La mélodie

La violenza della periferia vinta con una melodia?

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La mélodie
di Rachid Hami con Kad Merad, Slimane Dazi, Samir Guesmi, Corinne Marchand, Constance Dollé, Sofiene Mamdi, Tatiana Rojo, Jean-Luc Vincent
Voto: déjà-vu

La mélodie di Rachid Hami, visto fuori concorso a Venezia 2017, per quanto fatto con cura sembra un modulo standard. Nella solita scuola di banlieue con tanti ragazzini di varie etnie, come da copione maleducati e francamente aggressivi, arriva uno stanco violinista che accetta di prepararli per un saggio finale, in cui i pargoli, che all’inizio usano l’archetto del violino per i più svariati scopi, riusciranno a suonare Shéhérazade di Rimsky-Korsakov. Lo schema è sempre il solito del cinema progressista: i ragazzi all’inizio sono carogne e sembrano irrecuperabili (a parte il solito insospettabile dotato) e strada facendo sembrano venir rigenerati dall’arte e si ribellano ai luoghi comuni che li vogliono perduti nell’incultura della periferia. Tutto vero e insieme tutto “falso”. Nel senso che la questione si complica con l’aggiornamento dello schema per cui adesso i ragazzi difficili non sono più bianchi diseredati ma figli di immigrati. E questo è bello, idealista e degno di migliore causa, ma sviluppato così sembra un modulo obbligato. Sottolineare certe scorciatoie di sceneggiatura rischia di suonare antiprogressista, ma la sensazione è che questo genere di film sia appunto un genere, come i film sugli zombi o sugli atleti.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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