In questa carrellata vi proponiamo i nuovi album di alcuni musicisti scandinavi poco o punto noti nel nostro Paese, che, eredi di una tradizione di qualità molto elevata ormai ultratrentennale, hanno registrato di recente lavori dall’approccio e dalle prospettive molto differenti, sempre trattate con un significativo margine di originalità.

Rohey
A Million Things
(Jazzland/Egea)
Voto: 7/8

Il quartetto che prende il nome da quello della vocalist Rohey (in arabo significa “la mia anima”) Taalah, già apprezzata in ambito black, è in realtà condotto dal tastierista Ivan Blomqvist, autore di tutti i brani di questo loro album di debutto. Siamo nell’ambito di un soul-jazz molto soft ed elegante, che richiama da un lato certi momenti più spigolosi di una lirica Erikah Badu oppure le visuali più electro di un’aperta Jill Scott. I quattro compagni di conservatorio – quello di Trondheim, in Norvegia – sviluppano una ricerca ampia e spesso azzeccata su possibili visioni di un sound che li ancora alla tradizione black, ma insieme offre tagli di piano elettrico incisivamente jazzy e una ritmica propulsiva quanto variegata, angoli sonori prospettici che riescono a essere di volta in volta futuristici, afro, urban, interiori. Sempre sorretti da una voce emozionale e cristallina.

Knut Reiersrud Band
Heat
(Jazzland/Egea)
Voto: 7/8

È soprattutto il blues il pane quotidiano del quintetto del cantante e chitarrista norvegese, giunto al secondo album, ma le divagazioni sono per i cinque all’ordine del giorno. Tanto che un brano è ispirato dal compositore contemporaneo Benjamin Britten (morto nel 1976), un altro da una canzone tradizionale persiana, un terzo da un nystev (strofette liriche popolari) del Setesdal, la zona montuosa a sud del suo Paese, mentre l’ultimo è addirittura una veloce ripresa della “Cantata 141” di Johan Sebastian Bach. Il disco si presenta perciò molto “volubile”, pieno di spunti e di direzioni intraprese appena, con una poetica ampia ma necessariamente disomogenea, sempre però con un pizzico di trasgressività sottotraccia, che è la stessa che ispira testi come “tutto è brutto/ tutto ciò che è brutto è buono/ ogni cuore si raffredda/ ogni verità è stata detta/ tutto il falso è vero”.

Thomas Strønen – Time Is A Blind Guide
Lucus
(ECM/Ducale)
Voto: 8/9

Il titolo del suo raffinato album del 2015 è diventato il nome dell’ensemble del batterista norvegese, compositore di un jazz sofisticato che riunisce senza intralci un trio pianistico (stavolta la tastiera è affidata alla brava giapponese Ayumi Tanaka, da sempre attiva a Oslo e dintorni) a un’accoppiata di archi (violino e il violoncello dell’ottima Lucy Railton, di cui è appena uscito il notevole cd in solitaria Paradise 94). Lucus sviluppa la linea del precedente lavoro, sopprimendo le percussioni afro e aggiungendo un surplus di tensione sottile e implicita, in cui lentezza e cantabilità si combinano tra improvvisazioni e interludi. Qualcuno l’ha chiamata “musica per esplorare”, a ragione perché è un jazz che ti porta sia verso l’interno che verso l’esterno, in un continuo confronto tra tracciati jarrettiani, reminiscenze folkloriche, turbolenze acustiche, analisi contemporanee, lucidità impressionista.

Tonbruket
Live Salvation
(ACT/Egea)
Voto: 9

Quello che all’inizio era il gruppo del contrabbassista Dan Berglund (lo formò nel 2008 a seguito della prematura scomparsa del geniale Esbjörn Svensson, il leader del supertrio EST di cui il Nostro era parte integrante) da qualche anno è una band a tutto tondo, cui ognuno dei quattro membri offre talento puro e brani di pregio. Lo dimostra questo quinto album, un live fulminante, lirico e nervoso, registrato a Stoccarda, in Germania, nel novembre 2017, che rende appieno la forza, l’intelligenza e la vitalità espressiva di una band eccellente, per la quale non sembra irriverente persino il paragone con i mitici Weather Report del “corpo elettrico”. Jazz-rock di alta caratura, che combina influenze molteplici – persino il sound appalachiano grazie alla steel guitar a pedale dell’ottimo Johan Lindström – con un fluire che è stato definito “un viaggio avventuroso nel passato, nel presente e nel futuro: non si adatta a nessuna categoria ed è anche divertente”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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