Live Nation lancia l’idea del “prezzo dinamico” per i biglietti dei concerti

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Live Nation
Foto di Elena Di Vincenzo

Con un’intervista rilasciata a Luca Dondoni e pubblicata dal quotidiano La Stampa, Roberto De Luca, boss di Live Nation Italia, torna sulla spinosa questione del secondary ticketing, ben lungi dall’essere risolta nonostante se ne parli ormai da un paio d’anni e per la quale si è giunti persino in tribunale con due diversi procedimenti giudiziari: uno si è chiuso a Roma con l’assoluzione, il secondo a Milano è ancora in corso.
Roberto De Luca osserva che a suo avviso non è cambiato nulla: «Basta andare su un qualsiasi sito di secondary ticketing – dice a La Stampa – e dare un’occhiata ai nomi degli artisti e ai biglietti che vengono venduti. Non è cambiato nulla e non ci possiamo fare niente. In più, anche se per assurdo potessimo un giorno chiudere questi siti, che facciamo, chiudiamo Facebook dove i ragazzi (e non solo) vendono e rivendono biglietti tutti i giorni?».
Subito dopo rincara la dose, affermando che a suo avviso «il costo ufficiale dei biglietti è troppo basso». Questo, a onor del vero, lui e la società che rappresenta, è da molto tempo che lo stanno ripetendo; passando dalla teoria alla pratica: infatti negli ultimi anni il costo medio di un biglietto per un concerto in Italia è aumentato non di poco, e c’è da scommettere che in un prossimo futuro aumenterà ancora.
Argomenta De Luca: «Se la gente continua imperterrita a comprarli sul mercato secondario vuol dire che ha i soldi per farlo. Una mia conoscente proprio ieri ha pagato una cifra folle per un artista italiano che la figlia voleva vedere a tutti i costi. Poi, con il biglietto in mano, ha chiamato Live Nation per lamentarsi. C’è confusione, chi compra sul secondary poi magari si rivolge agli organizzatori ufficiali perché i prezzi sono alti».
A questo punto propone quella che a suo avviso sarebbe la soluzione: il prezzo variabile, un po’ come succede per i biglietti degli aerei, decisi da un algoritmo.
Spiega l’AD di Live Nation a La Stampa: «Ritengo logico che il biglietto possa avere un prezzo variabile, che possa cambiare nel tempo. Questo potrebbe sconfiggere il mercato secondario, il tanto strombazzato tagliando nominativo crea solo problemi e ulteriori costi. La soluzione potrebbe essere il biglietto “dinamico”. Un settore può costare 100 euro e a seconda della richiesta, può essere variato in alto come in basso. Se ne vendono? Alzi il prezzo. Non se ne vendono? Lo abbassi, anche di 20 o 30 euro».
Idea in teoria interessante, se non fosse per il fatto che di norma con escamotage di questo tipo a rimetterci sono gli appassionati di musica. E gli imprenditori (ruolo che in teoria dovrebbe comprendere anche un margine di rischio d’impresa) vedrebbero i propri guadagni sempre più garantiti. Non è forse giunto il momento di iniziare a dire che il problema non sarà mai risolto se si continueranno a fare produzioni sempre più faraoniche (e spesso artisticamente senza senso) e se i musicisti “top level” insisteranno nel volersi riempire le tasche in modo esagerato?
Del resto il business non è piccolo. È lo stesso Roberto De Luca a ricordarlo: «L’Italia rimane il sesto mercato al mondo per la musica dal vivo, dopo Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Giappone e Francia. Nei primi venti Paesi del mondo il fatturato dell’industria dei concerti è di 24 miliardi di dollari, mentre la vendita dei dischi genera 15 miliardi e 800 milioni. Una differenza sostanziale. Si respira un’aria di crescita, che fa bene a tutti».

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1 COMMENTO

  1. A me sembra una soluzione valida. Ormai con Spotify che ti fa pagare tutta la musica un tot al mese, sono ben disposto a pagare tanto per un concerto. E in caso il biglietto costa tantissimo (vedi gli ultimi di Vasco), non ci vado. Non me l’ha mica ordinato il dottore di andare a un concerto.

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