Artù racconta la “collaborazione” postuma con Rino Gaetano

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Artù

Forte accento romano, modi spicci, passione viscerale per la musica: è Artù, al secolo Alessio Dari, cantautore figlio della scuola romana, che, reduce dal successo dei suoi due album precedenti (Artù e Tutto Passa), ci presenta il suo nuovo lavoro Vola Ale! in cui vanta una collaborazione postuma con Rino Gaetano, di cui ha inciso, per volere della sorella Anna Gaetano, un pezzo inedito, in parte scritto da lui stesso, che ha anticipato l’album. E in comune con il grande autore crotonese ha anche il timbro, il modo di tirare la voce, la rabbia.

Ascoltandoti si ha un po’ la sensazione di trovarsi di fronte al Rino Gaetano di questa generazione. E per tua ammissione lui ha un posto privilegiato nei tuoi ascolti. Come hai reagito quando ti hanno proposto di lavorare a Ti Voglio, brano inedito ed incompiuto di Rino Gaetano?

Per me questa è stata una cosa pazzesca. Anna (Gaetano ndr) ha scelto di affidarmi questo brano dopo avermi sentito cantare al Concerto del Primo Maggio 2017. Mi chiamò per propormi qualcosa di indefinito e già lì avevo intuito. Ho ascoltato il pezzo e non ho potuto dire di no quando mi ha proposto di scrivere le strofe mancanti. Il pezzo aveva già tutta la parte musicale e delle parole, che in parte abbiamo conservato sul finale. Mancavano due strofe. Non potevo dire di no ad un progetto del genere, ma per tre giorni sono stato bloccato, ho avvertito una grande responsabilità. Poi mi sono chiuso in camera e ho fatto andare la demo in loop. Alla fine le parole sono arrivate, dalla pancia, come mi succede sempre. Ho scritto due versi in particolare, che credevo parlassero d’amore, perché quello è il tema della canzone, ma a riascoltarli ho capito che parlavano a Rino, che era un dialogo tra noi. (I versi citati: “Nel ricordo di una rosa rossa e delle tue poesie, nei tuoi occhi c’era tutto il resto delle mie follie”, “La stagione dei vent’anni corre sulle ferrovie, la stagione dei tuoi anni vive nelle sere mie”).

Qual è la canzone più rappresentativa di questo nuovo album, quella che definiresti un po’ come il biglietto da visita?

Chicci di caffè, che è anche la canzone che apre il disco, è messa lì apposta. È una dichiarazione d’intenti iniziale…e poi se dovessero fermarsi a quella io almeno so di aver già detto tutto quello che volevo dire.

E invece, partendo dall’assunto che sei l’autore e quindi ci sei in ogni brano, quella che parla di più di te?

Io lei e il cane, perché è proprio quella che parla della mia vita, non è da intendere, ci sono io, i miei riferimenti culturali, De André, De Gregori, tutto il cantautorato anni 70 che oltre ad avermi ispirato nella mia carriera fa parte dei miei ascolti da sempre.

Li hai citati tu stesso, i tuoi mentori musicali, ed è evidente che come “Il Principe” (Francesco De Gregori) usi molto la scrittura per immagini, e come molti cantautori di quegli anni sei vicino ai temi sociali e sostanzialmente risulta chiaro che il tuo fine, come hai già ripetuto, non è piacere per forza. Ma in questa nuova era discografica che risente del fattore “like” non hai paura che il pubblico non abbia voglia di scoprirti? Che rifarsi al cantautorato storico, per quanto indimenticato, possa allontanarti dal pubblico dei giovanissimi che tendono a legarsi ad un altro genere di musica e d’immagine?

Non mi piace strumentalizzare la musica. Io scrivo di getto, con la pancia, quello che mi viene. Parlo di quello che vedo, è imprescindibile l’argomento sociale. Non sono passato molto in tv, ho fatto il Primo Maggio lo scorso anno e il Coca Cola Summer Festival, ma il mio contatto è con le persone, non mi importa di avere una estrema visibilità, il mio pubblico me lo sono preso suonando e cantando dal vivo e mi piace così. Finché faccio i dischi e le persone vengono ai concerti sono felice. Sono fatalista, finché c’è è bello, se non ci sarà si vedrà.

Hai catturato il tuo pubblico dal vivo, la gavetta tu l’hai fatta nei locali, ma non come cantante, giusto?

Io non volevo fare il cantautore, volevo fare il chitarrista. Poi un produttore leggendo i miei pezzi mi propose di inciderli. E io lì gli chiesi “Eh ma chi li canta?” e lui mi disse che l’avrei dovuto fare io. Non nasco come cantante e non sono certo un esponente del bel canto.

E poi sei diventato Artù, come mai questo nome?

Quando ero piccolo mi chiamavano Semola, sai quello del cartone animato? (“La Spada nella Roccia” film d’animazione Disney ndr) Ero magro, allampanato, non mi piaceva studiare e passavo tutto il tempo a suonare la chitarra. Tutti mi dicevano “cosa farai nella vita?” e io, che avevo già la mia idea precisa in testa, rispondevo che sarei diventato Re Artù (Semola è il nomignolo dato proprio ad Artù nel lungometraggio Disney). Quindi la scelta del nome viene da lì.

