Ry Cooder, arriva il libro “definitivo” dedicato al “viaggiatore dei suoni”

E così, ancora una volta, dobbiamo ringraziare Aldo Pedron. L’autore e giornalista varesino, reduce dall’altrettanto convincente e prezioso saggio dedicato ai Beach Boys, prosegue il suo viaggio in controtendenza sui troppo spesso ripetitivi scaffali nostrani di settore. Sempre accompagnato da Arcana, ci accompagna lungo la cinquantennale carriera del poliedrico genio di Santa Monica, eternamente diviso tra album autografi, collaborazioni, colonne sonore e world music

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Ry Cooder

“Prima c’è Ry Cooder e poi veniamo tutti noi”. Lo sostiene, genuinamente e deferentemente, il grande Sonny Landreth in sede di presentazione (e, se davvero non conoscete il genio di Lafayette, già emerge un primo e serio problemino…). Se, poi, non vi dice nulla neppure il nome di Ryland Peter Cooder, allora le lacune si moltiplicano in maniera piuttosto inquietante.

Già, perché l’orgoglio di Santa Monica costituisce una figura seminale e imprescindibile per qualsiasi discografia che si rispetti: polistrumentista, solista, cantante, band leader, autore, produttore, mecenate, studioso, scopritore & valorizzatore di talenti, esempio eclatante di acuto patrocinatore della world music, scrittore e creatore di alcune delle colonne sonore più incisive e memorabili del cinema statunitense (da The Long Riders e Paris, Texas all’ingiustamente trascurato I guerrieri della palude silenziosa; da Strade di fuoco e Alamo Bay fino a Geronimo e al modesto Mississippi Adventure che, se non altro, ha avuto il merito di traghettare in tutto il mondo la leggenda di Robert Johnson).

La copertina del libro di Aldro Pedron dedicato a Ry Cooder

Sarà anche un caso ma, alla fine, il buon Aldo Pedron finisce sempre per condurci dalle parti della California; sarà pure una combinazione ma, anche in questa circostanza, l’autore e giornalista varesino continua a regalarci sinceri viaggi nella vita e nell’arte di artisti tanto seminali quanto di nicchia (in Italia, almeno…), tanto talentuosi e poliedrici quanto incisivi, influenti e inconfondibili.

Ovviamente, con la tastiera e l’esperienza di Pedron di mezzo, siamo ben lontani dall’inutilità di produzioni monografiche ruffiane con ricerche da Wikipedia o raffazzonati instant book alla ‘prendi la borsa e scappa’ tra uno scatto carpito con il cellulare, immagini estratte dalla rete e testi (quando previsti…) da pessima fanzine d’altri tempi.

Quindi, per (ri)parlare correttamente ed esaurientemente di Ry Cooder in queste lande ci voleva proprio un tipo serio, meticoloso e preparato come Pedron. Uno, per capirci, che già scriveva accuratamente e professionalmente saggi e monografie specializzate quando ancora non esisteva Google. E quando persino l’apporto di Internet era tutto in divenire e rubacchiare idee, foto e notizie o millantare saperi per lettori di bocca buona era assai meno agevole rispetto oggidì. Lo studioso lombardo, e in questo caso anche specifico super fan, si occupa, del resto, di ‘musica scritta’ da oltre trent’anni: è stato tra i fondatori de Il Mucchio Selvaggio e ha diretto L’Ultimo Buscadero, prima di  ‘rilassarsi’ nelle vesti di semplice collaboratore da rivista specializzata (Jam su tutte).

Con i suoi volumetti ha sempre cercato di regalare qualcosa in più agli altri, invece di regalare qualcosa in più alle sue saccocce o al suo ego, magari puntando su soggetti da prima serata e folle tanto oceaniche quanto presenzialiste. Come a dire: nel mio piccolo (o grande, dipende dai punti di vista) cerco di fare un pizzico di cultura e informazione! Suo, tanto per capirci, anche il finora unico volume italiano dedicato proprio a Cooder (uscito nel 1998 con 144 pagine e ora quasi completamente riscritto, raddoppiato e finalmente riedito dopo una ventina d’anni da icona per collezionisti) e sue anche le interessanti Guide Rock riservate a New Orleans. E, guarda caso, alla California.

Aldo Pedron affiancato dal suo juke-box valvolare Ami Continental 2 del 1961

Ed eccoci, dunque, nel vivo di Ry Cooder – Il viaggiatore dei suoni (Arcana, brossura, 379 pagine e 23.50€ ben spesi) che, fin dalla copertina color verde cactus con ritratto dell’artista firmato da Valerio Marini, offre note piuttosto esaustive, puntando al sodo senza andare a caccia di fumosi giochini grafici per facilitare la lettura e attrarre i curiosi. Anche gli scatti, per la verità, qui sono rigorosamente in b/n e ridotti al minimo indispensabile (meno delle dita delle mani di un falegname maldestro…), proprio per non distrarre da una lettura comunque snella, agevole e ben frazionata.

