Pietruccio Montalbetti, dai Dik Dik all’Amazzonia: un’incredibile avventura tra gli Indios

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Pietruccio Montalbetti

Pietruccio Montalbetti, per tutti, è lo storico musicista dei Dik Dik. Da tempo, però, coltiva un’altra passione: quella per la scrittura. Ora, ad esempio, è impegnato nella stesura di un libro sul grande naturalista ed esploratore Alexander von Humboldt. Ama scrivere dei tanti viaggi che fa, uno all’anno in pratica, l’ultimo in Guatemala. In Settanta a Settemila ha raccontato la scalata ai 7.000 metri dell’Aconcagua, fatta a 70 anni. Da poco ha dato alle stampe Amazzonia. Io mi fermo qui (la citazione dei Dik Dik è lampante), edito da Zona Music Books. E’ il resoconto del viaggio compiuto da Pietruccio, una decina di anni fa, in Amazzonia, tra l’Ecuador e il Perù, alla ricerca di quelli che chiama i “popoli invisibili”. Non è una guida turistica, sia chiaro, ma un’avventura ricca di momenti emozionanti, in cui al centro ci sono sempre la natura e l’uomo.

Pietruccio Montalbetti

Inizi questo tuo nuovo libro con una rivelazione a suo modo sorprendente: galeotto fu Paperino.
E’ vero, la prima scintilla si accese mentre da bambino vedevo un cartone animato della Walt Disney con Paperino che descriveva le meraviglie dell’America meridionale e del Brasile. Poi chiaramente ci sono state molte altre letture, ma fin da bambino ho iniziato a sognare i viaggi. Non sognavo di fare il musicista: volevo essere un navigatore solitario, ed ho imparato a navigare con un grande navigatore che si chiamava Erik Pascoli, e un esploratore. Ed infatti esploro, dentro e fuori di me. A gennaio partirò per andare ad esplorare il Panama, alla ricerca della tribù degli Emberà. Questi viaggi arricchiscono lo spirito.

Nel tuo libro la prima tribù che incontri è quella degli Aucas. E scrivi che nel loro villaggio eravate studiati «come esemplari rari».
Quando incontri queste tribù hai la sensazione di fare come un passo indietro nella storia dell’umanità. Sono dei primitivi, ma sono dei veri amanti della natura e sono inseriti in essa. Non sono gli indios che vedono i turisti, per arrivare a tribù come quella degli Aucas ci vuole un lungo viaggio, è necessario avere spirito d’adattamento. Mi adatto a condizioni estreme e mangio quello che mangiano loro.

E bevi anche quello che bevono loro. La chica, ad esempio, che viene ottenuta dopo che della polpa cotta è stata masticata dalle donne del villaggio e poi sputata in un coccio.
All’inizio di questo viaggio ho incontrato un missionario bergamasco e mi ha assicurato che potevo berla. Gli enzimi della saliva creano degli anticorpi e quindi la chica è piena di vitamina C. E’ un po’ asprigna e se fermenta diventa anche un po’ alcolica. Non sono schizzinoso. Mangiando e vivendo con loro si riesce a capire la loro vita.

C’è stato un momento in cui hai avuto paura?
Paura no, ma ho provato sconforto quando ho tentato di attraversare le Ande con due indios, che poi mi hanno piantato lungo il cammino. Non è che non ho paura, ma non ho angoscia. Sono fiducioso, anche nelle situazioni difficili mantengo la sicurezza di farcela in qualche modo.

Il momento più emozionante del viaggio qual è stato?
Quando sono arrivato dagli Aucas. Avevo visto questa tribù in un documentario in bianco e nero, da ragazzo, alla televisione. Mi erano rimasti impressi e quando sono riuscito a raggiungerli, per me è stata una grande emozione, è stato come rivivere nella realtà quel vecchio filmato. Sono piccole etnie, saranno stati cinquanta in tutto. I bambini sono tutti uguali, ma i giovani cacciatori, può sembrare strano, non ti vedono. Non ti guardano neanche, è come se non esistessi. E’ una sensazione strana.

Come fanno a vivere senza tecnologia?
Noi con la tecnologia abbiamo sicuramente acquisito molte cose, ma abbiamo anche perso tanto. Se un virus distruggesse tutti i computer, noi saremmo morti, mentre loro continuerebbero tranquillamente a vivere.

Un tema che ricorre spesso in questo tuo libro, anche indirettamente, è quello della solitudine.
In questo libro racconto l’Amazzonia, ma sono stato anche in Tibet, in Nepal, a Capo Horn, ho scalato montagne. La solitudine ti mette in contatto con te stesso, è una cosa molto importante. Non voglio dimostrare niente a nessuno, non me ne frega nulla di essere un figo o un macho. Cerco una risposta, che non avrò mai, alla domanda “cosa significa esistere?”. C’è il mondo che vediamo e poi ce n’è un altro di uomini invisibili.

L’Amazzonia è al centro del tuo libro. E’ inevitabile una riflessione sui danni causati dall’uomo in questa regione del mondo.
L’Amazzonia, al di là delle Ande, è praticamente inesplorata. L’Amazzonia del Brasile, invece, vive perché esiste l’Amazzonia. Tagliano le piante per coltivare, ma dopo quattro o cinque anni non cresce più niente, arriva la desertificazione. Il bacino amazzonico è il polmone del nostro pianeta. Io dico sempre una cosa: noi abbiamo bisogno della natura, ma la natura non ha bisogno di noi. A furia di tagliare alberi, accade quello che sta avvenendo, a cominciare dal clima.

Un’ultima domanda che non c’entra niente con il libro. Il 2 giugno sarai a Chiavari, al Festival della Parola, per un incontro organizzato proprio da Spettakolo. Di cosa parlerete con Massimo Poggini?
Ah, non lo so (ride, ndr). A domanda, rispondo. Io posso parlare di tutto, tranne che di due cose: sport e politica. Posso parlare di religione, antireligione, filosofia, astronomia e un po’ di fisica quantistica. Non sono un intellettuale, sono uno informato. Sono uno curioso, leggo e scrivo. Ho altri sei libri pronti.

Pietruccio Montalbetti

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Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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