Amazing Grace

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Amazing Grace, how sweet the sound, that saved a wretch like me….”

E’ palese il mio smisurato amore per Grace Slick, donna meravigliosa, interprete straordinaria, simbolo e icona di una generazione eterna di fanciulli in fiore alla ricerca di qualcuno da amare, volontari della rivoluzione. Grace Slick sospinta verso il sole, da un vento spagnolo … Como la Libertad.

Lei ti fa sognare e tu sogni di lei. Sogni di te e di lei. Tu, comune mortale, e lei, riflesso terrestre delle stelle che nella notte vedi brillare nel cielo. Ti sogno California.  Il sogno ti permette di essere con lei, non capisci quando, non capisci dove, ma tu sei con lei. Giovani in una giornata autunnale con pochi soldi in tasca. Giovani in una domenica autunnale a San Francisco o a Milano. Certi dettagli sono identici. Solo l’odore del mare potrebbe fare la differenza, ma c’è troppa nebbia per sentirlo.

Iniziava a farsi sera. Con la nebbia stava scendendo anche un po’ di umidità. Le luci della strada e dalle finestre delle case dipingevano di colori sognanti le goccioline che, invisibili e impalpabili, scendevano a bagnare le foglie degli alberi che gli alberi non avevano più. Avevamo trascorso un bel pomeriggio. Ci tenevamo stretti camminando. Ci tenevamo stretti anche al cinema nel seguire “West Side Story“. Così Grace era Maria ed io Tony. Lei Giulietta ed io Romeo. Ci tenevamo stretti pur rincorrendoci a passi di danza su musiche immaginarie. Leonard Bernestein dirigeva la colonna sonora per noi lungo la strada, dirigeva anche i sorrisi ed i movimenti  dei passanti che entravano involontariamente a far parte del nostro film, del nostro pomeriggio, del nostro sogno. Nella sua straordinaria musica, solo io notavo richiami di un rock ancora da  nascere. Riconoscevo le chitarre dei Jefferson Airplane, i cori di Paul Kantner, il blues degli Hot Tuna, i paesaggi assolati ed i lenti passaggi  dei Grateful Dead.

Sulle note più romantiche, nel momento più elevato di quell’atmosfera fiabesca, Grace ed io ci baciammo. Appassionatamente, ci baciammo. I suoi baci mi fecero sentire il caldo rovente delle dune californiane. I nostri corpi rotolavano liberi e spogli tra la sabbia, mentre Jerry Garcia recitava la sua lenta, dolce ed ipnotica serenata. Come fu lungo quel bacio. Fu talmente lungo che quando rinvenni lei mi disse: -“Ora devo andare, si è fatto tardi”. Fui pervaso da una tristezza infantile. Quel gioco non doveva finire. Grace non se ne poteva andare. “Accompagnami alla fermata del tram, così stiamo insieme sino all’ultimo momento” -mi disse.

Wooden Ships“, navi di legno sull’acqua della pioggia, liberissime e disponibili a portarti via da me. Ma sul buio ed infinito viale, visibile in tutto il suo lungo percorso, il tram non appariva. C’era da aspettare e lei era ancora con me. Abbracciata a me. L’unico motivo per cui quell’attesa poteva diventare drammatica? Avevo un impellente necessità di urinare. Mi era chiaro che questo bisogno materiale toglieva il ricamo romantico in cui tutto il pomeriggio era stato tratteggiato, tra musica, amore e balli. Era un’urgenza. E la luce del tram non appariva nel buio orizzonte. Grace iniziò una cantilena sottovoce, con dolcezza:-“(Triad-Jefferson Airplane) You want to know how it will be, Me and him or you and me.You both stand there your long hair flowing, Your eyes alive your mind still growing” e, guardandomi direttamente negli occhi, mi disse:-“Cosa possiamo fare ora che entrambi ci vogliamo bene”. Sarebbe bastata la sua voce per farmi innamorare. Ed il tram non arrivava.

Mentre Grace cantava con la sua voce straordinaria quelle dolci parole d’amore, tenendo le labbra a sfiorarmi le orecchie, io, avevo avvistato alle nostre spalle un tradizionale “vespasiano”, un bagno pubblico, la salvezza. Ed in fondo al viale apparì la luce: il tram. Lei, con quella voce rubata agli angeli, continuava a sussurarmi:-“C’è la luna che chiede di restare abbastanza a lungo perché le nuvole mi portino via in volo. Bene, è giunto per me il momento di andare, non ho paura. La mia voce sbiadita canta d’amore, ma lei grida per lo scorrere del tempo … “(Grace di Jeff Buckley). E lei piangeva appoggiata al mio braccio, osservando addolorata verso la luce  che avanza.

