Le più recenti ristampe jazz su cd hanno vari pregi. Il primo è tecnico: le nuove apparecchiature computerizzate riescono a “leggere” molto meglio (ripulendole di ogni scoria) quando non persino a “correggere” (aggiungendo sonorità esistenti nelle take originali, ma non registrate oppure sporcate dai vecchi apparati) le riprese d’epoca. Il secondo è di contenuti: su un cd riescono a stare molti più minuti (circa il doppio) rispetto a un normale LP, perciò presentano sempre brani scartati o tracce alternative recuperate dai vecchi nastri oppure un paio di album in un unico supporto. Insomma vale la pena cercarle, anche perché la grandissima parte delle ristampe riguarda album importanti, degni di essere conosciuti al meglio. Come questi.

cannonball adderley

Cannonball Adderley
Them Dirty Blues
(Jazz Images/Egea)
voto: 9

La collana si chiama, a ragione, “Legendary Jazz Albums” e mantiene la promessa del nome. Questo lavoro di Julian Edwin Adderley, che venne denominato “Cannibal” per il suo appetito, poi traslato in “Cannonball”, rappresenta uno dei culmini del sassofonista di Tampa, morto nel 1973 non ancora cinquantenne. L’album originale fu registrato in due sedute all’inizio del 1960, l’anno del suo successo in proprio dopo le collaborazioni con Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans e George Shearing, in quintetto con il fratello Nat alla cornetta (autore della classica “Work Song”), la super ritmica Sam Jones e Louis Hayes e i pianisti Bobby Timmons (nella prima serie di brani, tra cui spicca la sua “Dat Dere”, prodromo della hit “This Here” e successiva alla classica “Moanin’” incisa con i Messengers di Art Blakey) e Barry Harris (per pochissimo con il Nostro, nella seconda).
Come bonus, questa ristampa offre un intero album, Cannonball Takes Charge, datato 1959 e anch’esso ripreso in due sedute. Entrambe in quartetto con Wynton Kelly al piano, ma due diverse ritmiche (quella ex-davisiana utilizzata un po’ da tutti nel periodo, con Jimmy Cobb e Paul Chambers, in quattro brani e i fratelli Albert e Percy – del Modern Jazz Quartet – Heath negli altri tre).
Ancora lontano dalla passione funk jazz, Cannonball è in forma eccellente, soprattutto in quintetto, con il suo bop post-parkeriano vivo e bluesy. Ci dimostra come la velocità del sound non sia mai essenziale, lasciandosi guidare dalla melodia con una non chalance discorsiva e una fluida energia che dettano quel lirismo mai scontato e insieme mai ostico, che fu la sua cifra stilistica, amatissima dal pubblico. E anche dai partner musicali, sempre di altissima caratura, eleganti e congruenti, tanto che gli assolo non si disperdono mai nell’individualismo. Anche quando, durante uno di basso di Jones, si sente la bacchetta inutilizzata di Hayes cadere sul pavimento.

dave brubeck

Dave Brubeck Quartet
Gone With The Wind
(Jazz Images/Egea)
voto: 8/9

Della medesima collana del precedente e degli stessi anni (la registrazione è del 1959) Gone With The Wind è uno degli album “classici” del quartetto del pianista californiano. Pochi mesi prima della pubblicazione del suo brano-sigla “Take Five”, che portò il suo successo oltre il recinto degli appassionati di jazz, Dave Brubeck decide di registrare un concept dedicato al Sud degli Stati Uniti e alla Georgia in particolare, scegliendo e facendo scegliere ai suoi una manciata di brani caratterizzanti – “The Lonesome Road”, “Georgia On My Mind”, “Ol’ Man River” e così via – da reinterpretare in chiave jazz e swingante alla sua maniera.
Come aggiunta lo stesso quartetto ci propone una registrazione di due anni dopo, Time Further Out, che aveva la caratteristica di allineare i brani secondo la scansione del tempo utilizzato per la melodia, dal ¾ dell’iniziale “It’s A Raggy Waltz” al complesso 9/4 della conclusiva “Blue Shadow In The Street”, con una escalation emotiva e lirica.
La formazione, immutata dal ‘51 al ‘67, annovera il leader al pianoforte, il grande Paul Desmond al sax contralto, Eugene Wright al contrabbasso e Joe Morello alla batteria. E offre un jazz raffinato, permeato dei voli “fugati” e delle figure circolari di scuola cool, stile incarnato dai fluidi contrappunti piano/contralto, con un Desmond grandioso dal lessico liquido e armonioso, all’epoca unica valida alternativa a quello di Lee Konitz.

charlie mingus

Charlie Mingus
Mingus Ah Hum – The Stero & Mono Versions
(Green Corner/Egea)
voto: indispensabile

