Kriptonite e ‘nduja con Turi: “Il mio futuro è vivere il presente!”

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Come vi ho sempre raccontato sono un nostalgico della musica rap della mia giovinezza: in passato ho avuto l’onore di poter incontrare e raccontarvi i fratelli Cellamaro ovvero Tormento ed Esa, icone intramontabili di questo suono, di base a Varese ma con nelle vene sangue calabrese.
Proprio la Calabria che in quel periodo ha probabilmente dato i natali all’elite della musica rap italiana. Già, perché oggi ospite di questo spazio ci sarà un altro “calibro calabro” di livello assoluto, ovvero il grande Turi: un flow inconfondibile e una continua ricerca musicale che ne hanno fatto una vera icona, un artista che ha saputo sempre mantenere un’identità musicale, anche ai tempi di Robba Coatta, quando la via verso il trash era forse quella che commercialmente avrebbe reso di più.
E’stato per me un onore poter parlare con lui e potervi far raccontare della sua carriera. E mi raccomando, se non avete mai sentito suoi pezzi… Beh, è ora di farlo, perché Turi crea dipendenza! Enjoy!

Sono solito iniziare le mie interviste chiedendo all’intervistato di suggerire un disco da mettere in sottofondo mentre si legge… Tu che disco consiglieresti?
Direi che l’ideale sarebbe un mixtape qualsiasi della serie Robba Coatta. “La banda del Trucido”, ad esempio.

La tua carriera decolla a Roma, quando incontri Tommaso Piotta e Squarta e nasce la crew Robba Coatta. Raccontaci del vostro incontro e di come decideste di sposare le vostre idea musicali.
Ho conosciuto Squarta nel 1994 in un negozio di dischi a San Lorenzo, il famoso Disfunzioni musicali ed è nata subito una solida amicizia. Dopo un paio di mesi di frequentazione uscì fuori il nostro primo demo tape, ovviamente con i beats suoi e rime del sottoscritto. Nella crew c’era anche un altro ragazzo che rappava insieme a me, ci chiamavamo Malaffare.  Grazie a quella cassetta arrivarono le prime esperienze dal vivo e i primi complimenti. Piotta, che già aveva un nome nel circuito, fu uno di questi. Propose successivamente a Squarta di lavorare insieme a dei nuovi mixtape e così nacque la crew Robba Coatta. Non c’era niente di programmato nella nostra musica, semplicemente eravamo tre ragazzi innamorati dell’hip hop e consapevoli già dall’inizio che scimmiottare il disagio dei neri dei ghetti americani fosse la peggior mossa da compiere. La nostra caratteristica era la genuinità, la passione per il groove cosiddetto “funkettone” e tanta goliardia. Sì, perché il nostro scopo era intrattenere e divertire, e non recitare ruoli che non ci appartenevano.

 Tecnicamente e musicalmente il livello era decisamente notevole: un flow da fare invidia su beat di livello. Eppure la notorietà per Robba Coatta arriva dopo il Supercafone, che vi ha dato visibilità ma che rischiava di mettervi un’etichetta trash addosso. Come hai gestito questa situazione e soprattutto come sei riuscito a mantenere quella spiccata identità musicale?
In tutta sincerità, col senno di poi, ti posso dire non c’era nessuna formula magica. Semplicemente il merito di non esser cascato in trabocchetti discografici atti a snaturarmi va attribuito totalmente al mio istinto ed alla mia incoscienza. All’epoca non c’erano tutorial su YouTube o wikipedia…

 Erano i tempi del “calibro calabro”, la scuola calabrese aveva elementi di altissimo livello come te, Lugi, Ango Sprite, ma gli stessi fratelli Esa e Tormento, nonostante geograficamente residenti a Varese, hanno nelle vene sangue calabro. Mangiavate qualcosa di particolare da quelle parti o è solo casualità?
(ride, ndr) No, non credo. Niente alimenti a base di kriptonite e ‘nduja…

Dopo Robba Coatta parte la tua carriera da solista dove, a mio parere, scrivi delle pietre miliari di questo suono. Partiamo da Cosa vuoi da me?, dove al di fuori della splendida ironia (e sacrosanta verità) riesci in una grande impresa, ovvero unire una sonorità molto underground ad un flow che la rendono sempre attuale ed orecchiabile. Come nacque questo pezzo?
Ti ringrazio per i complimenti!  Beh, il pezzo nacque di getto, una notte d’inverno, dopo grottesche frequentazioni che credo tu possa immaginare. Penso sia stato il primo brano italiano rap, dove l’argomento “donne” veniva finalmente trattato senza i soliti filtri musicali a base di cuore, amore e luoghi comuni. Finalmente qualcuno trattava l’argomento da un punto di vista diverso.