Anch’io provavo dolore. Combattuto tra la tristezza di dover a breve rinunciare ad una così immensa bellezza e l’impellenza corporale, spietata e crudele.  Avrei voluto e potuto ascoltare dalla sua voce tutta la storia di “Manhole“. Ma il tram procedeva velocemente, insensibile alla nostra breve storia d’amore e, nello stesso tempo, lentamente per la mia profonda ed imbarazzante sofferenza. Convergevo le gambe quasi ad incrociarle, cercando di lenire l’impulso osceno. Una mano in tasca a premere e  stoppare qualsiasi involontaria iniziativa. Il tram si fermava nuovamente lontano, raccogliendo persone felici, come sanno essere tristemente felici le persone la domenica sera. Altre scendevano, guardandosi attorno come chi ha sbagliato città. Potevamo avere forse ancora un minuto, una fermata e Grace se ne sarebbe andata, portando con se il suo fascino e la sua voce. Lei aveva necessità di caldo. Doveva tornare tra Monterey e Big Sur, tra Santa Monica e San Diego, dove le gigantesche onde venivano cavalcate con lo stesso impeto delle dita lungo le corde della chitarra mentre suonano “Sunfighter“. Qui la pioggia cadeva ancora.

La mia resistenza era al limite. Ero di fronte ad un bivio, ad una scelta fondamentale: salutare Grace  e correre verso il bagno pubblico con la speranza di tornare prima  che lei se ne fosse andata, oppure resistere, con quelle poche forze che mi erano rimaste. Avevo il timore che lasciandola non l’avrei più rivista. Quindi dovevo resistere ed attendere con lei l’arrivo del tram. Ed il tram stava arrivando. La luce frontale ne annunciava la vicinanza. Quella stessa luce che tagliava la leggera nebbia e metteva in evidenza l’invisibile pioggia che aveva appiattito il casco selvaggio dei capelli di Grace. Dovetti abbandonare la presa dell’intimo bloccaggio  per abbracciare, in un ultimo slancio d’amore, la donna dei miei sogni. Il tram si era fermato davanti a noi. Soffrivo profondamente, ma nel contempo vedevo avvicinarsi il momento della liberazione corporale. Non riuscivo neppure ad emettere parola per il timore di rilassare la capacità di trattenuta urinaria.

Grace, tendendo le braccia verso di me, salì sul tram come se la stessero portando via con la forza. Io iniziai il countdown verso lo sblocco della diga. Una volta sul tram, Grace si posizionò al finestrino posteriore, in modo tale da sfruttare la nostra reciproca visione sino all’ultimo istante. Era bella come il manifesto di una rockstar posato sul vetro. Il tram si mosse. Il sogno stava per finire. Ero perduto, non potevo andarmene mentre lei con la mano mi inviava baci soffiando sul palmo. Nonostante il freddo umido, stavo sudando. Avevo già iniziato a rilassare i muscoli del ventre e quindi diventava difficile reimpostarli in modalità d’attesa. Il timore che la mia forza non fosse sufficiente e la spinta superasse l’argine della diga, era reale. Il tram si allontanava ma la donna dei miei sogni era sempre lì, con la sua manina in movimento come un tergicristallo, a salutarmi. Con la coda dell’occhio misuravo la distanza tra me ed il bagno pubblico, pochi secondi, pochi drammatici secondi.

Mi resi conto che c’era una curva di fronte al tram. Una volta superata, il tram sarebbe scomparso dalla mia vista ed io dalla vista di Grace. Coraggio, forse ce l’avrei fatta. Avevo tutte e due le mani infilate nelle tasche, non riuscivo più a rispondere al saluto che appariva lontano ma ancora visibile. Estrassi con cautela una delle due mani e inviai il mio ultimo saluto. Il tram girò la curva e Grace sparì dai miei occhi. Con lei sparì anche il suono di mille chitarre. Certo era una tragedia, ma non ci pensai, lanciandomi a tutta velocità verso il bagno pubblico, Questa era la priorità. Pazienza, non c’era neppure la luce. Finalmente, anche se al buio, in piedi con la speranza di non sbagliare la mira, scatenai quanto fino a quel momento era stato trattenuto. La liberazione fu marginalmente rovinata dalle oscene ingiurie gridatemi da colui che, sempre al buio, quindi invisibile ai miei occhi, era seduto di fronte a me e faceva tranquillamente i suoi bisogni.

Era stata una domenica da sogno. La dolce intimità con Grace, tenero coniglio bianco, la sua voce, il suo calore, avevano dipinto l’atmosfera di tanti colori. Ma le cose si stavano mettendo molto male ed era consigliabile mi svegliassi in fretta, il bruco chiamava.

Se tu vai a caccia di conigli, e ti accorgi che stai per cadere, dì a loro che un bruco che fuma il narghilè ti ha mandato a chiamare” (White Rabbit -Jefferson Airplane)

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Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

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