Roger Waters, il 25 aprile e il Sessantotto

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Roger Waters
Roger Waters, Us+Them Tour 2018 (c) Giò Alajmo

Quando esplose il Maggio Francese, cinque anni dopo le rivolte studentesche americane a Berkeley, i Pink Floyd avevano appena superato la fase psichedelica abbandonando il fondatore Syd Barrett e affrontando uno dei loro album più sperimentali, A Saucerful of Secrets. Pochi gruppi come loro potevano essere l’emblema della rivoluzione culturale e della “immaginazione al potere” propri del ’68 eppure ne furono solo sfiorati.

È indubbio che delle quattro anime del gruppo di Cambridge, Roger Waters fosse quella più politica e consapevole, mentre gli altri, Gilmour per primo, erano più interessati alle strutture musicali e alla capacità espressiva. D’altronde Waters, me lo spiegò lui stesso qualche tempo fa a Londra, era cresciuto in un ambiente politicamente molto impegnato, la madre trotskista, vicina al pensiero dello scrittore George Orwell – autore di 1984 e La fattoria degli animali, assorbendo così elementi culturali che hanno poi determinato l’intera sua produzione.

Roger Waters, il maiale volante (c) 2018 Giò Alajmo

Us+Them, il tour che ha portato nei giorni scorsi Waters in Italia, è forse lo spettacolo più politico in circolazione a cinquant’anni dal ’68, in cui Waters – che cantò la Rivoluzione Francese nella sua opera neoclassica Ça Ira – invita palesemente il pubblico alla resistenza contro il potere dittatoriale delle banche e dei governi occidentali, avvertendo che l’aria che tira è pessima e che una città splendida come Bologna, dove ha passeggiato e suonato in questi giorni, potrebbe comunque essere facilmente distrutta se solo qualcuno decidesse di premere un bottone. E il bambini del coro di Another brick in the wall che indossano alla fine una maglietta con la scritta RESIST appaiono perfetti nei giorni della festa della Liberazione italiana dal nazifascismo.

Siete voi che dovete alzarvi e dire di no, urla al pubblico. Mentre lo show non dimentica la tradizione pinkfloydiana di cura del suono, delle immagini e delle sorprese visive, la piramide di luce che sorge fra il pubblico nel finale, la grande centrale elettrica Battersea di Londra che è ricreata su pannelli sospesi sopra l’intera platea, con tanto di ciminiere e maiale volante, per la ripresa di Animals, l’immenso videowall che funge da fondale, il suono quadrifonico dalla perfetta tridimensionalità, e gli elementi teleguidati che volteggiano nell’aria, un grande pallone argentato e l’inevitabile maiale di Pigs questa volta dedicato a Donald Trump e alle banche che dominano gli interessi bellici.

L’ultima volta che lo incontrai, a Londra alla presentazione del tour europeo di The Wall negli stadi, Waters raccontò dei suoi trascorsi familiari, del suo essere ateo, della sua assoluta contrarietà a ogni tipo di “muro”, da quello promesso da Trump al confine messicano a quello che divide Gaza da Israele, e gli infiniti muri mentali che si creano a difesa dagli “altri”, chiunque siano. Waters vedeva come un incubo la possibilità che un soldato qualunque guidando come in un videogioco un drone da migliaia di chilometri di distanza potesse decidere della vita e della morte di persone sconosciute dall’altra parte del mondo, e questi temi sono la base del nuovo spettacolo che unisce il filone dei suoi brani con i Pink Floyd (inserendo anche il tema della morte di Great Gig in the Sky e quello della follia di Eclipse) con quelli del suo ultimo lavoro solista Is this the life we really want?.

Roger Waters 2018, la piramide di luce (c) Giò Alajmo

Inevitabili ma stucchevoli i confronti con la produzione Pink Floyd originale in uno show in gran parte assemblato con il repertorio creato assieme al gruppo, ma qui i puristi stiano in pace. La band assemblata dal bassista compositore e cantante rispetta tutti i canoni di una musica a lungo pensata e costruita nel tempo. Certo le due coriste dalle parrucche bionde alla Star Trek, non sono Claire Torry, certo la chitarra non ha il tocco delicato di Gilmour, certo manca il gusto per i colori tastieristici di Wright, ma Waters ha come sempre cercato di rispettare le partiture e lo spirito originari, tanto da presentare i chitarristi  Dave Kilminster e Jonathan Wilson come coloro che suonano le parti di David Gilmour, perchè la musica, questa musica, è ormai entrata nella storia. Come Mozart.

A Lucca e poi a Roma in luglio (11 e 14), lo show “ampliato”, sarà da non perdere.

Giò Alajmo

(c) 26 aprile 2018

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

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