Gianni Morandi fotografato nella toilette di un autogrill. Se fosse stata una donna?

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Gianni Morandi
Foto di Simone De Luca

Immaginatevi questa scena: una ragazza, con i pantaloni abbassati, seduta sul gabinetto, in una toilette pubblica. A un certo punto entra un uomo, magari sulla sessantina, capelli bianchi e barba ispida. Lei non lo conosce. Lui le scatta una foto e la pubblica su Internet. In un batter d’occhio l’immagine fa il giro del web.

Il seguito? Il seguito è facile da immaginare: orde di femministe (ma non solo: anche uomini, donne pacate, bambini, cani) che si scagliano (a ragione) contro l’uomo, additandolo come un maniaco. La situazione etichettata come lesiva della privacy. In una parola? Molestia sessuale. Grande calderone in cui negli ultimi tempi abbiamo visto inserita qualsiasi cosa al di sotto della linea di tolleranza del matrimonio religioso con dieci figli (se undici, ancora meglio). Con la conseguenza che, a rimetterci, sono proprio le vere vittime del reato, ormai quasi banalizzato.

Comunque, tutta questa è fantasia. Non c’è nessun uomo che si sia intrufolato in una toilette pubblica fotografando una ragazza con i pantaloni abbassati. Non c’è nessuna orda di femministe/donne pacate/uomini/cani che si è scagliata contro un comportamento tanto lesivo della privacy. E quindi stiamo parlando di fantasia? Ni. Perché una foto simile che circola sul web c’è. Protagonista, però, non una ragazzina sconosciuta e indifesa che potrebbe essere assurta a nuovo manifesto delle Femen. A scattarla, nessun uomo dalla barba ispida. Bensì una donna, Luisa, sulla cinquantina che, vedendo Gianni Morandi entrare nella toilette di un autogrill, ha pensato bene di seguirlo, scattandogli una fotografia proprio mentre lui faceva quello che normalmente una persona fa nel bagno di un autogrill. E poi pubblicando la fotografia su Internet. Il buon Gianni, da “papà buono” d’Italia qual è, ha a sua volta pubblicato lo scatto su Facebook, ammettendo che in un primo momento aveva mandato la signora a quel paese. Poi, però, resosi conto dell’irrilevanza della questione, insieme alla moglie si era fatto una risata.

Ma la questione è veramente irrilevante? Partiamo dal punto di vista “estetico”. La fotografia non mostra “nulla” di Gianni Morandi. E poi abbiamo appena visto Vittorio Sgarbi seduto sul gabinetto intento a “vendere” Di Maio come lassativo. Insomma, non è certo del moralismo che vogliamo fare.

E allora qual è la questione? La prima: un’intrusione nella sfera privata di una persona che non necessita di ulteriori specificazioni per essere condannata, da quanto è evidente. Palese, oggettiva.

E la seconda questione? Quella che dicevamo all’inizio. Proviamo a invertire le parti. Proviamo a pensare a cosa sarebbe successo se al posto di Gianni Morandi, in quel bagno, ci fosse stata una donna. Il tutto si sarebbe risolto in una risata? L’episodio sarebbe stato etichettato come semplice manifestazione di cattivo gusto da parte di un fan su di giri e privo di sensibilità? Allora in tal caso lo stesso lo si potrebbe dire di uno stupro, persino di un omicidio. Esistono reati “fisici” (non solo “virtuali” o ad appannaggio dei “ricchi”) commessi anche da impiegati di banca in giacca e cravatta. Tutti, però, hanno come presupposto un disturbo psicologico o psichico, certificato o meno, che è alla base di un qualsiasi comportamento lesivo della personalità altrui. Quindi, perché non giustificare uno stupro come frutto del disturbo psicologico di un uomo? Perché sarebbe ingiusto. Ogni fattispecie si compone di una miriade di specificazioni, alcune delle quali abbracciano anche rami della psiche umana. Ma, senza addentrarci in sentieri tanto complessi, parliamo banalmente di rispetto ed educazione. E allora torniamo al nostro ragionamento a parti invertite: se al posto di un uomo di mezza età, famoso, la cui reputazione non sarà certo intaccata da un episodio simile, ci fosse stata una donna, le reazioni sarebbero state le stesse? Quasi sicuramente, no.

E allora impariamo, donne e uomini, a considerarci realmente pari, in ogni situazione. Non esiste una violenza unilaterale. Basta al corporativismo femminile. E basta anche alla retorica maschile. Vogliamo dare un significato vero alla parola “parità di genere”? Allora diamole un significato concreto. Impariamo a riconoscere le fattispecie, astratte, e sovrapporre loro i comportamenti concreti, chiamando le cose con il loro nome. Sempre. Solo così avremo raggiunto la reale parità tra uomini e donne. Per gli “onori”, ma anche per le cose meno piacevoli.

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Nata a Venezia, studentessa di Giurisprudenza a Padova e giornalista a Milano. Classe '93. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, D.Repubblica.it e Young.it. Giornalista pubblicista, da sette anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia. Mi trovate anche su Amica.it, la Nuova Venezia, il Mattino di Padova, la Tribuna di Treviso, FoxLife, Trentino, Alto Adige, DireDonna e Italpress.

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