L’isola dei cani

Favola in stop motion bella come un esercizio di calligrafia giapponese

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L’isola dei cani
di Wes Anderson
Voto 7/8

In un futuro prossimo in Giappone a Megasaki daranno la colpa di una malattia ai cani e li confineranno in un’isola discarica. Il nipote del sindaco che ha emanato l’ordinanza vola con un aeroplanino a cercare il suo cane. Forse morto. E incontra un branco di ex cani casalinghi capeggiati (ma il rapporto è molto democratico) da un ex randagio.
È un film di Wes Anderson: la storia è quasi indifferente, importa tantissimo il modo in cui è illustrata. Usiamo il termine illustrata perché questo è un film di animazione 3d di figurine in stop motion, ma in realtà sembra un saggio a volte brutale a volte sognante sull’estetica e la calligrafia giapponese. Come se invece di una storia Anderson avesse deciso di confezionare un bento (un contenitore di cibo) disponendo nella maniera più estetica possibile il cibo come fosse fosse un esercizio di calligrafia. La simmetria e l’uso del colore tipico dei suoi film (Il treno per Darjeling, The Fantastic mr Fox, Grand Budapest Hotel), il citazionismo (le discariche di Do Des Ka Den di Kurosawa) accompagnati a un senso dell’umorismo tra il tragico e il surreale gli sono valsi l’Orso d’argento a Berlino 2018.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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