Ecco perché l’autobiografia di Sebastian Bach è decisamente “gone wild”

L’ex cantante degli Skid Row, oltre che generoso sul palco, lo è anche sulla pagina scritta. Peccato solo per il riserbo su quel famoso litigio…

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Al canadese Sebastian Bach, più che per i grintosi album solisti, diremo sempre grazie per due imprese in particolare. La prima: aver pubblicato, assieme agli Skid Row, un disco epocale come Slave to the Grind (1991) che ha simboleggiato uno dei diversi punti di passaggio tra il prima (l’hair metal di buona parte degli anni ’80) e il dopo (l’esplosione planetaria del grunge). E poi per essersi messo a fare ben altro nella vita (l’attore a Broadway, lo scavezzacollo in televisione, il corista, addirittura lo scrittore) piuttosto che racimolare ingaggi in gruppi dall’avvenire incerto.

D’altronde quando Bach fu cacciato in malo modo dagli Skid Row (fine 1996 circa) era tutto fuorché un artista in declino. Milioni di copie vendute alle spalle ed una performance vocale talmente esaltante su ‘Subhuman Race’ che hai voglia, al giorno d’oggi, a copia-incollare curriculum su LinkedIn… E poi in situazioni analoghe a quella di Sebastian (leggi alla voce: singer talentuoso rimasto temporaneamente senza band) ci sono passati in tanti sul finire dello scorso millennio: Chris Cornell, Scott Weiland, Myles Kennedy ecc. Solo che a Baz non è mai stata offerta una seconda chance col nome di Audioslave, Velvet Revolver o Alter Bridge. A lui e solamente a lui, no.

Ed è esattamente qui, in questo rialzarsi da terra, che l’autobiografia Sebastian Bach – La mia vita e gli Skid Row (Tsunami Edizioni) ci dona le sue parti più vibranti. Non nel sostanzioso antefatto (ben 248 pagine di sesso-droga-r’n’r che esalterebbero qualsiasi ascoltatore medio di certe radio tematiche italiane), ma nella faticosa risalita che, nelle restanti 125, ci sciorina cos’ha combinato il biondo frontman dal famoso licenziamento fino ad oggi. Capiamoci, c’è della sostanza anche nella prima parte condita a sua volta da una inevitabile nostalgia e relative disgrazie familiari. Molto toccante, ad esempio, è l’amarcord di Bach ragazzino che va col padre separato, nel 1979, a godersi i Kiss in quel di Toronto durante il tour di Dynasty. Ma poi, quando il nostro entra giovanissimo nel giro giusto e di conseguenza supera il provino con gli Skid Row, il tutto diventa un gran bel clichè. Con Seb che si affanna a ripeterci che, andando in tour con i Bon Jovi o i Mötley Crüe in quegli anni sfrenati, la sniffata, la sveltina con la groupie o la sbronza ci scappavano sempre. Come se Messi ci parlasse di com’era bello (e frequente) dribblare gli avversari ai tempi della cantera del Barcellona.

Eppure la nascita di Slave to the Grind (un’opera più cattiva e metal-oriented di Skid Row che conteneva invece le hit Youth gone wild, 18 and life e I remember you) fu decisamente più eccitante di tutto il resto. In primis perché la band di Dave “The Snake” Sabo intuì prima di tante altre che il vento stava cambiando fino ad avere ragione delle sue drastiche scelte. Morale? Giugno 1991: gli Skid Row irrompono al numero 1 su Billboard il giorno stesso della pubblicazione del loro nuovo disco. Primi artisti “metal” nella storia a riuscirci, anche se il Black Album dei Metallica o i Guns N’ Roses dei due Use Your Illusion erano appena dietro l’angolo. Ecco, solo per questo il parto di Slave to the Grind andava raccontato un po’ più a fondo, a discapito di qualche gozzoviglia notturna con Lars Ulrich. Ancora più irrisoria, purtroppo, è la genesi del terzo Subhuman Race che, nonostante le vendite altamente scoraggianti, fu comunque uno di quei classici lavori di metà anni ’90 dove dentro ci trovavi sia il grunge che gli U2 per non dire dei Pantera (grandi amiconi di bevute degli Skid Row) e dei ritornelli efficaci. E poi, non dimentichiamocelo, quella era tutta roba suonata dalla prima all’ultima nota. Avercene oggi.
Sebastian Bach Niente, anche qui Sebastian Bach tira avanti bello rapido e, riguardo al famigerato allontanamento dal gruppo, se la cava con una spiegazione troppo vaga e sommaria. Senza fare troppi spoiler diciamo solo che si ventila nell’aria la possibilità di aprire lo show per un gruppo truccato molto famoso. Sebastian darebbe il sangue per esserci, Snake no e la faccenda finisce a male parole col secondo che licenzia in tronco il primo. E qui il libro, finalmente, decolla.

Baz, da buon family man con figli a carico, si tira su le maniche e si leva un mucchio di soddisfazioni tra Broadway (protagonista principale in Jekyll & Hyde), televisione per famiglie (personaggio secondario in Una Mamma Per Amica), collaborazioni con l’amico fraterno Axl Rose e concerti in giro per il mondo. Drammi pochi: giusto una rissa in un club con gli Hells Angels. Vizi (alcol e cocaina) affrontati quasi col sorriso sulle labbra, footing tanto, sesso pure, il vero amore scoperto all’alba dei cinquanta. Più il VIP di turno (Sean Penn) che ti chiede con insistenza quando rimetti assieme la band e la pianti di fare tutto da solo.

Così, mentre chiudi il libro, un dubbio ti rimane inchiodato in testa: perché gli Skid Row, nonostante siano ancora tutti e cinque in salute, non fanno pace all’interno di un music business sempre più composto da rocker stagionati e reunion eccellenti? Perché Bach si accontenta di esibirsi ai raduni aziendali (dove un selfie con l’artista vale di più che cantare da dio Quicksand Jesus o Beat Yourself Blind) mentre Snake, Sabo e company saranno tra breve in Italia a suonare in posti come San Martino di Lupari, Brunico e Ranica? E ce lo chiediamo con tutto il rispetto di questo mondo per tali località. Di solito, nel rock ‘n’ roll, si litiga di brutto per le donne o per i soldi. E allora chi l’ha fatta grossa, Baz? Venere o il commercialista?

Clicca qui per leggere il prologo e il primo capitolo di Sebastian Bach – La mia vita e gli Skid Row (Tsunami Edizioni).

Sebastian Bach

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Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno in cui i Cincinnati Reds (la temibile 'Big Red Machine', forse la più grande squadra di baseball di tutti i tempi) vinsero le World Series. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, sport, letteratura ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e ai dischi (tra cui 'Nevermind' dei Nirvana) che uscirono in quella splendida stagione.

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