Sono ormai molti anni che il jazz europeo si è tolto la classificazione di “secondario” oppure di “subalterno” rispetto alla grande marea del suono afroamericano a stelle e strisce. Anzi sempre più numerosi sono i musicologi che – non senza il sorgere di polemiche e partiti presi – sottolineano come tra le radici “determinanti” nella nascita del jazz ci sia proprio la musica europea, sia di matrice classica che popolare. La diatriba poco ci importa, quello che a noi interessa è ascoltare buona musica. Esattamente quella che continuano a offrirci i musicisti delle più diverse nazioni del nostro continente, dalla Germania alla Finlandia, dal Regno Unito alla Svizzera e, ovviamente, all’Italia.

Michael Wollny Trio @ Joerg Steinmetz

Michael Wollny Trio
Oslo
Voto: 9
Wartburg
Voto: 9
(Act/Egea)

Apriamo questa carrellata sul jazz europeo dei nostri giorni con un musicista geniale, senza dubbio. Si tratta del pianista tedesco Michael Wollny (auguri per i 40 anni che compirà il prossimo 25 maggio), personaggio eclettico e innovativo, sempre pronto a incanalare le sue ricerche verso vedute del jazz, spesso coniugato con la classica e la contemporanea, inattese e liriche, modernissime nella capacità di dialogare con approfondimento tematico e immediatezza analitica.
Con il suo trio pubblica in contemporanea due album diversi, ma che sono l’uno il proseguimento dell’altro, anche perché registrati a distanza di una decina di giorni nelle località dei rispettivi titoli. Il primo, in studio, vede in tre brani il sostegno del corposo Norwegian Wind Ensemble di Greg Lysne; Wartburg, dal vivo, è invece corroborato in due brani dal sopranista Émile Parisien (protagonista di un cd in quintetto, Sfumato, che vi consigliamo caldamente).
La poetica di entrambi è coinvolgente, di un lirismo sofisticato sia nelle composizioni firmate dal leader o dal batterista Eric Schaefer, sia nelle riprese dagli autori classici Hindemith e Rautavaara, Debussy e Fauré, o da jazzisti come Bob Brookmeyer e il conterraneo Heinz Sauer. Wolnny segue un itinerario più denso e meditato a Oslo, mentre è più rutilante, talvolta ai limiti della logorrea tematica, nel castello medievale nel centro della Germania. Talento indiscubile dell’impressione e della narrazione, ha ancora bisogno di alcune messe a punto coloristiche per diventare il nuovo Esbjörn Svensson. E questo è un complimento non da poco.

Chip Wickham & partners

Chip Wickham
Shamal Wind
(Lovemonk)
Voto: 8/9

Il sassofonista e flautista di Manchester, da anni trapiantato a Madrid, dove nel luglio scorso ha registrato questo eccellente cd, raccoglie le sue esperienze nella scena acid jazz e funky soul inglese – con personaggi come Rae & Christian, The Pharcyde, Nightmares On Wax, Roy Ayers e così via – e le combina con la passione, emersa nel precedente album di debutto a suo nome La Sombra, per il jazz “spirituale” di fiatisti sempre ai margini degli schemi come Yusef Lateef oppure Harold McNair.
Il cambiamento, così vitalistico e propositivo dal punto di vista artistico, gli è stato dettato da un grave problema di salute: un cancro alla gola, oggi felicemente superato, che lo ha fatto sottoporre a un’operazione cui è seguita una rieducazione comprensiva di un nuovo apprendimento del modo di suonare.
E di una nuova voglia di esplorare – con l’impegno di pubblicare 5 album in cinque anni (il terzo è già a buon punto) – che, se nel precedente lavoro si era concentrata principalmente sui ritmi latini e flamenco, qui si apre alle sonorità arabe (soprattutto nella title-track) e alle meditazioni del jazz modale (la sublime “Snake Eyes” e l’interiore “The Mirage”), senza dimenticare momenti più pulsanti ed energetici (“Soho Strut” più fusion, “Barrio 71” più afro-jazz). Sei lunghi brani, densi e pieni, senza pause, per il quintetto di Chip, con il vibrafonista Ton Risco in evidenza, che, sorretto anche da alcuni ospiti, non lascia respiro.

