Il “Desert yacht club” dei Negrita, tra chitarre ed elettronica (recensione)

I Negrita (Pau, Drigo e Mac) tornano a 3 anni di distanza da "9" con "Desert yacht club", un album con undici brani inediti composto nel deserto del sud-ovest degli Stati Uniti. Oltre allo stile classico dei Docs per la prima volta nella loro carriera troviamo anche tanta elettronica. La recensione "track by track".

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Negrita

Desert yacht club
Negrita
2018
(Universal)
voto: 6

A tre anni di distanza da 9 e dopo la parentesi celebrativa dell’anno scorso per i vent’anni di XXX tornano i Negrita con un nuovo album di inediti, dal titolo Desert yacht club, che contiene undici tracce inedite, scritte e composte dai Negrita e prodotte da Fabrizio Barbacci.
Il titolo, Desert yacht club, non è un semplice nome, ma un vero e proprio omaggio ad un luogo d’ispirazione: l’omonima oasi creativa fondata da Alessandro Giuliano nel deserto di Joshua Tree in California. A tal proposito i Docs hanno dichiarato: “Ebbene sì, ancora una volta, la California. Per molti versi, molto dell’immaginario con cui ci siamo presentati al mondo più di vent’anni fa era iniziato proprio da lì, per poi trasformarsi in un rapporto che, tra arrivederci e clamorosi ritorni, ci aveva tenuti sempre legati a quei luoghi così densi di mitologia. Sapete come funzionano queste cose, certi amori non finiscono mai”.
Come ci hanno raccontato nell’anteprima riservata alla stampa “Il deserto è il luogo per antonomasia dove sei costretto a fare i conti con te stesso, perchè non c’è niente, e quindi abbiamo scelto di andare lì anche per superare una crisi che stavamo vivendo negli ultimi anni, guardarci in faccia e capire cosa fare del nostro futuro. Per questo motivo Desert yacht club può essere considerato come un nuovo inizio per i Negrita. Il metodo di lavoro è stato totalmente diverso rispetto al passato, e siccome è il disco è nato “on the road” in questa trasferta nel sud ovest degli Stati Uniti, abbiamo scelto per motivi logistici un’attrezzatura minimalista, con un paio di chitarre prese in affitto a Los Angeles e un computer, con cui creare loop ed effetti.”

L’album si apre con Siamo ancora qua, che sembra quasi essere un manifesto d’intenti su quello che andremo ad ascoltare nell’intero disco, e per certi versi è così: “la musica è cambiata e rispondiamo all’assalto”, canta Pau, e vicino ad alcuni spunti che ricordano i Negrita “classici” troviamo tanti inserti elettronici. Ma forse quello inserito proprio nel bel mezzo del brano porta il pezzo fuori dal mood, andandone a sciupare le buone potenzialità.
No problem ricorda molto le sonorità de L’uomo sogna di volare trasportate al giorno d’oggi e col suo andamento è uno dei pezzi più validi dell’intero disco. Il testo sembra voler ribadire il concetto, ancora una volta dopo il pezzo d’apertura, sul nuovo corso musicale intrapreso dalla band (“lo dirà il tempo cosa siamo / saremo quel che meritiamo”).
Un altro mid tempo è Scritto sulla pelle, che si apre con uno dei classici riff di chitarra di Drigo ed ha il ritornello rafforzato da una chitarra funkettona. Questi elementi stilistici lo rendono probabilmente il brano che più di tutti riporta alla mente i Negrita di qualche tempo fa, mentre il testo fa riferimento alle esperienze che facciamo nella vita, che raccontano di noi e ritroviamo tutte scritte sulla nostra pelle, siano esse tatuaggi, cicatrici o semplicemente lividi (“come ferite che non nascono / storie di andate senza ritorno / storie tatuate di amore e lividi”).

