Diodato: “Racconto quello che vivo”

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Quando ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Antonio Diodato, conosciuto semplicemente come Diodato, ancora non si sapeva che, qualche sera dopo, sarebbe stato annunciato fra i nomi del prossimo Festival di Sanremo, capitanato da Claudio Baglioni. 

Il cantautore di origine pugliese, sul palco sanremese con Roy Paci, presenterà il brano Adesso. Una bella sorpresa per Diodato (e anche per noi), che era già stato al Festival con Babilonia nella sezione giovani. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Diodato, un giovane cantautore gentile e alla mano e con un bella capacità di scrittura dei suoi testi, nei quali è facile riconoscersi.  Ne è la prova il suo ultimo singolo, Cretino che sei, che racconta dell’innamorarsi di qualcuno anche quando ci si era ripromessi che non sarebbe più accaduto.

A gennaio dovrebbe uscire il suo nuovo album , ancora tutto un work in progress poiché <<ragiono per brano, non più per album>> ci racconta Diodato << Cretino che sei è il primo brano di un futuro album. Adesso mi sto vivendo questa libertà espressiva. La cosa bella è raccontare quello che stai vivendo adesso>>.

Come hai cominciato a scrivere musica?

Io ho fatto il percorso vecchio stile, ho iniziato proprio dalla cantina con gli amici e i miei vicini di casa che avevano questa cantina con tutti gli strumenti e andavamo lì il pomeriggio a suonare. E lì piano piano ho capito che potevo sfogare o comunque raccontare qualcosa di me, imparare anche a conoscermi meglio scrivendo delle canzoni. Quindi piano piano ho iniziato a scrivere le prime parole sulle melodie che mi venivano lì suonando con loro e sono nate le prime canzoni che erano veramente inascoltabili ma erano comunque un inizio. (ride n.d.r). Abbiamo cominciato a suonare a scuola, nei piccoli pub,e devo dire che suonare davanti a un pubblico ti aiuta a capire tanto anche di quello che scrivi. Finché sei rinchiuso nella tua stanza o con la tua band a suonare non ti rendi conto  fino in fondo di quanto quello che hai scritto possa davvero rappresentarti. Quando invece poi ti trovi davanti a degli sconosciuti, persone che in qualche modo ti giudicano anche o pensi comunque ti giudichino, capisci tanto anche di quello che hai scritto. Capisci se se ti rappresenta davvero.

Una sorta di operazione catartica.

Sì. Sono cresciuto tanto con i live, tantissimi anche in luoghi molto molto piccoli, poco attrezzati per i live anche…Tutte esperienze che poi ti servono tanto. Poi è arrivato il primo disco, gli incontri con il primo produttore, fino ad oggi.

Passare da spazi così piccoli al palco di Sanremo è sicuramente un bel salto, però se fatto in modo graduale ha un altro sapore, un altro valore.

Io l’ho vista come parte di un percorso, un altro passettino verso qualcosa. Non l’ho visto né come punto di arrivo né come punto di partenza. Venivo già da un po’ di anni di live. Ovviamente è un grandissima opportunità, è un palco molto importante.

Spesso è l’esperienza che viene a mancare, si bruciano le tappe. Se si ha la possibilità di vivere determinate esperienze, ci si arriva con un ‘altra consapevolezza.

Sicuramente. Almeno, a me è successo proprio questo. Io l’esperienza sanremese l’ho vissuta come una settimana di divertimento, ho portato tutta la band, tutto lo staff e le persone che avevano lavorato con me in quegli anni. Un piccolo premio per il lavoro che avevamo fatto e non sono andato lì né per fare la gara né per vincere qualcosa. Sono andato lì perché sapevo che era una grande opportunità per arrivare a tante persone che non mi conoscevano, che è poi quello che è successo.

Una cosa che ho notato, anche leggendo in giro sui social, è che molti (ma soprattutto molte) si ritrovano in ciò che scrivi, a cominciare dal tuo ultimo singolo, Cretino che sei.  Che effetto ti fa essere comunque a che utile in qualche modo ? Scrivere quello che gli altri vorrebbero dire?

La cosa strana è che si parte dall’opposto. Tu cerchi di mettere a fuoco quello che provi, le sensazioni che provi, e credi di raccontare qualcosa di molto intimo, di molto personale. Più quello che racconti rappresenta te stesso, più paradossalmente ti rendi conto che gli altri trovano un filo che li lega anche alle loro sensazioni. Me ne sono accorto quando sono andato al Festival con Babilonia. Credevo appunto di aver raccontato qualcosa di  mio, in cui sarebbe stato difficile identificarsi. Invece è successo l’opposto. Nel momento in cui mi sono messo a nudo, gli altri si sono riconosciuti in quello che avevo scritto. Da quel momento in poi ho capito che questa era la cosa forse più importante, far cadere le maschere, essere sinceri il più possibile soprattutto con me stesso. Questa era la cosa più importante.

