Quello che afferma Sarah Thornton per l’arte contemporanea vale per tutte le discipline, musica compresa: “Quando parli del valore (leggasi vendite, n.d.a.) di un’opera ti danno la prima pagina, quando parli del senso di un’opera ti danno l’ultima”. I soldi, le vendite, gli ascolti, le possibilità di fare concerti, sono qualcosa che tutti capiamo molto bene. Riusciamo meno a inquadrare, specie quando si riflette sul jazz, una musica che non ha più da noi le punte di diffusione dei bei tempi della “moda Umbria Jazz” e del “divino” Miles Davis, come i musicisti di oggi possano divincolarsi con talento dalle vestigia di un passato pieno di vitalità, invenzioni e ricchezza. Ci appaiono sempre, o quasi, pallidi al confronto, anche se non sempre è così.
Allora è più semplice porre a confronto tra di loro proposte che abbiano il medesimo comune denominatore, in modo tale che il riferimento sia il panorama prossimo e i vicini di banco piuttosto che le vertigini di un’aurora boreale o di un canyon infinito oppure il “maestro” senza tempo. La scelta che ci è sembrata opportuna in un momento invernale e freddo come l’attuale è quella del trio, un combo ridotto, ma che può essere di spessore importante e ricco di contenuti, che può riscaldare le orecchie, la mente e il cuore, nell’ordine.

Alberto Giraldi trio

Alberto Giraldi Jazz trio
Ulisse
(Alfa Music/Egea)
voto: 8+

Apriamo con un trio classico, quello condotto dal pianoforte e supportato da contrabbasso e batteria. Protagonista il direttore del Conservatorio di Frosinone Alberto Giraldi, con la partnership dei precisi Giulio Ciani e Pier Paolo Ermanno Ferroni. Il suo ultimo progetto, Ulisse, vuole essere la narrazione di – recita il sottotitolo – “momenti, luoghi, volti dell’eterno viaggio immaginario”, con un appeal molto pregnante e carico di suggestioni. L’impostazione è di sapore jarrettiano, con una fusione tra classicismo modernizzato, linguaggio elegante e intense riflessioni.
L’eroe dell’eterno vagabondare – pur sempre con una meta da raggiungere, prima o poi – è il testimonial di brani “calmi” ma vibranti sottopelle, che il tocco educato del pianista spinge verso il meditativo e, non di rado, il poetico. Romantico nel senso alto del termine, Ulisse percorre traiettorie visionarie che sanno aprirsi qua e là a tessiture di ampio respiro, rigeneranti come la brezza marina di prima mattina, e che più spesso sanno interrogare la coscienza come i crepuscolari colori della sera oppure i ricordi dell’amore di una madre. Con omaggi vari, sparsi come cammei, a Petrucciani, al minimalismo, a Bach e all’amato Russell Ferrante.

Roberto Magris

The MUH Trio
Prague After Dark
(Jmood)
voto: 8

Un altro pianista di grande spessore, il triestino Roberto Magris, ci regala un album dalla caratura internazionale, perché quello è ormai il palcoscenico su cui abitualmente si muove. Stavolta è affiancato – il titolo Prague After Dark lo suggerisce subito – da una prestigiosa coppia ritmica ceca, entrambi sull’orlo dei 70 anni: il solido contrabbassista František Hulír dall’impeccabile cavata old style e il “lieve” batterista Jaromír Halešic. Il risultato è variegato e divertente, molto mainstream nei gusti, con un’alternanza discorsiva dei climi sonori, che vanno dalla riproposizione della “Joycie Girl” del pianista free Don Pullen, alla “Third World” dell’altro pianista Herbie Nichols, un brano be bop, e all’evergreen “In Love In Vain” di Jerome Kern, datato 1946.
Un ventaglio variegato come difficilmente più si potrebbe, cui però la bravura del leader, i suoi brani brillanti e pieni di vitalità “moderna”, la sensibilità mai invadente dei comprimari (intense e “giuste” anche le due track firmate Hulír), il mix di modernità e tradizione quasi ottenuto con il bilancino del gioielliere ne fanno un piatto ricco di vitamine e di fibre, consigliabile per ogni salutare dieta jazzistica.

