Un film e una mostra raccontano la tormentata vita di Van Gogh

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Van Gogh
Per tre giorni nei cinema italiani, il 9-10-11 aprile, sarà possibile vedere il film Van Gogh tra il grano e il cielo, su soggetto e sceneggiatura di Matteo Moneta con la regia di Giovanni Piscaglia e la colonna sonora di Remo Anzovino. In seguito il film andrà sugli schermi di altri 50 paesi del mondo. È Valeria Bruni Tedeschi, dalla chiesa di Auvrers-sur-Oise, che racconta le varie fasi della vita e dell’arte di Van Gogh, che in vita non ebbe la fortuna di essere apprezzato per quello che poi gli sarà riconosciuto dopo la scomparsa.
La sua arte attinge da un mondo contadino e il film mette in luce questo aspetto legato alla terra, il tentativo fallito di frequentare un’accademia dell’arte dove si dipingeva il nudo con modelli in carne o ossa . Nelle sue tante lettere comunicava al fratello Theo che preferiva dipingere persone nell’atto pratico delle attività lavorative. Contadini che lavoravano la terra soprattutto.
Nel film la parabola artistica di Van Gogh viene raccontata in parallelo con la vita di Helene Kroller Muller che, a vent’anni dalla scomparsa dell’artista, inizia a raccogliere le sue opere per realizzare un Museo nel Parco Nazionale De Hoge Veluwe. Molte delle opere di questo museo sono state trasferite alla Basilica Palladiana di Vicenza per una mostra curata da Marco Goldin, presente alla rappresentazione cinematografica e che ha ricordato alcuni appuntamenti che saranno al centro della mostra che prosegue fino all’8 aprile.  Nel film, oltre che vedere nei dettagli molti quadri del pittore, si tracciano i percorsi che hanno portato il pittore a trasferirsi prima ad Arles, dove dipinge il quadro con il ponte dove passa una carrozza mentre alcune donne stanno facendo il bucato.
In Provenza esprimerà la sua passione per le distese di grano, ma Van Gogh trascorrerà del tempo anche a Parigi, a Montmartre, per inebriarsi di quella che era la pittura dominante, cogliere ispirazioni e acquisire un diverso sistema di pittura che lo porteranno a inserire colori sgargianti. Per illuminare la notte come fa in uno dei suoi quadri più riusciti, quello del Cafè Le Soir. Stringerà un forte contatto con Gauguin e i due passeranno del tempo insieme in Provenza, ma Gauguin preferì andarsene dopo una furiosa lite con Van Gogh, il quale ne ricavò un forte trauma, al punto che per punizione si taglio parte dell’orecchio.
Come da autoritratto, uno dei tanti dell’artista, quelli che più di ogni altro soggetto hanno conquistato l’interesse di Helene Kroller Muller che vedeva in Van Gogh il riflesso della sua personalità, perché anche lei era alla ricerca di un valido motivo per credere in qualcosa che andasse oltre le convenzionalità. Così, per entrambi, il rapporto con la religione non poteva risolversi con la semplice frequentazione delle funzioni in chiesa. Helene capisce che molte cose in comune la legano a Van Gogh e si impegnerà tutta la vita alla promozione della sua arte.   Gli assegnarono il nome Vincent, perché così si chiamava il fratello che un anno prima era scomparso. Un rimpiazzo, una scelta che il tormentato Van Gogh si porterà addosso, fino al suo ultimo periodo, quando la sua pittura diventa più orizzontale, nel cercare pace tra le distese della natura, nella rappresentazione de «La notte stellata» dove i colori che emergono sono freddi, tendenti al blu. Una storia breve la sua, interrotta a soli 37 anni, ma ricca di colpi di scena e di una cospicua produzione realizzata in solo dieci d’anni di attività.
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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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