Essendo qualcosa di vero e non costruito, è tutto un processo naturale, sia la scrittura che l’identificazione di ci ascolta.

Sì, non lo fai per far identificare gli altri. Tu racconti ciò che ti è successo ed è normale quando, come nell’ultimo singolo, racconti una cosa che è successa più a tantissimi.

Parlando di Cretino che sei mi sono detta “è davvero precisa”. Quando ci si espone così tanto, si rischia di essere più vulnerabili?

Sicuramente questo è vero. Però tutte quelle persone che si identificano con te in qualche modo ti proteggono anche da quelli che possono essere gli attacchi. Mi sono reso conto che in passato mettevo molte più barriere tre me  e gli altri e che però questa cosa qui non portava mai niente di buono. Allora ad un certo me ne sono fregato e lo faccio soprattutto, parliamoci chiaro, per me stesso. Perché mi rendo conto che quando lo faccio sto bene, riesco ad essere anche molto convinto di quello che sto facendo, perché quella cosa lì mi rappresenta appieno e mi viene da difenderla ancor di più. Quindi credo sia la strada giusta da seguire.

Un percorso di consapevolezza…

Un continua messa a fuoco di se stessi, questo almeno è quello che io faccio con la mia musica. Non è detto che sia quello che bisogna fare con la musica.

Credo stia tutto nel modo in cui si dice un qualcosa. Anche un sentimento così raccontato come l’Amore, se si racconta in un modo diverso, non banale, può avere anche altre chiavi di lettura per poterne parlare.

Credo sia fondamentale mettere se stessi, perché è quella la cosa che rende unica una canzone, un film, un’opera. Probabilmente è proprio di partenza, perché altrimenti è facilissimo cadere poi nello stereotipo o comunque in qualcosa di già esistente.

Hai scelto di fare, un p0′ di tempo fa, una cover della splendida canzone di De Andrè, Amore che vieni amore che vai., totalemente rivisitata sia come arrangiamento che come interpretazione. Come mai proprio questa canzone? 

Era un periodo in cui c’era questo forte legame con De Andrè. Ricordo di aver provato a suonare quel pezzo chitarra  e voce, e immediatamente mi sono reso conto che c’era qualcosa che mi legava a quelle parole lì. La scoperta è stata proprio capire che a volte si può raccontare qualcosa di se stessi anche attraverso le parole di qualcun altro. Una piccola illuminazione. Poi secondo me bisogna farlo con il proprio stile, il proprio approccio musicale. Quella è una cosa importante ed anche una forma di rispetto verso l’opera originale. Ovviamente la mia voce è molto diversa da quella di De Andrè e quindi immediatamente ho provato a cantarla in maniera completamente diversa. Quella cosa lì mi ha convinto ancor di più che poteva nascere una cover interessante. La conferma è arrivata con le prove con la band e lì è nato anche il riff che è diventato il riff portante del brano. Suonandole dal vivo ho notato delle reazioni importanti così ho deciso di registrarla e inserirla all’interno del mio primo album.

Ti è mai capitato di ascoltare una canzone e di pensare “Cavolo avrei voluto scriverla io”?

La stessa Amore che viene amore che vai rappresenta questa cosa qui. A mio avviso siamo davanti ad uno dei più grandi cantautori, non solo italiani. L’utilizzo che fa della lingua italiana è pazzesco. Per me è un esempio e sì, con De Andrè mi è capitato un bel po’ di volte. Poi è bello confrontarsi con gli altri e capire in cosa si può migliorare.

A proposito del nuovo album, ci hai detto che Cretino che sei NON anticipa nulla ma che è una sorta di fotografia di quello che sta vivendo adesso.

La cosa bella è anche raccontare quello che stai vivendo immediatamente ed una cosa che l’album non ti permette quasi mai di fare, perché tempi di lavorazione sono lunghi. Cretino che sei rappresenta quello che sto vivendo in questo periodo della mia vita e probabilmente il prossimo brano sarà tutt’altro. Però mi permetterà comunque di raccontare quello che sto vivendo. A volte scrivi una cosa e finisce all’interno di un album dopo due anni. Di tempo ne è passato e talvolta rappresenta un momento che hai vissuto e che non stai vivendo più. Poi comunque le canzoni hanno una vita propria. Tante volte ho rivalutato anche alcune cose che ho scritto anche perché mi rendevo conto che alla gente arrivava qualcosa. E magari le reinserisci nelle scalette, le riascolti tu stesso con una certa attenzione, una cosa molto particolare. Però si lega sempre al discorso che facevamo prima del live, del pubblico e della risposta che ha davanti alle persone che ti ascoltano.

 

 

 

 

 

 

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Nata in Calabria, classe ’86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.

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