Intervista a Federico Buffa: «Il mio nuovo spettacolo, l’emozione con Bruno Pizzul e quel “fortunato” rimpianto delle Olimpiadi di Londra»

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Qualche giorno fa, nell’ambito del Festival della Bellezza di Verona, ha debuttato il nuovo spettacolo teatrale di Federico Buffa, dal titolo Il rigore che non c’era (qui il racconto della serata).
Noi lo abbiamo incontrato prima del debutto per una lunga intervista su questo nuovo lavoro, la sua nuova vita divisa fra teatro e sport, gioie e rimpianti di una carriera lunga ormai quarant’anni, con un’immancabile chiusura sulle NBA Finals in corso in questi giorni oltreoceano.

Com’è nata l’idea di coniugare il racconto sportivo e il teatro?
E’ una risposta che potrei dare per vari aspetti della mia vita senza entrare neanche sul concetto professionale: culo.
A un certo punto c’è uno, che tu non conosci, e in questo caso si tratta di Caterina Spadaro, co-regista insieme ad Emilio Russo degli spettacoli del Teatro Stabile Menotti di Milano, che mi dice: “Te la sentiresti di fare il cosiddetto grande salto? Di passare da raccontare delle storie in televisione a farlo in un teatro?” Io le ho risposto: “Guarda, è il sogno della mia vita, ma sinceramente non saprei se questa sia una cosa nelle mie corde o se sia in grado di farla sinceramente”. Alla sua domanda su cosa mi sarebbe piaciuto portare in teatro io ho risposto che per me c’era un momento epocale nella storia del secolo scorso, e si trattava delle Olimpiadi di Berlino del 1936: per chiunque si sia mai appassionato di sport le Olimpiadi del ’36 dividono la storia dell’uomo e dello sport.
Da quel momento lei ed Emilio creano uno spettacolo teatrale senza però dirmi che io avrei dovuto anche interpretare un personaggio, per di più realmente esistito. Le mie perplessità sulla capacità di fare l’attore, soprattutto alla mia età, sono state superate convincendomi del fatto che ci sarebbero state parti alternate tra narrato e recitato.
Dovevamo fare solamente tre repliche al Teatro Menotti: venerdì, sabato e domenica. Ricordo anche che il giorno dopo partivo per Amsterdam per andare a fare la storia di Johan Cruijff per Storie di campioni con 40 di febbre. Da lì le repliche sono diventate 124. A quel punto, calcolando che io sono cresciuto andando a teatro, perché mio papà mi portava sempre, mi sono detto “vabbè, proviamo”, e da lì sono nati altri due spettacoli: Mohammed Alì, a night in Kinshasa, che debuttò proprio qui al Festival della Bellezza lo scorso anno e Il rigore che non c’era, che debutta stasera.

Su cosa è centrato questo nuovo spettacolo, Il rigore che non c’era?
E’ uno spettacolo centrato sulla controfattualità, sul “cosa sarebbe successo se…”. Questa cosa che ricorre della porta rossa e della porta nera è la linea che divide la storia. Ad esempio l’ultima controfattualità è questa: e se Von Braun, il più grande scienziato missilistico di tutti i tempi, fosse stato passato per le armi come voleva la Gestapo nel ’44 e non fosse stato salvato da Albert Speer, gli americani, che lui ha mandato sulla Luna, ci sarebbero andati lo stesso? Ci sarebbero forse andati i Sovietici, a cui pensò per un po’ di consegnarsi nel ’45? O magari non ci sarebbe andato nessuno?
E proprio l’ultima valutazione è questa: cosa sarebbe successo se tutti questi ingegneri, scienziati, architetti, in un’Europa non funestata dall’olocausto, fossero rimasti tutti qui e non se ne fossero andati negli Stati Uniti? Di sicuro non avremmo mai sentito parlare della Silicon Valley, perché gli ingegneri tedeschi col marketing ebraico ci sarebbero arrivati anni prima. E che cosa sarebbe stato di questo pianeta se il business principale al mondo oggi fosse stato orientato dagli europei e non dagli americani?
Insomma, si tratta di una serie di meditazioni di questo tipo su come il mondo è stato a tanto così dall’andare da un’altra parte, tipo sliding doors.

