Il fuoco in una stanza: The Zen Circus sono quello che funziona a Roma

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Zen Circus
© Foto: Riccardo Medana

Hai presente Turner? Quel Turner! Il pittore, diamine!

Ecco, ora guardati un attimo L’eruzione del vesuvio, svuota la mente, concentrati sui colori e dimmi cosa senti.

Un mare di gente all’Atlantico, le luci che si spengono, le onde sonore che si propagano da persona a persona formando le note di una canzone di Gino Paoli.

Quella canzone di Gino Paoli.

Cantiamo tutti il cielo in una stanza poi un rumore secco, silenzio, si accende il fuoco sulla scenografia.

Lo osserviamo.

Lo guardiamo.

Attendiamo.

Salgono sul palco i soliti vecchi Zen accompagnati dall’ormai noto Maestro Pellegrini e decidono subito di annegare il fuoco con le lacrime che solo Catene è in grado di far cadere.

È il vesuvio che erutta colore, note, parole.

È mettere subito le cose in chiaro “non ci servono i crescendo emotivi, noi facciamo il cazzo che ci pare e voi agite di conseguenza” detto a brutto muso ma con umiltà e voglia di divertirsi: da veri e propri maestri di cerimonie quali sono diventati quei quattro (cinque se contiamo il nostro caro pianista Geometra che prende parte a diversi pezzi) possono veramente permettersi di creare l’atmosfera giusta con uno schiocco di dita.

Dopo un’apertura per la quale non finirò mai i complimenti (lo dico senza esitare, senza esagerare e senza esser sentimentale ma Catene è una di quelle canzoni che può salvarti la vita, davvero) parte il vero Circo Zen: un’entità unica tra band e pubblico che carica, carica, carica e si fa del bene facendosi male.

Niente storie: si è pogato dall’inizio all’ultimissima canzone dell’encore, la voce non ritornerà certo a breve e mi son ritrovato ad un passo dal poter fare l’audizione per un giovane Professor X.

Intelligente la scelta della scaletta che implementa le canzoni del nuovo album senza snaturare troppo la struttura del precedente tour: troviamo La Stagione come troviamo L’Egoista, Sono Umano come Canzone di Natale  e così via.

Stranamente assente Quello che funziona che, per quanto sia poco più che un divertissement, ce la saremmo aspettata per una data romana.

Comunque sia Appino e compagni riescono a creare una vera festa con un pubblico di sconosciuti che per una sera cantano abbracciati insieme e si caricano a vicenda, una serata con pochi telefoni al cielo (giusto il tempo per mandare un pezzo di “L’anima non conta” al proprio partner e poi si torna a seviziare le proprie corde vocali perché non c’è altro da fare senza bestemmiare).

Sarò sincero: ascoltando il disco la prima volta son rimasto interdetto, ho poi proceduto ad ascoltarlo fin quando non mi è iniziato a piacere seriamente e mi si è aperto un mondo; ma dal vivo l’esperienza diventa qualcosa di immensamente soddisfacente e devastante.

Una musica che ti prende l’anima, la fa a pezzi, te la fa guardare e poi te la rimette assieme.

Che poi cè, le cose loro nun le devi sentì, le devi vive” dice il mio amico mentre mi riporta a casa in macchina

Grazie di avermeli fatti conosce” aggiunge.

Il Circo Zen smonta il tendone e si dirige al Monk per festeggiare la fine del tour, le orecchie fischiano e il raccordo sembra più lungo che mai.

Stappo una birra, scrivo questa recensione e ho ancora nella testa (e nelle ossa) gli effetti del concerto.

Penso che questo sia l’ennesimo live degli zen a cui vado ma non mi stanco mia.

Penso di avere già l’hype per il nuovo album o per qualunque cosa gli venga in mente di incidere.

Penso di (io come tutti i presenti) star assistendo al making of qualcosa di grande.

Domani leggerò il giornale locale, non so se leggerò che Non moriremo più ma questo è senza dubbio il mondo come lo vorrei.

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Uomo dell'anno 2006 secondo il Times,Procrastinatore olimpico, radio speaker senza seguito, drogato di musica e cinema, calamita per gente al limite del caso umano. Ma ho anche dei difetti. Ah e scrivo articoli.

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