Mingus Ah Hum del bassista di Nogales, Arizona, morto nel 1979 non ancora 57enne, è considerato da molti uno dei dieci più importanti album jazz di sempre (nelle recenti “classifiche” dei top 100 all time l’inglese “Jazzwise” lo mette al settimo posto, l’edizione tedesca di “Rolling Stone” al terzo, il nostro “Panorama” al nono) e nel 2003 la Biblioteca del Congresso USA l’ha selezionato come uno dei 50 da includere nel registro nazionale delle opere da conservare per i posteri. Un monumento in cui, sopra la pulsazione regolare del ritmo e il raffinato intreccio armonico-melodico, il settetto mingusiano alterna il gusto convulso per il caos, gli assolo eruttivi, l’emozione del blues, la protesta provocatoria, la frenesia dei tre sassofoni – Booker Erwin, John Handy e Curtis Porter -, il pianismo concentrato di Horace Parlan, i sotterranei riferimenti gospel. Un monumento riproposto in questo doppio cd nella sua totalità, dato che riunisce tutte le take delle due sessioni del marzo 1959, sia in versione stereo che mono.
In quel periodo la riproduzione stereofonica era ancora un’innovazione recente e non tutti avevano sistemi audio in grado di sfruttare la nuova tecnologia, perciò le grandi etichette registravano i brani simultaneamente in mono e stereo, e poi pubblicavano entrambe le versioni contemporaneamente, su LP con numeri di catalogo diversi. Solo di recente alcuni appassionati hanno iniziato a rivalutare le registrazioni mono, che offrono performance storiche da un diverso punto di ascolto. Questo cd riunisce tutte le riprese di piccoli capolavori come “Goodbye Pork Pie Hat”, “Open Letter To Duke”, “Self Portrait In Three Colors” e le altre, nella loro integrità (alcune erano state accorciate per poter restare nei tempi ridotti del 33 giri), con l’aggiunta di tre “scarti” e di tre alternate take. Non solo, chiude il doppio lavoro la versione come originalmente pensata da Mingus del celeberrimo inno anti-segregazione “Fables Of Faubus”, dedicato con parole durissime al governatore razzista dell’Arkansas. La Columbia lo aveva obbligato nell’LP a inciderlo senza testo: qui appare nella prima registrazione completa, risalente all’anno successivo, con un quartetto pianoless in cui pesano il testo e la formidabile personalità del fantastico fiatista Eric Dolphy.

duke ellington

Duke Ellington
The Complete Ellington Indigos
(Poll Winners/Egea)
voto: 9

Come per il precedente album, anche dello splendido Ellington Indigos vennero fatte due registrazioni, una mono e una stereo, durante le tre sedute di ripresa, tra marzo e ottobre del 1957. I due album originali (mono e stereo) raccoglievano rispettivamente otto e nove brani, di cui uno diverso. A questi 10 sono qui aggiunte sei alternate take, di cui due del capolavoro “Mood Indigo”, e altri tre brani, la porteriana “Night And Day” e la prevertiana “Autumn Leaves” già proposte nella precedente ristampa in cd, e la poco nota “Love” del Duca.
L’album, che seguiva immediatamente il capolavoro assoluto At Newport del 1956, avrebbe dovuto essere “commerciale e danzante”, ma Ellington non mantenne gli accordi con il marketing e sviluppò un incrocio tra i suoi brani e alcuni evergreen che lo affascinavano. L’orchestra, che vanta solisti d’eccellenza in ogni sezione ed è attiva dai primi anni Venti, è ormai in una fase di sintesi, come dimostra anche la scelta del repertorio (con “classici” dell’american songbook come “Tenderly”, “Where Or When”, “Dancing In The Dark”, i due citati…), aperto dalla straordinaria “Solitude” ellingtoniana, radiosa e contemplativa meditazione sul tema.
Il tenore di Paul Gonsalves, i piatti sfrigolanti di Sam Woodyard, le trombe lussuose di “Shorty” Baker e Clark Terry, il clarinetto fluido di Jimmy Hamilton, il violino di Ray Nance, il baritono avvolgente di Harry Carney, il canto – anche in francese – di Ozzie Bailey, uno dei migliori vocalist maschili di Ellington, e la più grande stella dell’orchestra, l’altista Johnny Hodges, si alternano, ma la citazione è solo per alcuni, nei solo e nel far lievitare l’emozionalità di un lavoro sottovalutato dalla critica (anche se la bibbia “Down Beat” gli diede 4,5 stelle su un massimo di cinque nella recensione originale), ma che il pubblico amò moltissimo e per lungo tempo, grazie ai raffinatissimi arrangiamenti.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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