Midnight in San Francisco (Beat Generation)

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« La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo »  (Jack Kerouac)

E’ un giorno terribilmente freddo. Il vento dalla Baia penetra in tutte le strade trascinando con sé enormi gocce di pioggia che, infischiandosene crudelmente di mantelli e ombrelli, ti inzuppano come solo un’onda del Pacifico sa fare. Mentre cammino sul marciapiede  della Columbus Avenue, reso viscido dalla gelida pioggia, scivolo a terra. E’ un attimo. Non capisco neppure cosa mi fa male, mi fa male ogni cosa. Mi rialzo, mi gira la testa.  In queste condizioni mi risulta difficile proseguire verso China Town. Decido quindi di trovare un rifugio.

Entro nel primo luogo pubblico che mi capita: una libreria. In un angolo c’è una sedia tra un dedalo di minuscoli corridoi fatti da scaffali stracolmi di libri. Mi siedo guardandomi intorno. C’è pochissima gente, ma d’altronde è orario di chiusura e presto mi manderanno fuori. Senza dovermi alzare, prendo un libro dallo scaffale di fronte a me, giustificando così la mia presenza. “Mexico City Blues” Jack Kerouac, autore a me noto.  Sfoglio distrattamente qualche pagina e mi rendo conto che non parla di blues. Sono poesie o meglio prose, molto originali e devo dire anche abbastanza musicali. -“Ha bisogno di qualcosa in particolare?” – Alzo la testa e mi rendo conto che non c’è più nessun cliente tranne quell’uomo, alto e brizzolato, eretto davanti a me.

-“Oh no, mi scusi, stavo solo curiosando. Immagino stia chiudendo, ora me ne vado”- Mi alzo in piedi e noto quanto quell’uomo sia più alto di me. Indossa abiti fuori moda, l’avevo notato anche sui pochi clienti che prima erano presenti nel negozio. Ha gli occhi molto vivaci e gentili. -“Non si preoccupi, chiudo sempre più tardi dell’orario normale. Praticamente vivo qui.” – Mi sorride e, spingendomi con cortesia, mi conduce più all’interno della libreria verso una scala di legno che porta al piano superiore. Lungo la salita, sulla parete, sono esposte fotografie incorniciate che rittraggono noti personaggi e che, probabilmente, sono state scattate qui alla “City Lights Bookstore“.

 

Seguo il padrone di casa mentre sale la scala e arriva in un salotto con un grande tavolo al centro e con le pareti ricolme di manifesti e bigliettini scritti a mano. -“Qui mi ritrovo con tanti amici a chiacchierare, discutere sugli eventi di questo nostro mondo. Vengono spesso Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Corso e molti altri autori e poeti, che stanno descrivendo questa nostra generazione. Ultimamente si è aggregato anche Dylan, un giovane autore di canzoni. Lui è di Duluth, in Minnesota, anche se ora vive prevalentemente al Village, a New York. Credo sia molto interessante. Ti piacerebbe sentirlo?”- In inglese è il tono della voce che ti fa capire quando passi dal “lei” al “tu”. “Ah, non ci siamo ancora presentati, io mi chiamo Lawrence e tu?”- Io ho bisogno di riprendermi. Sono confuso. Lawrence mi ha appena citato nomi che conosco bene. Protagonisti di un’epoca letteralmente rivoluzionaria. Purtroppo tutti scomparsi, a parte Bob Dylan e, ovviamente, il titolare della libreria, Lawrence Ferlinghetti, il quale mi dice che si incontra qui con loro, usando il verbo al presente. Sono molto scosso. Cosa sta succedendo?  –

“Mi chiamo Massimo, arrivo dall’Italia, sono  appassionato di musica, di libri, di arte in genere e …”- “Bene Massimo, per queste tue passioni, mi piaci e se tu volessi sentire Dylan potresti precedermi al bar, qui a fianco, il “Vesuvio“. E’ un covo di matti ma è un posto simpatico per bere una cosa, chiacchierare e sentire, ogni tanto, della buona musica”-Sentire Dylan in un bar? -“Certo, può essere interessante. Allora io inizio ad andare” – dico con voce ancora tremolante per la confusione che ho in testa. Non voglio neppure fare domande per evitare di apparire ancora più sciocco di come già mi sento. -“Metto a posto delle cose, chiudo il negozio e ti raggiungo. Troverai gente strana, non ti spaventare, sono innocui”- aggiunge Lawrence sorridendo.

