A breve parleranno in molti e vuotamente del primo maggio, del lavoro e della perdita di questo, anche se per molti il concetto di lavoro è assai confuso e ammantato di contraddizione. Ci saranno più che altro un gran numero di persone votate alla vacanza, che in buona sostanza vuol dire appunto “vuoto”.

Molti altri sfrutteranno la retorica vigente per guadagnare consenso e visibilità in contesti apparentemente impegnati, e sparacchiando vuoti slogan cercheranno di accaparrarsi fette di simpatia da parte di chi crede a tutto venga loro detto, purché a dirlo sia un “vincente”.

Di solito il vincente parla dall’alto di un piedistallo, fisico o astratto che sia. Un palco, uno studio televisivo, un qualunque sito frequentato da molte anime anelanti a essere aiutate.

Dal momento che tanta retorica non ci fa bene, io in quel giorno approfitterei per fondare la confederazione di chi sa perdere.

Ho visto bambini con gli occhi carichi di lacrime per il fatto che la loro squadra di calcio preferita ha perso una gara importante, perché nessuno ha saputo spiegare loro che anche non farcela è importante.

Il bello di perdere infatti sta tutto nell’avvenimento interiore che può e deve generare: rinnovare e rinforzare dentro il desiderio di una rivalsa e, al contrario di quanto si dica e si pensi, rimettendoti in discussione, ti rimette in gioco meglio e più di prima.

Ma arrivare ad elaborare una simile potenza creativa è arte finissima.

La maggior parte di noi si accascia invece in un angolo anche per sconfitte minute, dimentico o ignorante del fatto che in ogni istante della vita ci sono offese atroci per milioni di persone, le quali tuttavia riescono talvolta a risalire chine ritenute fatali.

Vincere del resto può comportare l’insidia dell’inganno rispetto alle proprie reali capacità. Chi vince, spesso vince per circostanze favorevoli più che per meriti propri, e dunque può illudersi di essere davvero invincibile.

Se tanti ti dicono che sei il migliore solo perché è il tuo momento, potresti crederci, e quando poi arriverai a comprendere che le cose non stanno affatto così, quando gli eventi ti diranno che il migliore non esiste ma comunque sia quello scelto dalla maggioranza al momento non sei tu, potresti spezzarti, poiché non ti sarai fatto i muscoli interiori, che si formano solo con una lotta senza tregua, e un sereno esercizio alla perdita.

Un uomo che non sappia accettare la sconfitta è un uomo che non ha mai cominciato a vivere sul serio.

Forse è un uomo che non ha mai affrontato davvero alcuna competizione.

Di certo è un bambino che distrattamente è giunto all’età adulta con lo sviluppo del solo corpo, ma senza portare con sé nella crescita il respiro di rinnovo continuo che dobbiamo saper sentire nelle cose tutte.

Quel bambino che piange la sconfitta della Roma, quell’uomo che si accascia senza volontà per una perdita seppure grave, sono la stessa materia offerta inerme alla storia, che ne fa un solo boccone.

Per questo fonderei volentieri la congrega dei fallimenti.

Per rafforzare chi si illude che si possa sempre e solo vincere.

Non c’è un solo spot pubblicitario che non si rifaccia al mito del vincente. Non c’è individuo su uno spalto di stadio, (che stia assistendo ad un incontro sportivo, a un comizio o un concerto di massa), che non sia lì per sentirsi per interposta persona vincitore. Se tutto ciò è naturale non significa necessariamente che sia giusto per te.

Qualche anno fa quando la strepitosa squadra di calcio brasiliana fallì una finale mondiale, ci fu gente che la prese male al punto da compiere gesti estremi, qualcuno gettò la moglie dal balcone, alcuni si diedero ad atti di vandalismo inenarrabili, altri all’autolesionismo.

Recentemente diversi piccoli imprenditori italiani si sono tolti la vita lasciando biglietti in cui accusavano lo stato, la società, la politica, l’economia, di averli rovinati. Avevano preferito togliersi di mezzo piuttosto che guardare ad un cambiamento importante, per quanto doloroso. Quello che la cronaca non ci racconta è che, avendo puntato tutto unicamente sul valore degli oggetti, con la perdita dell’oggetto danaro che si traduce in potere finanziario e dunque in ruolo in società, il significato dell’esistenza si esauriva. Preferivano quindi fare i bambini imbronciati, quelli che non giocano più, piuttosto che provare a guardare alla vita sotto una prospettiva diversa. Molti li hanno pianti come uomini esemplari ai quali era stata tolta la dignità.

La dignità, che cos’è?

Avere un lavoro?

Contare qualcosa?

Vincere?

