Il prigioniero coreano

Un pescatore per colpa della rete da pesca è imprigionato nella rete delle ideologie

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Il prigoniero coreano
di Kim Ki Duk
con Ryoo Seung-Bum, Lee Won-Geun, Choi Gwi-Hwa, Jo Jae-Ryong, Won-geun Lee
Voto 7/8

Il titolo originale è Geumul, La rete.  In apparenza una rete da pesca: Kim Ki Duk  racconta la favola terribile del pescatore che per via della rete che blocca l’elica della sua povera barca parte dalla Corea del Nord e sconfina trascinato dalla corrente nella Corea del Sud. Lì viene sottoposto a un duro interrogatorio “democratico” teso a dimostrare che  è una spia del Nord. Ma se proprio non è una spia potrebbe diventare un disertore, rifarsi una vita nella Corea del Sud e godere di tutte le gioie del consumismo dando il buon esempio ai suoi infelici connazionali. Appurato che il nostro povero eroe ha più a cuore la famiglia che il consumismo e vuole tornare al Nord, se la sentirebbe di diventare una spia? La favola si inverte in maniera simmetrica: lo rimandano a casa e giunto praticamente nudo alla meta viene festeggiato dalla propaganda di regime e subito dopo sottoposto a un duro interrogatorio “dittatoriale” teso a dimostrare che è una spia del Sud.
La morale, intuibile (ma Kim Ki-duk è più sottile di questa critica) è che i due mondi, comunismo e consumismo, sono speculari, simmetrici, violenti e ugualmente produttori di infelicità. E che la rete del titolo non era una rete da pesca soltanto, ma la rete in cui siamo impigliati e correlati, cioè prigionieri, a Nord e a Sud (o a Est e a Ovest). Infatti è molto bello il titolo italiano Il prigioniero coreano…

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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