The Haggis Horns
One Of These Days
(Hahhis Records)
Voto: 9

Quando Placido Domingo, uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, decise di passare alla direzione d’orchestra in previsione dei cedimenti che la voce avrebbe avuto per raggiunti limiti di età gli chiesero a quale direttore si sarebbe ispirato. Spiritoso come d’abitudine rispose che avrebbe rubato una caratteristica a Karajan, un’altra a Muti, una terza ad Abbado e così via, finché non ne fosse uscito il direttore perfetto (e finì con una chiosa formidabile: “a Carlos Kleiber, semplicemente, vorrei rubare tutto”). I grandi fanno così: plasmano la propria grandezza sviluppando la grandezza degli altri. Sono “nani sulle spalle di giganti”, con quel mix di umiltà e superbia che la celeberrima locuzione medievale di Bernardo di Chartres contiene.
The Haggis Horns, uno dei gruppi funk più interessanti d’Inghilterra, 13 anni di onorata carriera come band e 20 come sezione fiati per altri, appartengono alla categoria. Lo dimostra ancora una volta il loro quarto album, One Of These Days, dal sound spumeggiante e multicolore, nero quanto basta e sempre venato di groove, con spruzzate di soul anni 70, frammenti quasi disco e un pizzico di rap. L’ensemble di Leeds, che va apprezzato innanzitutto per la capacità di distillare nel tempo le proposte sonore, cesellandole e limandole sul palco per mesi, allinea riferimenti – per rifarci alla battuta di Domingo – a Marvin Gaye come a Sly & the Family Stone, a Curtis Mayfield come alla scozzese Average White Band, a Dennis Coffey come a Big Pimp Jones, senza però mai apparire nient’altro che se stesso: un raffinato dispensatore di coolness.
Questi apprezzati collaboratori di artisti come Mark Ronson e Amy Winehouse, Corinne Bailey Rae e Jamiroquai, Lily Allen e il jazzista Lou Donaldson, Martha Reeves e John Legend, i Roots e la Abstract Orchestra, solo per citarne alcuni, chiamano stavolta al loro fianco per le vocalità l’eccellente Lucinda Slim, la loro cantante preferita (che di nome fa Tanja Daese e che da oltre un decennio usa nelle Zap Mama lo pseudonimo Nia Saw, utilizzato anche nei suoi precedenti feature con gli Haggis), il vecchio amico John McCallum, oggi con Bailey Rae, e il rapper/MC londinese Doc Brown.
I nove brani vanno dall’iniziale “Curse of the Haggis” (e vi assicuro che mangiare haggis, il piatto scozzese a base di frattaglie di pecora lessate con aggiunta di spezie, è una vera “maledizione”), strumentale intenso con una chitarra puntuta e un’aria neworleansiana, alla lirica title-track conclusiva, un deep soul di alto livello. In mezzo “New York Beat”, una miscela di disco e jazz-funk, l’inno da block party hip-hop “Take It Back” (il primo singolo dell’albo, arrivato in estate al n.7 della chart inglese), la magica e avvolgente “World Gone Crazy” con Slim al top, “What’s It All About” che fa pulsare di funky il ritmo hip-hop, “All Fuzzed Up” con la chitarra ancora in evidenza, l’impegnata “The Long Way”, il cui testo recita “le persone continuano a lavorare per un piccolo salario… la maggior parte di loro là fuori non sono più che degli schiavi”, e “Gonna Be Alright”, con i fiati che conducono una parata che dalla disco arriva alla psichedelia.
Dopo Hot Damn!, 2007, Keep On Movin’, 2010, e What Comes To Mind, 2015, il settetto del chitarrista Ben Barker, del trombettista Malcom Strachan e del sassofonista/flautista Atholl Ransome (sono loro che compongono tutti i pezzi e producono l’album) arriva a un livello micidiale di groove nelle mille commistioni a base funk-soul. “Rubando” il meglio da tanti riescono a essere del tutto personali, moderni e, a volte, persino innovativi. Speriamo di vederli dal vivo anche in Italia… “uno di questi giorni”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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