L’omaggio di Fabio Cinti a Franco Battiato

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Fabio Cinti

È stato il primo album a sfondare il tetto del milione di copie vendute. Eravamo nei primissimi anni ’80 e Franco Battiato, tolti i panni del «marziano», dopo dieci anni di sperimentalismi elettronici fino all’approfondimento della classica contemporanea, decise di tornare alle canzoni. Prima timidamente (L’era del cinghiale bianco), poi con convinzione (Patriots) fino a quello che diventerà il suo album più popolare, La voce del padrone. Canzoni che resteranno nei decenni a seguire, canzoni da replicare a ogni esibizione live. Canzoni che non sfuggirono a un ancora bambino Fabio Cinti. Oggi Fabio Cinti, dopo un personale percorso artistico iniziato con l’album L’esempio delle mele (2011), è pronto per consegnare alle stampe La voce del padrone – un adattamento gentile, una versione «rispettosa e ammirata» di quel capolavoro che gli ha stimolato il percorso artistico.

Quale molla ha fatto scattare l’idea di ripercorrere l’album, canzone per canzone?
Devo molto a Franco Battiato, una specie di paternità, anzitutto, non solo legata alle canzoni, al mondo della musica.  In un momento in cui ho sentito il bisogno di allontanarmi da meccanismi tipici della discografia e della promozione di quello che faccio, mi è venuto naturale fare un passo nel passato, nel momento in cui, a cinque anni, sono stato folgorato – senza nessuna consapevolezza e scoprendolo solo duna decina di anni dopo – da La Voce del Padrone. Non lo chiamerei remake, però! Ho scelto “adattamento” proprio perché ho usato strumenti diversi…

È un disco che hai ascoltato quando è stato pubblicato o successivamente?
Mia madre aveva una musicassetta nella sua Cinquecento: era il 1982, non ascoltavamo quasi altro. Ero molto piccolo, avevo cinque anni, ma qualcosa si deve essere mosso in me in modo molto evidente. Chiaramente non avevo la consapevolezza di un adulto, infatti solo una decina di anni dopo ho cominciato a mettere insieme tutto.

L’interesse per Battiato quando comincia? Sei andato a scoprire anche i suoi capitoli sperimentali e quelli ancor più lontani della canzone anni 60?
Dopo quel primo imprinting, da adolescente ho comprato tutto, non solo album e canzoni (quello che si trovava agli anzi degli anni ’90) ma anche i libri, i riferimenti che trovavo nelle canzoni.

Avevi pensato anche a L’ombrello e la macchina da cucire. Non è un po’ difficile come album? Certamente tra i meno celebrati da Battiato stesso che nei suoi live non ha salvato alcun brano da questo album. Invece?
È un album incredibile, ancora da scoprire del tutto, lanciato nel futuro. È una perla, un ritorno alla sperimentazione con un assetto di “canzone”. Non sono l’unico ad amarlo. La scelta di Battiato di non suonare niente di quell’album dal vivo è legata a molti fattori – ne abbiamo anche parlato – relativi anche alla sua riproducibilità. Non esistono, in Italia, album così fatti. Ho intenzione di di farne un remake (non un adattamento stavolta) con i testi tradotti in inglese… è un altro azzardo, ma ti assicuro che si avvicina, cantandolo in inglese, ad alcune produzioni di David Sylvian.

Tornando a questo Adattamento gentile, hai provato più variabili di arrangiamento o hai subito pensato a quello che oggi ascoltiamo, tutto molto classico come strumentazione scelta?
La scelta è stata immediata e decisa, fin da subito. L’ensemble del quartetto d’archi con l’aggiunta del pianoforte è un habitat che mi si addice molto, mi ci trovo bene.

Il canto. Fedele all’originale?
Assolutamente sì: è una partitura anche quella, non si scappa.

Tra le canzoni ce n’è stata qualcuna con cui hai avuto difficoltà maggiori?
Cuccurucucù, molto difficile da cantare e da rendere senza la sezione ritmica così incalzante. Ma pare che l’adattamento sia riuscito, è una delle più apprezzate.

