Gibson fallita, la crisi è a sei corde

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Jimmy Page

La chitarra elettrica è stata lo strumento principe del dopoguerra, il simbolo del rock’n’roll e di un’evoluzione culturale. La crisi della Gibson, che, in crisi di vendite e oberata da 150 milioni di dollari di debiti, ha chiesto il fallimento controllato che le consentirà di mantenere attive le linee di produzione di chitarre e amplificatori, abbandonando tutto il resto, è anche la crisi di un mondo, quello legato al rock analogico, soppiantato da computer e macchine automatiche.

Se ieri  era socialmente “fico”, oggi interessa molto meno i giovani attratti da altre possibili esperienze musicali. E’ nella natura delle cose. Ogni generazione sceglie i propri mezzi espressivi, in genere incomprensibili e vilipesi dalla generazione soppiantata. Fu così per il rock’n’roll, è così per la “roba” che circola oggi tra palchi, radio e cuffiette.

La chitarra elettrica soppiantò il violino e il sax  come strumento solista virtuosistico, ora pare tocchi alla chitarra segnare il passo.

Sono passati decenni da quando Les Paul aggiunse dei magneti a un pezzo di legno con delle corde tese creando uno strumento che “se pizzicavi una corda poi uscivi a prender un caffè, quando tornavi, stava ancora suonando”. Leo Fender trasformò quel pezzo di legno in un’icona dalle forme eleganti e sinuose e Jimi Hendrix dimostrò come la chitarra fosse uno strumento erotico, capace di liberare il suono dalle sue costrizioni fisiche, facendo volare la fantasia.

La storia del rock è una storia di chitarristi: Eric Clapton, Jeff Beck, Chuck Berry, Peter Green, Jimi Hendrix, David Gilmour, Angus Young, Tony Iommi, Slash, Dave Grohl, George Harrison e mille altri virtuosi di uno strumento nato dalla scoperta dell’elettricità e delle applicazioni del magnetismo, quelle stesse che un giorno potrebbero consentirci di volare senza inquinare troppo.

Gibson, Fender, Rickenbaker, Gretsch, sono solo i più famosi tra i marchi che hanno scatenato i collezionisti. David Gilmour, chitarrista dei Pink Floyd, possiede la Fender Stratocaster n.1, il primo prototipo della chitarra più famosa ed elegante ed imitata della storia. E ne va orgoglioso, anche se il suo modello non potrebbe essere davvero il primo in assoluto.

La crisi della Gibson, come quella della Fender, e di molti marchi storici è il segno dei tempi che sono cambiati, di sempre meno giovani interessati a imparare a suonare questo strumento, preferendo invece altre vie per fare musica, quelle offerte dal mondo digitale, oppure dalla voce, tornata strumento espressivo principe.

Ed è un peccato, perché la chitarra elettrica (che non è una chitarra acustica amplificata) è uno strumento che mantiene inalterato nel tempo il suo fascino e la sua capacità espressiva, trasmettendo al corpo del musicista le sue vibrazioni e all’ascoltatore una gamma dinamica di emozioni come nessuno strumento digitale potrà mai fare. Ed è per questo che chitarra e computer non dialogano con facilità e che i programmi emulativi hanno generalmente fallito o si sono fermati a funzioni basiche. Una chitarra bisogna sempre e comunque suonarla con le dita, collegata a un amplificatore, in mezzo una serie di effetti, e volume a manetta fino a sentirsi “confortably numb”…

Giò Alajmo

(c) 2 maggio 2018

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

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