So che i tuoi testi nascono dalle tue storie di vita, quindi ora puoi dirmelo… Alla fine questa ragazza ha ceduto al tuo fascino?
La verità?  Sì! (ride, ndr)

Un disco, L’amico degli amici, che ha un ottimo successo e diversi riconoscimenti e che spiana la strada per Lealtà e rispetto, album che secondo me ha raccolto decisamente troppo poco rispetto al suo vero valore. Tu che ne pensi?
Ti do pienamente ragione. Vendere la mia musica come si deve è sempre stato il mio più grosso difetto. Ammetto di essere un pessimo manager di me stesso.

Mixare Calabrese ed americano… Come è nata questa idea?
E’ nato tutto per gioco: con alcuni miei amici cazzeggiavamo spesso mischiando parole americane col dialetto calabrese, facevamo parodie di pezzi famosi. Col passare del tempo mi sono accorto che il mix linguistico calabro americano era incredibilmente musicale e fluido, ho iniziato così a registrare pezzi quasi per scherzo.  La cosa che più mi stupì fu quando durante un grossissimo concerto a Milano, ho fatto dal vivo un paio di pezzi con quella nuova formula, ma senza avere aspettative. Beh, non ci crederai, ma il posto stava quasi per esplodere! La gente impazzì per quel nuovo stile.

Ipotizza che io sia un ragazzo che non ha mai ascoltato un tuo pezzo… Quali sono i 3 in cui ti identifichi maggiormente?
Bella domanda. Chi mi conosce sa che non sono tanti i pezzi che amo del mio repertorio. Non per fare lo snob o altro, semplicemente perché mi stufano presto. Comunque così al volo ti posso dire Cosa vuoi da me, Capeesh e Il Contagio.

Se ti dicessero “scegli un beatmaker ed un artista per fare un featuring per il tuo pezzo perfetto”, per chi opteresti?
Più che beatmaker preferirei produttori. Quincy Jones e Pharrell Williams… Non sarebbe male.

Social, Youtube ecc… a mio parere hanno abbassato il livello della musica (nel nostro specifico hip hop, ma forse anche in generale). Secondo te questi mezzi rappresentano una buona opportunità di conoscenza e visibilità o hanno reso solo la musica un’accozzaglia per tutti?
Condivido a pieno il tuo parere, ma purtroppo è il mondo che va avanti. Se ci pensi, in generale, i mezzi a disposizione dell’umanità cambiano di continuo e tu non puoi fare altro che adattarti, e se sei intelligente sfruttarli per fare del bene. Nell’ambito artistico, nello specifico in quello musicale, l’esplosione dei social, ad esempio, ha amplificato tantissimo il fenomeno di canzoni usa e getta e artisti della domenica, ma ha anche portato dei vantaggi innegabili a tutti: se penso alle volte che sono andato in posta a spedire cassette mi viene il vomito, mentre adesso con gli mp3 mandi tutti i tuoi album a tuo cugino in Australia mentre stai stravaccato sul divano di casa tua.

Cosa c’è nel presente e nel futuro di Turi?
Alla tenera età di 41 anni ti posso dire che ho capito un concetto molto importante e lo abbraccio a pieno: il mio futuro è vivere il presente.

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Tutti mi chiamano Pillu da pochi giorni dopo la mia nascita, a Roma nel 1980. Musicalmente nasco e cresco nella Black dove mi sono cimentato e mi cimento sia come rapper che come DJ. La musica è una costante nella mia vita e nella mia mente, che fa voli pindarici. Ogni situazione che vivo ha un motivo di sottofondo. Amo ogni genere musicale purchè mi trasmetta qualcosa, che sia Giovanni Allevi o Skrillex, perchè il suono deve colpirmi l'anima ed accompagnarmi nella pellicola che scorre nella mia testa.

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