Luciano Ligabue torna come regista di “Made in Italy” e non delude

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Ligabue

Luciano Ligabue torna dietro la macchina da presa a tre lustri di distanza da Da zero a dieci e realizza un buon film che è la trasposizione cinematografica della storia che già aveva raccontato con il concept album Made in Italy. Ovviamente, data la diversità dei mezzi espressivi, qui la storia è meglio delineata e Luciano ha la possibilità di raccontarla aggiungendo numerosi dettagli rispetto alle canzoni. Per esempio scopriamo che Riko, il protagonista, ha un figlio adulto. E quella che in musica era sintetizzata nella canzone I miei 15 minuti, nel film diventa uno dei momenti migliori, con una critica davvero pungente al modo di “fare informazione” ai giorni nostri: mentre è ricoverato in ospedale, dopo aver preso una manganellata nel corso di una manifestazione, Riko subisce l’assalto dei media. Rilascia un’intervista a una Tv, durante la quale spiega con abbondanza di particolari cosa è successo. Ma quando montano il servizio, tutte le sue spiegazioni vengono sintetizzate con una frase di poche parole che non significa nulla.
Ma partiamo dalla sinossi, così come riportata nella cartella stampa: Made in Italy è una tormentata dichiarazione di amore verso il nostro Paese, racconta con le parole e la musica di Luciano Ligabue, attraverso lo sguardo di Riko, un uomo onesto alle prese con una vita in cui tutto sembra essere diventato improvvisamente precario: il lavoro, il futuro, i sentimenti.
Ma se a volte rialzarsi non è facile, Riko ha scelto di non darla vinta al tempo che corre: c’è un matrimonio da difendere e riconquistare, ci sono amici su cui contrare e una casa da non vendere. Riko decide di rimettersi in gioco e prendere finalmente in mano il suo destino.
Ecco, questa è la sostanza della storia. Ligabue la racconta a modo suo, ambientandola nel mondo che conosce meglio, la Bassa Padana, e mettendoci dentro tutti i suoi “credo”: gli amici, il lavoro, l’integrazione sociale (ben rappresentata dalla locale comunità indiana), il cazzeggio.
In particolare i suoi fan, si accorgeranno che dentro c’è tanto Ligabue, anche privato. Non certo a caso all’anagrafe è registrato come Luciano Riccardo Ligabue, quindi quel Riko è il suo alter ego: è colui che potrebbe essere oggi se non forse diventato una popstar.
Dopo una partenza un po’ lenta, il film fila via veloce, strappando qui e là qualche sorriso grazie a battute piuttosto azzeccate, e facendo riflettere su come si sia trasformata (in peggio) la vita di oggi, soprattutto in provincia.
Intendiamoci, è un buon film, non un capolavoro. Qui e là c’è qualche scena che sarebbe stato meglio limare, per esempio la partita a carte con gli amici, il giro a bordo di hoverboard elettrici tra i resti dell’antica Roma o il pranzo a casa della famiglia indiana. Così come il monologo finale non ha l’impatto e la forza emotiva del Credo di Radiofreccia.
Però gli elementi a favore sono di gran lunga superiori a quelli che generano qualche perplessità. La colonna sonora è molto bella: ci sono brani già noti e altri rielaborati appositamente, oltre ad alcuni “rinforzi” come Waterfront dei Simple Minds, Heaven dei Psychedelic Furs e The Whole of the Moon dei Waterboys.
Ma soprattutto ci sono i due protagonisti, Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, perfettamente calati nella parte, quindi molto creibili. Lui ha sempre l’espressione giusta, quando balla, quando fa il bullo, quando è depresso, triste, felice oppure cazzeggia. Lei in un primo momento potrebbe sembrare troppo bella per un ruolo del genere, ma poi si immedesima a tal punto da far scomparire ogni dubbio. È davvero brava soprattutto in due momenti: quando confessa il tradimento e quando racconta la storia (vera, quindi ancora più difficile da narrare davanti a chi quella tragedia l’ha vissuta) del bambino abortito al sesto mese.
Il film, prodotto da Domenico Procacci, sarà nelle sale a partire da giovedì 25 gennaio (oltre 400 le copie distribuite da Medusa). Domani pubblicheremo una videointervista con Luciano Ligabue, Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.
Chiudiamo con un’ampia fotogallery con immagini riprese direttamente sul set da Jarno  Iotti e Chico De Luigi.

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".

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