Nascere dalla parte giusta del mediterraneo?

Disporre sempre e comunque di soldi a sufficienza per vantare un posto di rilievo in società?

Essere stimati, cercati, invidiati. Famosi.

Qualcuno protesterà che la dignità è solo avere da mangiare e poter ottemperare a tutti i bisogni primari. È vero, lo dico anch’io.

Infatti difficilmente si uccide chi ha poco o niente di che sfamarsi, perché la lotta per la sopravvivenza è più forte di tutto il resto. Si uccide assai più spesso invece chi ha avuto molto e poi di colpo non ha più.

In tutto il mondo ci sono bambini, uomini, vecchi, donne, ad esempio in Siria, che per settimane e mesi, bevono e mangiano pochissimo, persone che hanno necessità di essere curate e non possono essere soccorse, uomini che moriranno solo per mancata assistenza per gli stessi problemi che altrove, in condizioni normali, vengono risolti con una certa tranquillità.

Questi perdenti autentici sanno che l’unica opportunità che hanno è quella di non lasciarsi andare.

Non possiamo dipingere il mondo solo come crediamo di volerlo; se vogliamo viverci dobbiamo accogliere che il mondo in parte è fatto assai male, e in parte molto bene.

Aggiustarlo in qualcuna delle sue parti guaste è un buon incarico per ciascuno, e una buona ragione per esistere, al di là di tutto.

Guardo da un’altra parte: si è scoperta la presenza di un tasso di disagio mentale piuttosto alto nelle università, si parla dunque di depressione e di disturbi della sfera emotiva. Non dovrebbe stupire, perché anche gli studiosi si ammalano, ma il vero guaio sollevato da questa notizia risiede nel fatto che la ragione di tale disagio incalzante sarebbe dovuta al progressivo aumento della competizione. Questo è in effetti un guaio, perché dove si studia e si ricerca, dove la conoscenza è la ragione per cui si lavora, non si dovrebbe fare alcuna gara, non si dovrebbe correre per ottenere posti di rilievo come avviene in una qualunque altra volgarissima sede in cui fa da padrona la competizione, sempre e comunque essenzialmente economica.

Come accade ad esempio nel pessimo mondo dello spettacolo.

Ma se ciò accade anche nei templi della ricerca, allora vuole dire che le cose vanno davvero male, e occorre ricordare agli studiosi che la ragione del loro operato è lo studio.

Così come il musicista dovrebbe ricordare che la ragione del suo mestiere è la musica.

E così via, fate voi gli esempi che più vi toccano da vicino. La verità è che il mondo si è ammalato di un morbo che spinge chiunque a sentirsi protagonista e a covare uno strisciante bisogno di riuscita, e tutti a tutti i livelli desiderano solo primeggiare, con esiti nefandi per chiunque.

Se il presunto miglior medico del mondo è un imbecille che ha saputo fare carriera ma non sa affatto curare, le cose si mettono male per chiunque sia da lui curato.

Immaginate solo di andare da un dentista che è stato bravo a fare promozione di sé ma in verità non sappia esercitare.

Immaginate quello che volete per questa via, e capirete che se tutti considerassimo la vittoria e l’avanzamento sociale come fine delle nostre esistenze, in breve nessuno di noi sarebbe più garantito in alcunché.

E in poco tempo saremmo perduti più che perdenti.

Dunque io credo che una buona riflessione per il primo maggio sia ricordare a chiunque il bisogno di conoscere se stesso come primo strumento di tutela, e ricordare a chi vede nel lavoro e nel sua accezione ormai museale un mito superiore alle sue reali dimensioni.

Tuttavia, coloro che hanno cercato di trasformare il mondo in un palcoscenico in cui vale solo la riuscita, non fanno però i conti col fatto che ci sono persone che sanno bene che perdere non è che una sfumatura di un progetto assai più ampio, e che solo chi è davvero forte resiste alle tempeste, così come sanno che le tempeste prima o poi finiscono, e quando finiscono, chi è stato forte al punto da sopportare anche ragionamenti e scelte insensate, non solo sarà più pronto di altri, ma si ricorderà di chi è stato meschino.

Per questo io vorrei fondare una confraternita di perdenti forti.

Una congrega di coloro che non si abbattono, che non si sentono esclusi, non si distimano, non piangono, non si lamentano né si uccidono fisicamente o moralmente quando la stupidità del mondo che li ha apparentemente adorati volta loro le spalle.

Perché la buona notizia è che il futuro lo faranno proprio questi, così come sono state persone di tale tempra quelle che hanno fatto il passato che ci ha generati.

Ma c’è molto da fare, dunque buon lavoro.

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

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