Bettye Lavette ovvero quello che in Italia non succede. Mai.

0

Mai.

Mai.

Mai.

Prendete una VOCE vera, dolente, potente, cazzuta.

La fate cantare perché la necessità è quella, necessità interiore, volontà, destino. La fate cantare alla fine degli anni 60, poi, si sa come vanno certe cose, malgrado l’impegno, la Vita prosegue e la carriera musicale viene accantonata.

Dopo aver calcato i palchi con esordienti come Otis Redding e leggende acclarate come Clyde McPhatterBen E. KingBarbara Lynn, la Nostra vede la sua carriera imboccare una serie di strade chiuse salvo poi venire riscoperta nel 2000 grazie alla resilienza di un collezionista di dischi soul francese che pubblica una serie di pezzi rimasti inediti, portando la Lavette a un contratto discografico con la AntiRecords, la stessa etichetta di Tom Waits e altre stranezze.

Ecco perché non potrebbe mai succedere la favola della Nostra nella nostra italietta.

L’industria discografica del nostro paese di santi e navigatori epoeti, probabilmente ha cessato di esistere qualche decennio fa, immolata sull’altare di una necessità di conoscenza della materia che, se non parte dalla passione, è impossibile.

Ci sono altri aspetti e uno di questi è la miopia della nostra industria, una miopia che tende a ignorare qualsiasi elemento di “classic rock” o “soul” non capendo che il target di questi dischi è fatto da persone che i dischi li comprano ancora, fisicamente e stanno dando nuova vita al mercato del vinile.

Io nel mio piccolo avevo previsto “tutto quanto, dati cause e pretesto” e infatti, una decina di anni fa a Modena, silenziosamente, abbiamo iniziato a fare delle serate in uno splendido luogo che si chiama “il posto” ove abbiamo degustato (e continuiamo a farlo),  straordinari dischi in vinile con esempi live, se siete curiosi, andate a visitare la pagina facebook del “posto” qui https://www.facebook.com/ilpostomodena/

Ora, che c’entra tutto questo con Bettye Lavette e il suo disco di canzoni di Bob Dylan?

C’entra, perché il disco è un sontuoso, signorile, straordinario lavoro di appropriazione di un repertorio che è patrimonio dell’umanità, uscito per l’etichetta Verve e prodotto dal genio che risponde al nome di Steve Jordan, colui che muove la bacchette per Keith Richards, presente nel disco, ma anche per il trio di John Mayer nonché una serie pressochè infinita di musicisti selezionati.

Steve ha chiamato Pino Palladino al basso elettrico e la chitarra di Larry Campbell, già con Bob Dylan dal 1997 al 2004.

Il disco è straordinario, suonato in sottrazione per lasciare la voce della Lavette librarsi sulla musica, c’è un tocco di Marvin Gaye lì e un cenno al reggae delle origini là, sopra tutto i grandi testi letterari e infiniti di Bob che hanno obbligato la Lavette a qualche decisione drastica, come la riduzione di qualche strofa e l’inserimento di alcune parole e riferimenti che servono a personalizzare l’effort della cantante.

Il disco è qualcosa che in Italia non vedrete mai, vero è che la posizione dell’indotto musicale all’interno della nostra economia è infinitesimale rispetto agli Stati Uniti ma questo non è una giustificazione.

Grande, grandissima musica.

 

 

 

CONDIVIDI
Bassista, cantante, scrittore. Trenta anni di rock’n’roll on the road! Dai Rocking Chairs a Luciano Ligabue, tante note e tante storie di r'n'r!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here