Nicolas Masson Quartet @ Nuno Martins

Nicolas Masson
Travelers
(ECM/Ducale)
Voto: 9

Il ginevrino Nicolas Masson non è solamente un sassofonista e clarinettista di pregio, è anche un affermato fotografo di ritratti e paesaggi urbani o naturali, attento a cogliere le emozioni nei volti e negli atteggiamenti delle persone e insieme a descrivere atmosfere visive sempre in bilico. Si muove nelle stesse direzioni “pittoriche” in questo album, registrato nell’aprile 2017, che lo vede ritornare a suo nome, dopo le esperienze in trio, e recuperare un po’ a sorpresa gli stessi musicisti del suo secondo quartetto Parallels con cui nel 2009 aveva inciso il volubile Thirty Six Ghosts.
Il risultato è prezioso e vincente, con un appeal interiore e insieme espositivo, con un’atmosfera di solitudine onirica, che ha il pregio di essere partecipativa e mai fredda o distaccata. I nove brani, tutti composti dal titolare, disegnano acquerelli melodici che sono incroci e incontri, lievi e sospirosi oppure fragili e galleggianti, con una title-track dove brilla anche il limpido pianismo di Colin Vallon, una “Philae” che occhieggia appena al contemporary, una “The Deep” punteggiata da un ritmo saltellante, i momenti più spaziali dell’iniziale “Gagarine” e quelli più esplorativi di “Blurred”, con il clarinetto in bella evidenza.

Dario Cellamaro Swingsuite 5th

Dario Cellamaro Swingsuite 5th
20th Anniversary
(Alfa Music/Egea)
Voto: 8

“Con questo cd festeggiamo il ventennale del gruppo, riproponendo con nuovi arrangiamenti e nuove esecuzioni il meglio di vent’anni di discografia, con più di 150 brani registrati e tantissimi altri scritti di mio pugno”, dice il batterista Dario Cellamare. “È stata una fatica sceglierne solo nove, ai quali se ne sono aggiunti altri due che ho sempre desiderato incidere senza mai riuscirvi.”
Il risultato non poteva che essere spumeggiante e ricco, vivace ed esuberante, molto mainstream e insieme molto attuale, con un jazz come dovrebbe essere quando si vuole ripercorrere i territori della discorsività piena e della coerenza con il periodo più classicamente jazz del XX secolo, quello del secondo dopoguerra, quello degli Eddie Gomez, dei Woody Shaw e dell’amato Clark Terry (il grande trombettista con cui lo Swingsuite 5tet ha inciso due album), di cui il quintetto riprende altrettanti brani.
Degli altri è autore il leader, che non sfigura affatto con le intense improvvisazioni di “It’s So Difficult”, l’omaggio parkeriano di “Bird My Dear” e quello, ottimo, a John Coltrane di “The Moontrane”, oppure dei più intimi e crepuscolari momenti di “Claudia” oppure della ballad “Ninho”.

Iiro Rantala & Kammerphilharmonie Bremen @ Sybille Zettler

Iiro Rantala
Mozart, Bernstein, Lennon
(Act/Egea)
Voto: 8

Il finlandese Iiro Rantala è, mutatis mutandis, la versione europea di pianisti come Keith Jarrett oppure Chick Corea, che hanno sempre amato confrontarsi anche con la musica classica, sia in veste di esecutori che di compositori di piece “colte”. Personaggio eclettico e persona simpatica, ha amato Mozart fin dai tempi della sua formazione classica a Manhattan, Bernstein perché affascinato dai suoni che commentano le immagini e Lennon, il My Working Class Hero di un suo cd tutto dedicato al Beatle.
Qui ci propone tutti i suoi amori in un concerto eccezionale con la prestigiosa Deutsche Kammerphilarmonie Bremen, tenuto nella città tedesca nell’aprile 2017 in occasione del festival Jazzhead!, un po’ come aveva fatto in studio e sul versante squisitamente jazz con il suo eccellente debutto da solista Lost Heroes. Avere un’altra esecuzione, per quanto accurata e brillante, del celeberrimo “Concerto per pianoforte n. 21” di Mozart non è ovviamente indispensabile, ma proporre questa combinazione di repertorio (con “Imagine” a chiudere, la “Candide Ouverture” bersteiniana e alcuni emozionali brani jazz del Nostro, tra cui l’omaggio “Tears for Esbjörn”, dedicato al compianto leader degli ESB) in maniera alternativamente virtuosa e romantica, con una facilità e un appeal così immediati ed “elastici” convince.
Specie chi, come il sottoscritto, crede con Iiro che “abbattere le barriere tra jazz e classica, e tra i generi musicali in assoluto, fa emergere nuovi e inattesi orizzonti musicali”.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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