Marco Boccia (foto di Marco Ranieri)

Marco Boccia trio
In The Park
(Alfa Projects/Egea)
voto: 8

Anche se la formazione è quella classica con il pianoforte come elemento cardine, il leader incontrastato, nonché autore di tutte le musiche, è il contrabbassista Marco Boccia, che debutta come titolare con questo ottimo In The Park. Il musicista di Bari, conosciuto per il suo lavoro in un altro piano trio, quello del pianista Vito Liturri, di cui è apparso da poco il riuscito From Beyond, riesce a proporre un sound ricco e diretto, senza inutili sottigliezze intellettuali e complicazioni estetiche.
Il disco è diretto e immediato, grazie a composizioni vitalistiche e dal gusto contemporary, capaci di colpire subito, epidermiche e piene insieme, e grazie all’ottimo lavoro del pianista Marino Cordasco, mai eccessivo, mai debordante, sempre preciso e nitido nella scelta discorsiva. Si sente che i brani sono nati al pianoforte, partendo sempre “da un’idea melodica che si sviluppa in modo naturale, come un flusso che cerco di non interrompere” – come afferma Boccia – e insieme si apprezza l’abilità del leader allo strumento, che vola nelle sue mani ammiccante e godibile. Tra blue note e momenti più intimi, interludi divaganti e loquela vibrante, In The Park è un’opera prima convincente e solida.

Colombo Menniti

Colombo Menniti trio
Five
(Alfa Projects/Egea)
voto: 7/8

Dedicato al maestro assoluto del trio pianistico, l’americano Bill Evans, di cui riprende anche cinque composizioni, è Five, che però propone la chitarra elegante di Colombo Menniti come protagonista, affiancata dai ritmi di Andrea Brissa e del dinamico batterista Francesco Scopelliti. Autore di un metodo su come approcciare con la sei corde la musica nata per il pianoforte, il 51enne musicista calabrese ha un approccio che “tracima largamente nell’adozione di un fraseggio importante, complesso, difficile, affascinante anche nella scelta timbrica” (Cesare Bianco).
L’infatuazione di Menniti per Evans è datata 1996, quando a New York incise un album, From Now On Everything Will Be Wonderful, con una sezione ritmica evansiana (il batterista Eliot Zigmund e il superbassista Eddie Gomez). Il culmine raggiunto oggi è l’evidente frutto di un lungo lavoro di cesello e di confronto, di indagine e di immedesimazione. Non per nulla gli altri cinque brani, che portano la firma del leader, si intrecciano a “Waltz For Debbie” oppure a “Walkin’ Up” senza mostrare cadute, senza indurre ad affilare le unghie della critica.

Accordi Disaccordi

Accordi Disaccordi
Accordi disaccordi
(autoprodotto)
voto: 8

Chiudiamo con un altro trio pianoless. E anche drumless, con la doppia chitarra e il contrabbasso, come si addice a ogni buona formazione gipsy jazz di reinhardtiana memoria. I due chitarristi torinesi Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi, cui si è aggiunto poi Elia Lasorsa, si sono uniti agli inizi del 2012, prendendo il nome da un film di Woody Allen. L’idea era quella di riproporre in chiave moderna classici degli anni 30, della tradizione manouche e brani attuali, anche pop, rivisitati.
Oggi, dopo una miriade di concerti (5 volte a Umbria Jazz, in Francia, in Russia, nei Musei Vaticani…), arrivano all’omonimo quarto cd, grazie anche al crowdfunding. Il repertorio, per la prima volta, è tutto firmato da Di Virgilio (a parte la conclusiva, cinematografica e cadenzata “Signor Noce” di Berlucchi) e supera brillantemente le parentesi dettate dal loro genere primo per involarsi verso un sound aereo, intelligente, ricco, lirico e capace di riferirsi anche a chitarristi del calibro di Pat Metheny e Michael Hedges. Pertinenti le limitate collaborazioni del clarinettista italoamericano Giacomo Smith e del violoncellista Oscar Doglio Sanchez. Loro lo chiamano ancora hot italian swing, ma così riducono un po’ troppo il ventaglio di una sensibilità artistica profonda, che sa incidere le emozioni di chi ascolta.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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