Il Vesuvio si trova proprio sull’angolo della stradina che lo separa dalla libreria. Cerco di vedere il nome della viuzza ma la targa è talmente vecchia che non è leggibile. Sta ancora piovendo. La strada è bagnata e buia, solo una debole luce illumina l’ingresso del locale. Apro la porticina e pulisco le suole sullo zerbino. Sento un guaito. Seppure nell’oscurità, mi rendo conto di aver calpestato un cane scheletrico steso sullo zerbino. Sento urlare verso di me -“Assassino”-. L’uomo seduto su un alto sgabello davanti al bancone tiene una birra in una mano e, con l’indice dell’altra,  mi indica minacciosamente. Entro timidamente ed ho tutti gli occhi puntati su di me. Come qualcuno avesse premuto il tasto “pausa”, sono tutti immobili nella posizione che precedeva il mio incauto ingresso in scena. Nessuno parla, tranne l’uomo al bancone che continua a borbottare. Mi avvicino proprio a lui e chiedo scusa con l’aria di chi sa di aver compiuto un atto crudele ma del tutto involontario. Da dietro il bancone il barista, mentre sta asciugando dei bicchieri, interviene:-“Non ti preoccupare. Quel cane non può stare peggio di prima. Anzi, ci hai fatto capire che è ancora vivo. Comunque non sei l’unico che lo calpesta e a lui piace comunque stare lì”-

 

Mi siedo sullo sgabello libero a fianco all’uomo che borbotta e mi rivolgo a lui con aria afflitta: -“Mi dispiace, non l’avevo proprio visto.”- tendo la mano e aggiungo-“Mi chiamo Massimo. Sto aspettando Lawrence”. L’uomo mi prende la mano con due dita e, con disgusto,  la allontana:- “Questo locale è pieno di italiani, di ebrei, di comunisti, di omosessuali, di ciarlatani e uno in più non ci serve”- Mentre lo dice si gira verso il tavolino che si trova a pochi metri da noi e che ospita un nutrito gruppo di personaggi-“Guardali, tutti poeti. Tutti a cercare parole raffinate per descrivere un mondo miserabile. ” Li osservo anch’io. Mi sento mancare. Riconosco volti, così come dovevano essere molti anni prima: Allen Ginsberg, Gregory Corso, Neal Cassady, Peter Orlovsky ed un giovanissimo Dylan. Sorrido timidamente.

Allen Ginsberg, quello con la barba e gli occhialini, interviene:- “Non te la prendere, è innocuo. La sua rabbia è solo alcolica, ma è una brava persona. In realtà sono io il suo bersaglio. Per lui faccio parte di una specie illogica: ebreo, comunista, omosessuale, con qualche dollaro sul conto ed una casa a Big Sur.”-Poi rivolto all’uomo che borbotta, aggiunge con sarcasmo -“Eh Jack, tutto quello che tu non vuoi essere e non puoi avere” – Quindi rivolgendosi nuovamente a me -“Jack è un vagabondo, non si ferma da nessuna parte, anche se in realtà, nonostante abbia superato i quarant’anni, vive ancora con sua mamma. Nessun altro lo ospita per più di tre giorni, nessuna donna gli sta insieme per più di tre giorni. I pochi soldi che recupera dai libri li spende o qui o nei peggiori bar del Village a Manhattan”

Finalmente capisco chi è l’uomo di fianco a me al bancone: Jack Kerouac. Provo un po’ di tristezza e stupore, per ciò che mi sta succedendo. Io so come va a finire ogni loro storia: tutti avrebbero superato i settant’anni, tranne proprio Kerouac ed il suo amico Neal Cassady. Mentre rifletto su questa strana situazione entra nel locale Lawrence Ferlinghetti. -“Ciao gente, non avrete spaventato il nostro nuovo ospite con i vostri discorsi sconclusionati? Hey Bob, gli hai fatto sentire qualcosa? Sei l’unico tra questi folli ad avere un linguaggio comprensibile ed il notro amico ama la musica”. Dylan, che sino ad ora era rimasto estraneo ai battibecchi, assorto nei propri pensieri, si gira verso di noi con aria interrogativa:-“Tu, come Gregory e Lawrence, sei italiano, il Paese della lirica, delle opere. Io canto canzoni spoglie, scarne. Per nulla divertenti, principalmente irriverenti. Questo per far capire che non possono essere interpretate a comando”- sorridendo per la prima volta, aggiunge -“Ci vuole un’atmosfera adeguata ed in questo posto, tra fumo, alcol e parole a sproposito, non c’è”.

Bob ha l’aria annoiata e io non desidero sentirmi la causa o il motivo per cui si dovrebbe mettere a suonare. Potrei suggerirgli qualche brano che non ha ancora scritto e farlo passare per mio. Grande idea, ma non me la sento di cambiare la storia, approffitando di questa strana situazione. Certo, un domani trovare il mio nome scritto di fianco al suo, sui suoi dischi, non sarebbe male. Essere presente alla consegna del Nobel per la letteratura, come coautore della sua testimonianza letteraria, sarebbe fantastico. Non so in che anno sono capitato, ma stando ai discorsi e a ciò che ho visto, credo che potrei suggerirgli un pezzo che fa “Once upon a time you dressed so fine …” oppure, sicuramente “Knockin’ on Heaven’s Door” di Dylan-Bonelli. Che tentazione. Non posso correre il rischio. Magari Dylan queste canzoni le ha già in mente e si farebbe troppe domande su come possa io, ora, suggerirgliele. Meglio sorvolare e non crearmi problemi, la situazione mi sembra già paradossale.

