiamo anche in questo caso in orbita Macramè e, già a livello di immediato impatto visivo, passiamo subito dalle tinte confetto e dalle immagini sabbiose del delicato album di Maria Lapi alle sfumature plumbee e agli affetti grigi di un Tiziano Mazzoni in versione invernale e volutamente fatiscente.

Fatiscente nel senso di ambientazione dello scatto di copertina (una fabbrica pressoché abbandonata e quasi in sfacelo), mentre il Nostro viene immortalato tra vetri rotti, malte sgretolate, erbacce incolte e uno sguardo più che pensieroso, rivolto altrove in maniera ben poco rassicurante. Il poliedrico ingegnere pistoiese, vecchia ma sempre ispirata e schietta conoscenza, sotto quella coppoletta e dietro quel pastrano con il bavero alzato prosegue nel suo ormai lungo e stimato cammino artistico che lo ha portato a miscelare i cantautorati italiano e americano, senza mai dimenticare le profonde influenze legate alle radici. Cura e profondità dei testi sono una costante, la capacità di circondarsi di musicisti ispirati e adatti alla bisogna completa l’ennesimo progetto che non le manda a dire.

Lo avevamo lasciato all’epoca dell’ottimo Goccia  a goccia in piena orbita Eccher Music e lo ritroviamo oggi con questo Ferro e carbone sulla sponda MRM Records (ramo della premiata Appaloosa Records) con tanto di distribuzione IRD. Un tipaccio (lasciamo perdere il termine ormai abusatissimo di toscanaccio…) che riesce ad alternare i toni ruvidi e fumosi alle stoccate più sensibili, mescolando in maniera oculata e personale molteplici influenze con il risultato di uno stile ormai proprio e inconfondibile.

La copertina di Ferro e carbone

Non cerca gorgheggi ma, da acuto storyteller che si rispetti, con lo stile di un De Gregori in versione dylaniana racconta le sue storie senza farsi troppo condizionare da esigenze temporali o vacuità sonore. Sciogli il cane ci invita infatti nel suo mondo in maniera cadenzata e meditativa: il blues classico delle origini è ormai rimasto in un cassetto e il bacino d’utenza è proprio quello degli appassionati di folk rock non troppo essenziale, ma con gli sguardi vispi e le menti attente. Luigi Grechi docet! Immagini forti e pochi giri di parole, facilità espressiva e tono perentorio con la band, oltre al saporito dobro del padrone di casa e al prezioso Hammond del fidatissimo Pippo Guarnera, a  ruotare intorno al basso di Lorenzo Forti e alla batteria di Fabrizio Morganti. Un biglietto da visita eccellente ed evocativo (“La sicurezza di trovarsi a casa, di sentirsi al riparo, mentre fuori è sta per scoppiare il finimondo. L’illusoria pretesa di essere al sicuro dopo aver sbarrato gli scuri e chiuso ogni porta. Alla fine però uno sconosciuto, o in senso lato il mondo esterno, arriva a rompere il precario equilibrio bussando alla porta nel cuore della notte”) che con Il velo si infila sempre più in territori cari a Massimo Bubola. Qui le sonorità si fanno ‘di confine’: con la chitarra Mazzoni si arrangia da solo (più che bene, aggiungiamo noi, e, anche se dalle note di copertina non è dato sapere alcunché in proposito, qui fa un lavoro egregio anche con banjo, mandolino e un’armonica che sarebbe piaciuta a Sam Peckinpah buonanima). Poi, però, nell’arco delle dodici canzoni complessive ci sarà spazio per un’altra manciata di preziosi collaboratori: dall’organetto diatonico di Riccardo Tesi fino alle percussioni di Ettore Bonafè (già provvidenziale anche alle congas) e al pianoforte di Franco Santarnecchi.