Ascoltando le prove mi ha colpito una cosa che dici, ovvero che la rivoluzione degli afroamericani, il cui simbolo nello sport è stato il gesto eclatante dei Black Panthers Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 col pugno al cielo e il guanto nero, è fallita miseramente. E citi anche LeBron James come alfiere moderno dei diritti degli afroamericani. Ma perché pensi che non sia cambiato nulla?
Beh, perché comunque è vero quello che dice LeBron: sono passati 50 anni, ci sono state le leggi sui diritti civili, sul diritto di voto, ma alla fine li ammazzano esattamente come li ammazzavano prima, e ci sono stati troppi episodi giudiziari in questi ultimi mesi.
L’ultimo, quello a cui lui ha fatto più riferimento, è quello di St. Louis, dove c’è questo poliziotto che, intercettato, dice “io quello là lo voglio ammazzare”, e gli spara 5 pallottole da una distanza di due metri. Nessun poliziotto ti spara cinque volte da così vicino, ed è evidente che sono passati 50 anni ma quest’idea dello spossessamento del corpo rimane, ed è un’idea che gli afroamericani hanno e i loro scrittori continuano a scrivere: sebbene non pendano più dai pioppi come cantava Billie Holiday in Strange Fruits, di fatto la polizia gli spara ancora senza fargli troppe domande e tendono a sparare sempre a loro, quindi vuol dire che in realtà non c’è stato tutto quel cambiamento che loro speravano e di cui si parla nella canzone A change is gonna come di Sam Cooke del 1963.
Visti 50 anni dopo ci sono stati dei miglioramenti, c’è stato un presidente afroamericano, ma continuano a sparargli. E LeBron su questo è forte e anche molto scomodo, perché ne parla.

Se dovessi scegliere un obiettivo, uno scopo di questo spettacolo, quale sarebbe?
Tutti i miei spettacoli hanno tendenzialmente sempre lo stesso obiettivo: avrebbero una base facilmente commestibile, che è lo sport, ma hanno anche una velleità di natura divulgativa, cioè convincere anche uno solo di questi spettatori ad approfondire qualche cosa di cui non aveva tutta questa conoscenza quando è venuto a teatro e che magari lo ha incuriosito. Nello spettacolo ce ne saranno cinquanta di potenziali temi che possono interessare un ventenne di oggi e fargli pensare “ma chi è questo qua?”. E tenete presente che rispetto ai miei vent’anni in cui io dovevo andare a casa e cercare sull’enciclopedia, adesso con la tecnologia ci vuole un secondo a sapere di cosa sto parlando.

Qual è l’emozione nel guardare negli occhi il pubblico, rispetto a lavorare in TV?
La televisione è un medium freddo, il teatro è la realtà, e quindi c’è una differenza abissale.
Ti faccio un esempio: mentre ero in scena a Roma, due anni fa, alla Sala Umberto, nel pomeriggio abbiamo girato un pezzo su Cassius Clay alle Olimpiadi di Roma ’60. Siamo andati all’Eur e per fare tre minuti di televisione ci sono volute cinque ore: avrei fatto in tempo a fare lo spettacolo teatrale due volte, e penso di non dover aggiungere altro.

Da questo punto di vista qual è stata la tua più grande soddisfazione?
Posso dirtelo proprio con grande freschezza: giovedì scorso.
Il basket è sempre stato il mio sport, ma di calcio ne ho visto e sentito tanto, quindi come tutti gli italiani ho visto tante partite della Nazionale e ogni periodo ha avuto il suo telecronista di riferimento. Ma ce n’è uno in particolare a cui credo tanti italiani siano affezionati ed è Bruno Pizzul, che però non ha mai avuto il piacere di dire che l’Italia avesse vinto qualcosa, perchè dal 1986 al 2002 ha commentato l’Italia per ben 5 mondiali e 4 europei, ma tutti persi. In compenso però si è fatto i rigori di Pasadena e Italia ’90, con questi tragici “azzurri a casa” (imita la voce di Pizzul, ndr).
L’altra sera a Cormons, che è il suo paese natale, questo fantastico ottantenne era presente a questa serata organizzata con Sky in cui si stava vedendo sul teleschermo l’ultima puntata della serie che ho fatto quest’anno sul 1968, che racconta proprio di una partita di calcio, cioè Italia-Jugoslavia, finale degli Europei vinta dagli Azzurri.
Io non amo né vedermi né sentirmi, però in questo caso non potevo non sentirmi, quindi mi sono messo di lato per non vedermi sullo schermo e ho passato tutto il tempo a guardare Pizzul, vedendo che progressivamente si emozionava: più la storia andava avanti più, come spesso ci succede da italiani, ci emozioniamo, perché quando vediamo le storie di sport ci torna in mente la nostra vita, cosa facevamo allora, come eravamo, a che cosa pensavamo, che cosa sarebbe successo dopo.
E quando ho visto questa persona che io avrò sentito mille volte in televisione e mille volte ho pensato quanto fosse bravo nel controllo, nel modo di porsi, a pensare che a tanti anni di distanza dall’ultima volta che l’ho ascoltato in tv io avessi mai potuto vedere lui emozionarsi per una cosa che avevo fatto io, se me l’avessero detto avrei risposto “l’avete costruita bene, devo dir la verità, siete dei buoni sceneggiatori, grazie”.
Non ci credevo e mi sono emozionato io nel vedere lui emozionarsi.

