Per Vittorio De Scalzi “L’attesa” è finita

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Vittorio De Scalzi
Una leggenda, un mito della canzone italiana. Vittorio De Scalzi è arrivato a  festeggiare i 50 anni di attività. Per questa ricorrenza, l’anno scorso a maggio, ha convocato numerosi amici al Teatro San Carlo di Napoli per un concerto ripreso dalla Rai.
Finiti i festeggiamenti, De Scalzi si è messo al lavoro per dare voce a una raccolta di canzoni che giacevano nel cassetto e che ora si possono ascoltare nell’album L’attesa , appena uscito.
Dieci tracce per differenti stili, cominciando dal brano che dà il titolo all’intero disco e che subito appare come la traccia più rappresentativa. Con quella bella chitarra acustica che accompagna l’intera ballata. Segue Squali, un’altra ballata, stavolta più marcatamente country, per passare al vecchio amore blues di Ordinary Pain con Paolo Bonfanti alla chitarra.
Vittorio De ScalziRicordi beatlesiani in Una parola e via con altre ballate, ognuna con un proprio carattere, così Come acqua chiara diventa il primo singolo e Pino diventa l’estremo saluto all’amico bluesman napoletano. 
Come mai hai scelto di ricordare Pino Daniele con una canzone?
L’ho conosciuto quando era agli inizi di carriera. Il suo manager Willy David mi invitò a un suo concerto e ne rimasi affascinato. Lui sapeva fare del blues in maniera credibile, utilizzando il dialetto napoletano. Ecco, anch’io avrei potuto sfruttare il genovese nei due brani in inglese che si rifanno allo stile blues. Ho anche provato a scrivere un testo in italiano ma non funzionava.
Il blues come passione mai tramontata. Lo avevi già frequentato tra una canzone pop e l’altra?
Come no? Qualche anno fa nel progetto Slow Feet, insieme a Di Cioccio, Lucio Fabbri e Paolo Bonfanti, abbiamo dato ampia voce allo stile da cui tutto ha avuto inizio.
Da quattro anni vivi a Sanremo, ma la tua città resta Genova, la Genova dei cantautori e di Fabrizio De André. Nessuna canzone in suo omaggio?
Non in questo album, ma ne ho una nel cassetto che lo cita e che parla proprio di Genova. Con Fabrizio abbiamo realizzato il disco Senza orario senza bandiera già nel 1968, un album concept in un periodo che ancora non se ne facevano. Un album pionieristico. Poi alcuni di noi seguirono De André nella sua prima tournée, non io e nemmeno Di Paolo, perché ci sentivamo troppo «rockettari» per interpretare le sue canzoni di cantautore.  
Sanremo è anche sinonimo di Festival, ma non ti abbiamo visto sul palco quest’anno. Non avevi la canzone giusta?
A Sanremo ci sono stato almeno otto volte e la canzone giusta per tornarci ce l’avrei. Anzi l’ho presentata quest’anno, ma non è stata accolta, però ci riprovo l’anno prossimo.
Mentre a Genova, ai tempi dei New Trolls, c’erano molti altri gruppi che animavano la scena. Ti ricordi dei Latte Miele, Nuova Idea, Duello Madre, Osage Tribe e Garybaldi?
Come posso dimenticarli. Nei Latte e Miele c’era il batterista Alfio Vitanza che ha suonato con me per una ventina d’anni, già per loro avevo scritto la canzone Un mattino, mentre dei Garybaldi si staccò una costola che diede vita al progetto Mandillo che uscì discograficamente per una mia etichetta. Degli anni settanta, e di quello che viene etichettato come Prog, abbiamo proposto un ampio episodio nel concerto al San Carlo di Napoli. Con me sul palco c’erano Aldo Tagliapietra delle Orme e Lino Vairetti degli Osanna, oltre a Clive Bunker dei Jethro Tull alla batteria. Insieme abbiamo reso omaggio a Francesco del Banco Mutuo Soccorso con una versione di Non mi rompete.  
Ascolteremo queste canzoni quest’estate durante i concerti che farai?
No, perché sarò in tour come Vittorio De Scalzi – La storia dei New Trolls con un concerto che prevede una scaletta legata alla storia del gruppo. 
Tornando all’album, come l’hai costruito?
Va detto che è stato tutto suonato da me, tranne la chitarra di Bonfanti in un brano, mentre l’arrangiamento di L’attesa è curato da Zibba. Ci sono anche testi impegnati, per esempio Come acqua chiara parla di ricostruzione e della povera gente che viene colpita. Guardando la tv sembra che dopo un terremoto mettano le cose a posto. Senti dire: qui facciamo case nuove, noi faremo… E’ una canzone morbida con testo molto duro. Nell’ultimo brano, Anima senza padroni, si riconosce l’esistenza di una divinità superiore: è bello poter pensare che c’è qualcuno che ci ama comunque.
E’ vero che tuo figlio si dedica al rap?
E’ vero, si chiama Albert Eames, un talebano del rap e mi piace quello che fa. In rete è molto presente e non trovo alcun contrasto con quello che faccio io, la creatività non ha confini. Non mi filava per nulla, poi un giorno entrando in studio ascolta un brano che lo entusiasma. Stava ascoltando Nella sala vuota, il retro del 45 giri Concerto grosso.
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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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