Ne esce così un tomo non solo in grado di costituire un completamento ‘definitivo’ per il mercato italiano (enciclopedie e testi generalisti a parte, ovviamente), ma anche agile, fantasioso e persino didascalico. Un volume completo e articolato, approfondito ma scorrevole, adatto ai neofiti ma utile anche ai più esperti cultori non solo del sound californiano e del soggetto in questione.

Pedron, del resto, arriva dalla cultura approfondita delle fanzine (fan magazine) dei primi anni Settanta, quando già si divideva tra la macchina da scrivere e il ruolo di responsabile dell’ufficio della UPS-SCS all’aeroporto di Milano Malpensa. Ora, da pensionato, archiviate per un po’ anche le esperienze da produttore discografico e promoter, organizzatore e direttore artistico, ritorna nelle vesti di collezionista e studioso dando a Cooder, per anni condizionato da un sano ma atavico terrore del palco, quello che merita.

Infatti, proprio partendo dal saluto iniziale di Sonny Landreth, lo scrittore di Cassano Magnago prosegue affidandosi a una competente prefazione del collega Gianni Zuretti e all’introduzione del più riconoscibile Ezio Guaitamacchi. Quindi, archiviata anche la ovvia pratica di una sintetica carta d’identità del protagonista, subito ben sei capitoli per andare dalla nascita del Nostro (Santa Monica, 15 marzo 1947) agli anni della formazione (seminale il palco dell’Ash Grove), dai gruppi giovanili come i meteorici Rising Sons fino all’impatto con la follia creativa di Captain Beefheart, il ruolo di richiestissimo sessionman e la celebre chiamata in studio da parte degli Stones nel 1969.

Aldo Pedron legge nella sua music room

Maestro indiscusso della chitarra bottleneck e slack key, del mandolino, del bozouki e del banjo “è probabilmente – giura Pedron con convinzione – lo strumentista più eclettico mai prodotto dal rock. Benché – aggiunge l’autore – la sua versatilità non si limiti a un eccelso stile compositivo ed esecutivo”. C’è da aggiungere che, senza dubbio, nessuno o quasi “meglio di lui è riuscito ad addentrasi nei molteplici linguaggi della musica popolare americana: dal folk al blues, dal r’n’r al tex-mex, passando attraverso r’n’b e soul. Oltre a svariate e variopinte musiche internazionali: africana, hawaiana, irlandese e giapponese”. Non a caso, il celebre e imitatissimo progetto Buena Vista Social Club è proprio farina del suo sacco con la (ri)scoperta di leggendari senatori isolani quali Compay Segundo, Omara Portuondo, Ibrahim Ferrer e Rubén Gonzàlez su tutti.

Fondamentali, tecnica sopraffina di Cooder a parte, anche le schede di tutti gli album pubblicati a sua firma (solo la straordinaria Across the bordeline meriterebbe un trattato a parte…), ma anche l’analisi delle collaborazioni e delle centinaia e centinaia di prestigiose session. Si va da quelli solisti del vecchio millennio (1970-1995) fino a quelli usciti tra il 2002 e il 2013, inseriti nell’Appendice insieme a note sulla sua collezione privata di strumenti e al gran finale con Bibliografia, Videografia, Premi e riconoscimenti, i Trenta brani essenziali secondo Pedron e persino il Web.

Senza dimenticare l’inserimento finale di utilissimi spartiti e tablature per inguaribili completisti, fino alla travolgente esperienza con la musica cubana di fine millennio. E, ancora, i miti e le influenze che ne hanno condizionato la carriera (da Mississippi John Hurt ai contemporanei Flaco Jiménez e David Lindley con i quali ricordo di averlo visto al Palatrussardi di Milano nel luglio 1990), i compagni di viaggio (da Taj Mahal e Ali Farka Tourè fino ai Chieftains, a Jim Dickinson e al mai troppo celebrato John Hiatt con il quale Cooder mise in piedi anche il supergruppo Little Village con Nick Lowe e Jim Keltner), i suoi strumenti, il suo stile e i suoi studi, i giudizi e le testimonianze di colleghi e giornalisti, nonché un’intervista telefonica datata 1997.

Questo, per ora, basta e avanza. In attesa di ritrovare nuovamente il prolifico Pedron a Natale, questa volta affiancato a quattro mani da Maurizio Galli, tra le pagine di un volume fiammante dedicato questa volta all’epopea dei Creedence Clearwater Revival di John Fogerty. Probabilmente, la più grande ‘three minutes songs band’ di ogni epoca. E, come sempre, si resta nel Golden State.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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