Riflessioni su Little Steven, una settimana dopo lo show all’Alcatraz

Riflessioni a ruota libera su uno degli artisti più sottovalutati degli ultimi 30 anni, dagli esordi come leader fondatore di Southside Johnny & the Asbury Jukes al ruolo di spalla del Boss: l'addio alla E Street Band, la carriera solista, il ritorno al nido. Con tanta nostalgia.

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Non è stato un semplice concerto, proprio no. Lo show messo in atto da Little Steven è, tanto platealmente quanto ovviamente, un sentito atto d’amore verso la musica che da decenni ha dato un senso e una logica alla sua vita. E, almeno a giudicare dal pubblico presente, anche alle vite di parecchie altre persone, la mia inclusa. Già questo show era passato da Pistoia Blues la scorsa estate, mietendo consensi e anche qualche esclamazione di meraviglia, beh: tutti giustificati. Gli attuali Disciples of Soul sono un gruppo che mastica, metabolizza, rumina e rigurgita un bezoar che include dal delta blues al rock psichedelico (vedasi la lunga jam all’interno di Solidarity) senza nessun problema di sorta. Riuscendo, tra le altre cose, a far sembrare tutti i pezzi come usciti da un’unica penna, e questo nonostante il repertorio attinga da un lasso temporale e una gamma di scelta che va dal Delta Blues ai giorni nostri. Bravi loro e bravo, ovviamente, il capobanda.

Il capobanda, appunto. Una bella esibizione che lascia intravedere alcune venature di tristezza; o, quantomeno: così è sembrato al sottoscritto, fors’anche influenzato dal fatto che l’ultima volta che avevo visto Little Steven dal vivo, era stato più di trent’anni fa, in quel che allora si chiamava PalaTenda di Lampugnano. La tournée di Voice of America (1984), con una band composta d’incommensurabili tamarri punkeggianti tra i quali spiccava Jean Bauvoir, ex bassista dei Plasmatics di Wendy O. Williams. Con un’acustica da mal di testa dopo tre pezzi e qualche perplessità su quel suono quasi heavy metal, appesantito da quei synth tutti uguali, santi numi, non era cosa da lui. Certo, era uscito dal ventre sicuro di una E Street Band avviata al successo mondiale di Born in the U.S.A. per tentare una carriera solista parecchio incerta, visti i tempi e, soprattutto, viste le modalità scelte: look aggressivo che faceva tanto barricadero, suoni taglienti, tematiche politiche, soprattutto in merito alle politiche sia interne che internazionali degli USA. “Perché la gente è così tranquilla in America?” Mica tutti, Stevie. Mica tutti.

Little Steven
© Foto di Riccardo Medana

Per questo, martedì 5 dicembre, quando durante un break del concerto ha accennato al mondo terribile che c’era oltre le mura entro le quali ci stavamo divertendo, e del quale preferiva farci dimenticare almeno per un paio d’ore, mi è venuto in mente come quel “mondo terribile” gli avesse praticamente mandato gambe all’aria la carriera solista e, poco ci mancava, anche la vita. Con Voice of America osò criticare apertamente le politiche estere dell’allora Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e nel 1985 fondò un’associazione di artisti contro l’apartheid (Artists United Against Apartheid), in cui hanno militato Bruce SpringsteenU2Bob Dylan e i Run DMC, che insieme collaborarono a una canzone intitolata Sun City contro un mega resort situato in un bantustan (ghetto per persone di colore) nel Sudafrica. Risultato, di cotanto dispendio d’energie in favore degli oppressi & repressi del mondo? L’ostracismo e la chiusura totale di porte e antenne di radio e case discografiche (principalmente USA) al solo udire il nome Little Steven, seguito dal dover (forse per cambiare target, forse per forza) infarcire di drum machines, percussioni elettroniche e tastieroni pesanti quanto una cassoeula servita per dessert i pezzi di terzo (Freedom, no compromise) e quarto (Revolution) album per farli passare almeno nei circuiti più dance e trovare almeno lì uno sbocco al mercato e continuare come musicista, ebbene: niente. Se critichi il sistema, questi trova sempre una maniera per fartela pagare. E già ti va bene che il suddetto sistema utilizzi il semplice mercato, per farti stare buono. Non si morde la mano che ti sfama, ingrato!

Ma farti fuori del tutto, non si può. I personaggi pubblici, i musicisti in particolare, sono icone, in questo mondo curioso. Eppoi s’è capito, Steve, lo hai anche dichiarato tu in un’intervista poco prima del concerto del 5 dicembre: “Qui, però, non c’è politica, non perché non m’interessi più, ma perché ormai si è superato il limite”. Parole sante. E da un pezzo. Ma l’importante è che gli affari girino perché, come dicono i veri uomini d’affari: money talks, bullshit walks. Sia ben chiaro. E’ la parola d’ordine dei vincenti di oggi.

Little Steven
© Foto di Riccardo Medana

Così dal 1995 ritornò con Springsteen, dal 1999 al 2007 diede vita a Silvio Dante nei Sopranos, la fortunata serie televisiva. Una seconda vita, eh sì. Una seconda opportunità. Un breve spazio per sé stesso con un nuovo album nel 1999, Born Again Savage seguito a ruota da un Greatest Hits, poi di nuovo sotto col lavoro: un po’ con il Boss del New Jersey, un po’ a impersonificare personaggi sinistri e a dir poco pericolosi in una televisione specchio di quel mondo che ama personaggi del genere. Fino a questo ennesimo stacco con le antiche passioni, con gli amori di gioventù, le chitarre rock mescolate addirittura con una sezione fiati a cinque, cosa mai osata prima, né con Southside Johnny e i Jukes né con i vari Miami Horns forniti al Boss del Jersey, prima delle ultime versioni post-Big Man. E due curiosi ricordi, alla fine di tutto questo bailamme di rievocazioni: il primo, il racconto di Dave Marsh che rammenta come, per sistemare la versione di studio di Tenth Avenue Freeze-Out, l’allora Miami Steve, ricevuto l’ok dal Boss, entrò nella saletta dove i Becker Bros. , allora tra i più pagati e celebrati turnisti della Big Apple, erano da giorni in stipsi creativa nel quadrare al meglio il pezzo e, con piglio deciso, fece loro mettere via gli spartiti e cantò a ciascuno dei due la sua parte, risolvendo così la vexata quaestio. La seconda, che fu sempre Miami Steve, a far carburare magicamente quella vera e propria macchina da Formula Uno che si rivelò la E Street Band dal vivo tra il 1978 e il 1981. Tant’è vero che, quando se ne andò, per il seguente tour ci vollero due persone per sostituirlo, e già questa cosa dice tantissimo. Ed è questo Steve Van Zandt, sfrontato, capace e competente, arguto e simpatico, che ho rivisto martedì 5 dicembre, sotto le bandane, le vesti colorate e i chili di troppo: il “teppa” che mise a posto i Becker Brothers e cantò loro quel che dovevano suonare. Forse per l’ultima volta extra E Street Band, forse per l’ultima volta e basta ma, credetemi: Dei Sopranos non ho visto una puntata che una. E manco me n’è mai fregato qualcosa.

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Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.

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