Sappiamo che hai un rapporto ravvicinato con Morgan. Ti ha incoraggiato?
Mi ha detto che avevo avuto una buona idea, che mi avrebbe fatto brillare, ma che non sarei stato capace di realizzarla (dal punto di vista dell’adattamento, della riscrittura delle parti) e che mi sarei dovuto affidare a dei professionisti. Però altri amici, come Carlo Carcano (che è appunto un professionista di quel settore), mi hanno invece molto incoraggiato. Così sono andato avanti da solo cercando di coinvolgere comunque Morgan in altri modi. Ma non ci sono riuscito e un po’ mi dispiace, perché Battiato, tra le altre cose, ci ha sempre legati.

A conti fatti possiamo considerarlo un incondizionato omaggio all’artista o credi che il tuo pubblico, quello che magari non conosce Battiato possa incuriosirsi e cercare altro nella comunque vasta discografia?
Non mi sono posto come chi vuole fare un omaggio, né come chi vuole insegnare qualcosa. Semplicemente, e senza nessuna aspettativa, mi sono sentito in grado di farlo, di poter affrontare un’opera così importante con naturalezza e molto rigore. Nel gesto, poi, ci ho messo la “gentilezza”, sia nei confronti dell’autore che della sua opera. Profondissimo rispetto.

A proposito di questa discografia cosa più ti ha intrigato?
È un percorso affascinante, tutto, dal feto al bardo. Sorprendente e incredibile.

Hai avuto occasione di aprire i concerti di Battiato nel tour di Apriti Sesamo suo ultimo album di inediti? Quante date avete fatto? Cosa ricordi di quell’esperienza?
Ho aperto quattro date di quel tour davanti a un pubblico perfetto, attento, accogliente e rispettoso. Battiato arrivava mezz’ora prima dell’inizio, si chiacchierava un po’, sempre di cose perlopiù divertenti. Mi incoraggiava, affettuosamente, e si metteva sempre lì ad ascoltare: mi faceva molto più effetto la sua presenza di lato che quella del (tanto) pubblico di fronte…

Come sei arrivato a conoscerlo?
Quando avevo vent’anni l’ho inseguito, come tutti i fan. Ma non volevo l’autografo, mi interessava capire alcune cose, tecniche (per esempio cosa usava per mandare la voce in reverse alla prima di Campi Magnetici, a Firenze) oppure filosofiche… questo lo ha incuriosito fin da subito e mi ha accolto. Sono sempre stato molto discreto, dosavo il tempo e la distanza per non essere invadente. Poi, con Morgan, siamo andati a trovarlo a casa sua…

E quella canzone, Devo, era nel suo cassetto? (si ravvisano tracce in Ferro battuto), ma era quello che volevi? Gli avevi chiesto una partecipazione e poi…
Sì, gli avevo chiesto un featuring, ma quella canzone era già nell’aria. È una specie di parte 2 di Personalità empirica, ma il testo sembrava perfetto per me in quel momento. Anche con la complicità di Davide Ferrario, la cosa è andata in porto e lui è stato felice di concedermi quel privilegio.

Rispetto al tuo percorso questo omaggio a La voce del padrone cosa rappresenta? Hai già materiale nuovo in lavorazione?
Lavorare a questo album ha mosso molte cose, fisiche e metafisiche. È stato come un setaccio, se mi si passa la metafora…: sono rimaste le cose belle, le più importanti, necessarie. Il resto è andato via. Quindi mi sento rinforzato, dopo un periodo un po’ complesso, forse buio. Oltre a L’ombrello… di cui parlavo sopra, ho un bel po’ di inediti. Ma non è ancora il tempo.

Farai concerti di presentazione dell’album?
Sì, c’è un booking al lavoro. Intanto, il primo, il 16 giugno a Milano, alla Palazzina Liberty, di pomeriggio, alle 17.
Fabio Cinti

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Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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