L’insulto

Come passare dalla ristrutturazione di un balcone alla guerra civile. Stupido ma vero...

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L’insulto
di Ziad Doueiri
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salacche
Voto 8

L’insulto del libanese Ziad Doueiri passato in concorso a Venezia 74 (Coppa Volpi all’attore palestinese Kamel El Basha) è un film educativo (non è un insulto, vuol dire che è interessante…) che spiega molto della psicologia di massa dei nostri giorni. È ambientato in Libano, terra storicamente martoriata, in un quartiere cristiano maronita che viene ristrutturato da maestranze palestinesi. I palestinesi sono profughi, antichi nemici e ospiti non amati. Il cristiano maronita Toni bagna i fiori, ma la grondaia scola sui passanti: non è a norma. Il palestinese Yasser, che coordina la ristrutturazione, la fa aggiustare.  Toni la spezza (perché un palestinese non deve toccare le sue cose…), Yasser lo insulta, Toni vuole le scuse, Yasser viene a scusarsi ma si sente dire che sarebbe stato meglio che tutti i palestinesi fossero stati sterminati al tempo dei massacri. Yasser tira un pugno a Toni, Toni lo porta in tribunale, l’avvocato di Toni peggiora la situazione e tira in ballo l’antico odio e la patria, l’avvocato che difende Yasser è la figlia dell’avvocato che difende Toni, i partigiani delle due fazioni si surriscaldano:  il Libano rischia di ricadere nella guerra civile perché due uomini che non vogliono mostrarsi deboli si trattano come se fossero i rappresentanti di due popoli ancora in guerra. All’inizio sorridi, perché francamente è stupido spaccare una grondaia appena aggiustata per rancori politici, poi ti innervosisci perché intuisci il peggio, poi ti rendi conto che il peggio è proprio il nodo su cui tutti discutono quando si parla di lavoratori stranieri (o anche solo di stranieri) sulla propria terra. La bravura di Doueiri (che comunque, tornato da Venezia col premio è stato arrestato per collusione col nemico,  e poi rilasciato) è di raccontare un tema vecchio come la Bibbia e come la psicologia (tutti sono, e sempre saranno, in guerra, anche non guerreggiata, con tutti) alternando i toni del buonsenso a quelli dei codici e delle sentenze dei tribunali. E -attenzione- simpatie politiche a parte non è facile capire con chi “stare”… Agli spettatori, a parte ammirare la fluidità con cui viene costruita la tragedia dal nulla, non resta che specchiarsi nello schermo e fare gli scongiuri.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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