Non torneranno più è probabilmente il miglior brano dell’album: pezzo che parte acustico tra folk e country con un testo che lascia spazio alla nostalgia, ma solo per un giorno, e allora ecco un elenco di cose che non torneranno più, da Roby Baggio alla naja, passando per Kurt Cobain (“io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti / ma oggi no. / Lasciatemi i miei santi nel giorno dei rimpianti”).
Si prosegue con Voglio stare bene, ballad dall’intro blueseggiante che si candida per essere uno dei prossimi singoli, e in cui si va alla ricerca di un modo per stare bene in un mondo difficile, con l’ultima strofa che Pau dedica alla figlia (“e tu che studi il cosmo e l’universo ma che sei piccola così / ti sei piazzata di traverso in questa vita qui”), e si passa a La rivoluzione è avere 20 anni, mid tempo che è un po’ l’altra faccia della medaglia di Non torneranno più: qui infatti dal momento nostalgico che si prova a 50 anni si guarda alle nuove generazioni, con un bridge caratterizzato dalle parole di Ghandi (“be the change you wanna see in the world”) passando anche per le contraddizioni dei social, che ci fanno sentire connessi con tutti anche quando in realtà siamo soli (“siamo dentro una rete ma connessi con tutti, e siamo sempre più soli, troppo cablati per uscire fuori”).
Milano stanotte è un altro mid tempo che ricorda il sound dei Negrita di 10-15 anni fa e racconta la nightlife milanese, a passare da un locale all’altro, da un drink all’altro, in giro per la città, che alla fine della nottata però chiede il conto.
Tocca a Ho scelto te, ballad che musicalmente ricorda alcune sonorità di Brucerò per te e in cui si cerca un posto sicuro in un mondo che viene definito un “barracuda”, tra terroristi, arrivisti, Gesù Cristo e Giuda, e allora si certa di gettare lo sguardo e il cuore più in là, per “non vedere più finestre ma angoli di cielo”.
Adios paranoia ha un arrangiamento diverso da quello che era stato presentato con la pubblicazione del singolo qualche mese fa e, spogliata di tanta elettronica che la vestiva in precedenza, risulta molto più godibile della precedente versione, e mostra con più efficacia le sue potenzialità e la sua anima latina.
In Talkin’ to you troviamo l’unico featuring dell’intero album. Tutto il brano è un curioso mix tra hip hop e funky: la base musicale ha tiro e pompa, con un bell’assolo finale di Drigo, e con l’intervento di Ensi arriva il secondo featuring rap della storia dei Docs (l’altro era quello di Gabriel O Pensador su Sale).
Chiude l’album Aspettando l’alba, unico pezzo del disco ad essere cantato da Drigo, che ne ha scritto anche il testo. E’ molto diverso dagli altri brani di Desert yacht club e anche dagli altri pezzi dei Negrita che in passato sono stati cantati dal chitarrista. Musica quasi totalmente elettronica, con un effetto che rende anche il suono della chitarra simile a quello di un sintetizzatore e un’atmosfera generale che in prima battuta potrebbe lasciare un po’ spiazzati. Il testo parla di un addio e dall’attesa di un’alba che però sembra non arrivare mai, specchio della crisi personale che ha colpito Drigo qualche anno fa e che ora è fortunatamente alle spalle, ma rimane fotografata in questa canzone che va a chiudere il disco (“Questo è un S.O.S. / Sono ancora qua / Fuori da un bar / Sto aspettando un’alba / Che non arriva mai”).

Negrita

In conclusione, per chi in questo album cerca il rock dei Negrita di un tempo (cose alla XXX o alla Reset, per capirci) rimarrà deluso: loro stessi hanno detto che non amano ripetersi e che se in fase di lavorazione del disco un pezzo ricorda troppo qualcosa del passato viene scartato. Però lo stile dei ragazzi di Arezzo è sempre inconfondibile ed emerge tra le pieghe dell’album, anche di brani che spingono pesantemente sull’acceleratore non ce ne sono, e le uniche canzoni un po’ più ritmate sono Siamo ancora qua e Adios paranoia.
Ascoltando il disco viene da pensare a quali brani possano rimanere come classici nel repertorio dei Docs e se dobbiamo scegliere il nostro pezzo preferito è senza dubbio Non torneranno più.
Se si può fare un appunto, forse la troppa elettronica invece di fare da supporto ad alcune canzoni le appesantisce di una zavorra eccessiva togliendo potenzialità a brani che sembrano averne.

Ecco la copertina dell’album e la tracklist:

1. Siamo ancora qua
2. No problem
3. Scritto sulla pelle
4. Non torneranno più
5. Voglio stare bene
6. La rivoluzione è avere 20 anni
7. Milano stanotte
8. Ho scelto te
9. Adios paranoia
10. Talkin’ to you (feat. Ensi)
11. Aspettando l’alba

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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