Vengo distolto da questi macchinosi pensieri da un’esclamazione:-“Qui vicino suona John Coltrane, un musicista autentico, non imballato dal sistema”- Gregory Corso sembra eccitato dalla propria proposta. “Coltrane è un mio collega”- interviene  sarcastico Kerouac -“Dicono che io sia un jazzista della letteratura ed il paragone non mi dispiace.” Ginsberg, senza lasciargli respiro, ribatte:-“Coltrane è un musicista, collabora con altri musicisti, suona nei concerti, pubblica dischi. Sembra un uomo con le idee chiare. Non è un orso solitario e un ubriacone come te.” Kerouac si sente provocato:-“Non sono un orso, forse un ubriacone, ogni tanto  anche strafatto ma come lo siete  voi. Solo che voi avete avuto vita facile con i vostri scritti. A te, Ally, se non ci pensava Lawrence, rischiando soldi e libertà, nessuno ti avrebbe pubblicato una riga. Io mi sono sbattuto, mi son cercato editori coraggiosi e, come spendo i soldi guadagnati, sono fatti miei.”

Nessuno raccoglie l’invito ad andare a sentire John Coltrane. La discussione va avanti a lungo e io la sto vivendo con distacco. Ascolto e penso. Sento le voci, talvolta i contenuti, ma i miei pensieri volano al di sopra delle loro parole. Non è che voglia tenermi lontano da questi temi che diventeranno religione, sono semplicemente sopraffatto dalla tentazione, un inquietante desiderio di irrompere nella loro discussione con le mie future verità alle loro passate domande. Oh, poter dire loro che la Beat Generation è come la musica Grunge, il Rap o il Punk. Qualcuno ricorda i nomi dei protagonisti, talvolta si ascolta una canzone, ma il mondo è andato avanti senza di loro. Un paio di canzoni di John Lennon hanno fatto più proseliti di tutta la letteratura in questione. Il solo Keith Richards degli Stones, nella sua vita, ha trasgredito più di tutti i poeti maledetti, vittime della loro stessa confusione. Bob Dylan, che di maledetto ha solo il carattere, vi sopravviverà con le sue ballate folk a tal punto da venire insignito di vari titoli, per vari meriti, da vari presidenti e regnanti.

Il vociare all’esterno dei miei pensieri prosegue. Sono in tre o quattro a discutere animatamente, mentre Dylan ha imbracciato una chitarra e la sta accordando in mezzo a quella confusione. Ginsberg mi sta osservando. Sì, Ally, come lo chiamano qui, mi sta guardando, anzi mi sta scrutando come avessi un calamaro in testa. Si alza e si avvicina a me. Mi avvolge tra le braccia e mi sussurra all’orecchio:-“Molte delle cose che avverranno, nasceranno grazie alle nostre follie letterarie: le comunità hippie, i movimenti di protesta, le canzoni di John Lennon, il peace and love, Easy Rider, il punk, Lou Reed, Patti Smith. In tutte queste cose ed in molte altre, riconoscerai la nostra cultura, quella che viene definita la “Beat Generation” e, se come tu dici, un giorno Bob Dylan riceverà il premio più ambito, lo riceverà anche per tutti noi, felici o maledetti, ma profondamente capaci di aver evidenziato il linguaggio di una o più generazioni.”

In quell’istante Bob Dylan inizia a suonare facendosi largo nel vociare del gruppetto: “Hey! Mr. Tambourine man, play a song for me. I’m not sleepy and there is no place I’m going to …” Ally mi accarezza il capo, mi sorride con complicità, quindi ritorna al suo posto. Io sto incantato ad ascoltare il giovane Dylan che si esibisce ad un metro da me al Vesuvio,  un piccolo bar fumoso all’angolo sulla Columbus Avenue, la strada che, insieme al quartiere del Village a Manhattan, ha dato origine alla controcultura, alla nuova letteratura, alla Beat Generation.

Quando saluto la compagnia, pochi sono rimasti sobri. Qualcuno mi fa un cenno con la mano, qualcuno resta immobile con l’occhio spento.  Esco ricordandomi del cane sullo zerbino, ma dev’essersi rifugiato altrove. Sento con piacere l’aria fresca. E’ già quasi l’alba. C’è un po’ di luce. Alzo lo sguardo sulla targa della stradina che divide il Vesuvio dal City Lights Bookstore e noto la scritta “Jack Kerouac Alley”. Mi giro per dare un’ultima occhiata al bar in cui ho trascorso la notte e, naturalmente, è  buio e con un cartello che indica Chiuso per ristrutturazione.

“L’aria era soffusa, le stelle così belle, la promessa di ogni vicolo acciottolato così grande, che pensavo di essere in un sogno .”   Jack Kerouac – “Sulla Strada”

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Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

1 COMMENTO

  1. Adesso asciugo le lacrime, e penso alla mia gioventù, oggi sarà una giornata piovosa e meravigliosa.
    Grazie Massimo

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