Nello studio di registrazione di Mina per il suo nuovo album

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L’appuntamento è alle 14.45 presso la sede milanese della Sony. La destinazione, una di quelle che, solo a pronunciarla, fanno tremare dall’emozione: lo studio di registrazione di Mina, a Lugano, per la prima volta pronto ad accogliere degli “estranei”. Ad aspettarci c’è il figlio, Massimiliano Pani. È lui che ci introduce all’ascolto del nuovo album della madre, Maeba, in uscita domani. «Riceviamo in media tremila cd all’anno, ognuno con quattro-cinque pezzi. Lei li ascolta tutti: ora si sta dedicando a quelli di due anni fa. Non le interessa che l’autore sia famoso o sia uno sconosciuto: la sola cosa che conta è che la canzone sia bella e in linea con la sua idea di album». Ascoltare il nuovo disco di Mina nello studio di registrazione di Mina è sicuramente una di quelle esperienze che rimangono. Pani preme play e suonano le note de Il tuo arredamento, una delle canzoni uscite dalla penna e dallo strumento di uno “sconosciuto”: Zorama.

Massimiliano Pani nello studio di registrazione di Mina a Lugano

Il suono è potente. Casse, mixer, strumenti a valvole. Al piano superiore, strumenti e microfoni. Nelle altre sale, anche vecchi strumenti analogici. Solo uno è lì “per bellezza”. Gli altri, anche i più agés, vengono comunque utilizzati. Dipende dal tipo di suono ricercato. Acustico, elettrico. Dall’altra parte del vetro c’è la saletta dove si suona. Le pareti non sono dritte: è un discorso di suono. Un lungo pianoforte a coda, uno Steinway custom acquistato da Arturo Benedetti Michelangeli, e poi un altro strumento per veri feticisti: l’Hammond su cui suonò Battisti. Per questo Massimiliano Pani ha attaccato una foto dei due sul legno che lo copre. E poi una grossa cassa della Rhodes.

L’impressione è quella di trovarsi in un luogo senza tempo. Tra vecchi strumenti, fotografie in bianco e nero, immagini che celebrano le certificazioni, una dedicata alla Mina di Topolino. E poi i tantissimi dischi. Un’atmosfera senza tempo che muove dal passato, ma che torna irrimediabilmente alla contemporaneità con il suono, potente e fresco, che esce dalle casse. «La modernità di Mina consiste nel suo prendere le canzoni e farle sue. Da pezzi pieni di tecnica e di polmoni come Il tuo arredamento, ad altri cantati con un filo di voce, come Last Christmas. Alla Sony erano perplessi: uscire con un pezzo natalizio a fine marzo? Abbiamo chiesto loro di ascoltare la canzone e poi darci un giudizio. L’hanno ascoltata e ci hanno dato ragione». E poi i tantissimi generi affrontati: «Volevo scriverti da tanto è la classica ballatona italiana che apre il disco. A chiuderlo, però, è Un soffio follia di Boosta. Perché mia mamma è una pazza! Ha messo anche una cover di Elvis: Heartbreak hotel».

A lavorare all’album tanti “senatori” dello strumento italiano, affiancati dalle giovani leve della nostra musica. C’è anche un duetto con Paolo Conte: in napoletano, su una canzone scritta da lui. A minestrina: due anziani che raccontano il loro amore di fronte a un piatto di minestra. Tutti brani scelti personalmente da Mina: «Avevamo pronte venti canzoni. Di queste, dodici (più una bonus track) sono finite nell’album. Chi sceglie i pezzi? Lei. Se ha dei dubbi chiede dei pareri. Ma alla fine la decisione definitiva spetta sempre a lei: noi ci limitiamo a dire “Augh!”». Scelte, studio e di solito un “buona la prima”: «Arriva in studio e fa due take dall’inizio alla fine: la prima di solito è quella giusta, la seconda la fa per sicurezza. Poi basta. Il suo è un approccio da jazzista: si gioca tutto nella prima registrazione. Perché dalla seconda il musicista inizia a codificare e toglie l’anima delle canzoni. Il risultato è la fotografia di qualcosa di bello, ma sterile. A lei invece interessa l’emozione. La tecnica ce l’ha, quindi punta alla “botta”. Il “sangue”, le lacrime. Arriva in studio sapendo esattamente cosa fare. A volte lascia anche delle sporcizie, prediligendo il sentimento alla perfezione».

Un approccio da jazzista, dicevamo, per un album che infatti ha delle marcate influenze jazz. E poi il rock e lo swing, fino ad addentrarsi anche nell’elettronica e, addirittura, nella psichedelica. Un’eterogeneità che sembra contraddire l’idea iniziale di “tratto comune” che le tracce dell’album dovevano seguire: «Il fil rouge? L’eterogeneità. Mina ha trovato tantissime cose belle, l’una diversa dall’altra. Quindi ha deciso di “estremizzare”, rendendo il disco completamente eterogeneo. È un album pieno di “cose da chiodi”, ma con un’anima. È un lavoro con tanta musica dentro, con tanto coraggio, energia e classe. Se c’è una sintesi dell’album, questa è il suo gusto».

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Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia. Mi trovate anche su D.Repubblica.it, Amica.it, La Nuova Venezia, il Mattino di Padova e la Tribuna di Treviso.

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