Mazzoni è uno che i testi da pseudo rocker nazional popolare (e, per giunta, maledetto) potrebbe scriverli lavandosi i denti e musicarli passando l’aspirapolvere. Invece, sceglie volontariamente di regalare ai fiduciosi seguaci canzoni drammatiche, ma auliche al tempo stesso, come La lucciola e il bambino (ispirata a un episodio della tragica vicenda di S. Anna di Stazzema e al racconto di un bimbo in fuga dagli orrori della guerra, nascosto nottetempo con la sola compagnia del piccolo insetto luminoso) che volano verso atmosfere indecise tra mex e irish con il violino di Gabriele Savarese in qualità di azzeccato valore aggiunto, alla pari delle voci di Mascia Anguillesi e Giulio Conte, nonché del bozouki di Riccardo Mazni e del cuatro di Mino Cavallo.

Anche Rita e l’angelo (l’incontro tra il già anziano vagabondo e poeta clochard pistoiese Remo Cerini con la sua fedele compagna) conferma che le sue canzoni “sanno di legno buono e di terra feconda, hanno la solidità dell’acciaio ma anche la delicatezza che è propria degli sguardi sensibili. E invitano ad aprire gli scuri delle nostre vite per indicare da che parte tira il vento”. Anche qui emerge l’affinità elettiva di questo hobo moderno con l’ex mentore veronese ed è soprattutto un pregio, aggiungendo anche di un’immediatezza nei testi che non richiede troppe ricerche dotte, mentre il violino di Chris Brashear e i fiati di Claudio Giovagnoli e Francesco Cangi regalano ulteriori orizzonti al lavoro. E, ovviamente, album come questo (anche se è purtroppo scontato che non otterranno il risalto che invece meritano…) tributano sinceri, creativi ma non sbandierati omaggi a Fabrizio De Andrè che vanno ben oltre i redditizi tributi fotocopia e le serate di gala da teatri esauriti e prima tv. Un’andatura “spesso lenta e meditativa, nella quale i versi pesano per quello che sono, lontani da bizzarrie poetiche e dagli stereotipi da storyteller americano, ma forti di parole semplici e dense, misurate sulla pelle di chi scrive ancor prima che sulla carta”.

È una magia conferma anche il sax di Giovagnoli, ottimo corollario per arrangiamenti ricchi ma non invadenti, ottime spalle per una voce calda esaltata dal clima roots & brass con tanto di citazioni in dialetto napoletano. Quattro barche chiuderebbe un ipotetico lato A e lo fa ancora in maniera convincente con tanto di seconda voce (Silvia Conti) e il piano di Franco Santarnecchi a incidere in maniera significativa in questa metafora legata all’esodo. Qualunque nome dirai supera il giro di boa e, nei giorni in cui ne ha curato gli arrangiamenti, Mazzoni deve aver ascoltato parecchio Curtis Mayfield, lasciandosi ispirare (soprattutto nell’uso dei fiati…) senza tuttavia farsi trasportare verso territori a lui poco avvezzi per questo esplicito nonché affettuoso omaggio al genitore, alle sue sofferenze e al loro rapporto così condizionato da una malattia terribile. Silvano Fedi è invece un chiaro tributo in stile Gang al partigiano anarchico pistoiese che, nonostante la sua drammaticità di base, viene espresso con uno dei passaggi più vivaci dell’intero lavoro. Tappa coraggiosa di un artista che ha, in questo caso, anche il coraggio di puntare il dito contro ‘tutti’ i totalitarismi.

Tiziano Mazzoni sul palco (foto di Antonio Candio)

Piombino è invece una struggente ballata operaia che pare prendere la drammatica e burrascosa vicenda legata alle locali acciaierie quale simbolo e, oltre a regalare il titolo all’album, con i suoi 6’27” costituisce l’ennesimo tributo dell’artista alle sue terre e alle sue genti. Noi camminiamo è un passaggio che apre le porte alla speranza ma dipinge anche il dramma con il chiavistello della chitarra elettrica e del r’n’r, mentre la sussurrata Verde torrente regala in maniera sobria ricordi personali di una storia “breve ma intensa” e un solo di tromba di Luca Marianini di rara efficacia. Chiude la bonus track, Ancora da imparare, eseguita live in studio insieme all’archetto di Brashear con tanto di errore iniziale (volutamente lasciato) e immediata ripetizione per una conclusione quasi aulica su un amore impossibile nella quale la poetica diventa più classica e viene riconfermata anche la perizia del nostro alla sei corde.

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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