Nella discografia moderna è molto forte il senso di appartenenza ad un genere, per intenderci, un po’ l’indicizzazione che ti viene data sulle piattaforme musicali. Tu sei partito con l’indie, ti senti ancora parte di questo mondo? O sei sfociato nel pop? E quanto è rilevante per te questo genere di etichetta?

Poco. Non sono una figura di spicco nell’indie, ma neppure nel mainstream. Eppure sono qui che presento un disco con la Sony. Ci sono, ma non sono etichettabile e questo mi piace. Credo che questo tipo di divisione funzioni ancora, soprattutto quando entri nell’ambiente, perché sei riconoscibile. Io poi non mi sono mai posto troppi problemi, faccio la mia musica e basta.

Sei uno spirito libero, come vivi il fatto che al giorno d’oggi la musica passi per i talent? Ti hanno mai proposto di farne uno?

Me l’hanno proposto, ma non ho accettato. L’immagine in quel contesto è importante e la mia non è adatta, sono un timido. A me interessa scrivere le mie canzoni e fare i miei concerti, non sarei adeguato in quel contesto.

Che rapporto hai con i tuoi fan?

Ottimo. Faccio delle dirette in cui possono farmi domande, una rubrica che ho chiamato #ArtuPerTu, e sono lì che magari cucino, faccio le mie cose. Mi piace stare con le persone. Io vengo dalla borgata romana, tutta quella parte un po’ più colorita di Roma, credo che il mio modo di essere derivi tutti da lì.

Il tuo percorso come cantautore è iniziato nel 2013 con Artù, il tuo primo album omonimo, una sorta di dichiarazione d’intenti in cui affronti difficoltà esistenziali e malcontento sociale con rabbia ed ironia. Poi nel 2016 è arrivato Tutto passa, un disco meno arrabbiato e più malinconico. Adesso con Vola Ale! sembra che l’impegno sociale abbia fatto un passo indietro per dare spazio all’uomo. A che punto del tuo percorso, artistico ed umano, sei?

Ho partecipato al Concerto del Primo Maggio lo scorso anno, quell’ideale per me rimane, ma vedo che anche il modo di concepire quell’evento è cambiato, il sottotesto politico è quasi ignorato, è più un Festivalbar. C’è molto distacco, in questo periodo, nei confronti della politica, che non rispecchia più il cittadino. Ai tempi di mio nonno si era disposti a morire per esprimere un’idea. Questo non esiste più. Oggi il mio rapporto è in misura maggiore con l’essere umano, perché è quello che rimane, ed è quello di cui parla il disco. Vola Ale! sono io, che in questo momento di crisi politica e religiosa mi do una spinta. È il terzo capitolo del racconto, dopo la rabbia e la malinconia è arrivata la rassegnazione, ma non è una rassegnazione negativa, ha una spinta propositiva dentro.

Perché secondo te la musica italiana non riesce, salvo alcuni casi illustri, a valicare il territorio nazionale come accade a molti artisti stranieri? Un tempo eravamo maestri del cinema, esportavamo il bel canto e componevamo le colonne sonore più iconiche, come mai riusciamo ad espatriare con molta più fatica in un mondo che è diventato molto più globale?

Perché l’Italia è un Paese con tantissime anime e forse riusciamo a parlare prevalentemente a noi stessi e neppure a tutti, è più difficile diventare internazionali. Poi l’America ha colonizzato un po’ tutto e si è resa modello, quindi se sei altro da quel modello diventa difficile venire fuori.

Tornando a te, cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi live?

Molta energia. Questa volta alla band ho aggiunto il sax, per dare quelle sonorità anni 80 che sono molto presenti anche nel disco. Perché adesso è tornato di moda, puoi essere anni 80 di nuovo, fino a poco tempo fa eri vecchio. Per me la musica bella è bella sempre, alla fine i miei ascolti sono sempre di quegli anni lì.

Chi ascolti dei cantanti odierni?

Mannarino (con cui ha scritto Giulia domani si sposa), che è anche un mio amico, mi piace anche Renzo Rubino… ma non ascolto molta musica moderna. Ascolto molto Vasco Rossi, uno per cui mi piacerebbe scrivere un pezzo. Sono sempre gli stessi, perché per me quella musica nasceva per essere per tutti, la musica di oggi ha un target molto specifico, è molto legata alla moda.

In occasione dell’uscita del suo nuovo disco venerdì 25 maggio alle ore 18.00 Artù incontrerà i suoi fans alla Discoteca Laziale di Roma (Via Giovanni Giolitti, 263). Per poter accedere al Meet & Greet sarà necessario acquistare il disco che darà diritto a un pass.

L’album sarà presentato anche a ‘Na Cosetta Estiva – Roma, martedì 10 luglio.

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Nata a Foggia in un’estate di notti magiche in cui si inseguivano goal, a 19 anni parte prima alla volta di Roma per poi approdare a Milano. Ha iniziato a 20 anni a collaborare con riviste cartacee o web scrivendo principalmente di musica e spettacolo. Parla tanto, canta, suona (male), insomma pratica qualunque attività fastidiosa vi venga in mente. Per evitare di snervare eccessivamente chi le è vicino si è “sfogata” al microfono collaborando con alcune radio web e locali. Medaglia olimpica di stage non retribuiti.

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