C’è, invece, qualche rimpianto legato alla carriera di commentatore sportivo?
Io sognavo di andare a fare le Olimpiadi di Londra del 2012.
Non sono mai stato alle Olimpiadi, neanche da spettatore e credo che sia un evento che non ha eguali: il mondiale di calcio è bellissimo ma ci vanno in trenta, mentre alle Olimpiadi ci va tutto il mondo e ci sono tutti gli sport.
Oltretutto Sky nel 2012 non era solamente broadcaster dei Giochi Olimpici, ma le produceva, e ha fatto vedere tutte le gare, cominciando alle 9 del mattino con le batterie del canottaggio fino alla sera con le finali e le gare più importanti.
Sinceramente, non avendone mai fatta una, speravo di poter partecipare nella squadra dei commentatori Sky, anche perché sapevo, e la storia mi ha dato ragione fin troppo facilmente, che quella finale di basket Stati Uniti-Spagna sarebbe stata la più bella partita di tutti i tempi della pallacanestro olimpica.
La cosa paradossale è che invece mi hanno mandato due anni dopo a fare i mondiali di calcio senza che io prima di quel giorno avessi mai parlato di calcio a Sky, e da lì la mia vita è cambiata.
Però quando mi sono reso conto che non sarei andato a fare le Olimpiadi ci sono rimasto molto male, anche se paradossalmente è stata la mia fortuna, perché se avessi avuto quell’opportunità probabilmente sarei andato a vivere in oriente, visto che all’epoca avevo una fidanzata orientale e non avrei mai fatto gli spettacoli a teatro.
Tornando, nel mio piccolo, al tema dello spettacolo, questa è una sliding door clamorosa, perché a Sky mi hanno detto “vorresti fare qualche storia per riempire gli intervalli delle partite NBA?” e da lì è nata “l’NBA dei nostri padri”, poi sono passato alle narrazioni calcistiche che poi mi hanno portato qua. Quindi se io fossi andato a fare quelle Olimpiadi con ogni probabilità adesso non saremmo qui a parlare.

Quanto può essere difficile fare la cronaca di una partita che non va secondo le proprie aspettative?
Io non ho mai fatto partite di squadre italiane, quindi non c’è quella componente patriottica, e allora dal mio punto di vista vale il motto “vinca il migliore”. In realtà però non è così, perché quando noi eravamo a fare le telecronache negli Stati Uniti, e questo te lo posso dire senza alcun problema, io facevo il tifo in relazione all’andamento della serie per la squadra che era sotto per poter rimanere lì più tempo possibile, quindi cambiavo squadra con una facilità sorprendente pur di arrivare a gara-7. Se volete ve la racconto poetica, ma questa è la verità.

Una cosa che mi ha incuriosito è che nel 2016 ha doppiato Jon McLaren nel film Race – Il colore della vittoria. Com’è nata quest’esperienza?
Esatto, ho doppiato il radiocronista americano delle Olimpiadi del ’36 nelle gare di Jesse Owens perché la società di distribuzione italiana del film, siccome io in quel periodo ero a teatro proprio col mio spettacolo sulle Olimpiadi del ’36, disse “perché non prendiamo lui per fare il radiocronista?”.
E io ricordo il mio ingresso allo studio di doppiaggio a Roma, presente sua maestà Alessandro Rossi, ex voce di Kevin Costner, che aveva scritto in fronte “Ma tutte a me ‘ste sfighe? Mi mandano ancora lo sportivo e io adesso gli devo far fare in maniera credibile un radiocronista degli anni ’30?”. Io lo capivo benissimo, ero dalla sua parte, però non potevo andarmene, e in quei 50 minuti in cui abbiamo doppiato ho ricevuto, senza averla richiesta e forse nemmeno cercata, una delle più grandi lezioni teatrali della mia vita: Alessandro Rossi ha avuto un approccio fantastico con me, mi ha proprio imboccato col cucchiaio e ha cercato di farmi rendere il più credibile possibile in quel contesto, anche sforzandomi di adattare la mia pronuncia a quella centroitaliana, che è la miglior pronuncia della nostra lingua e quella usata nel cinema, quindi ho dovuto parlare per tutto il tempo con questo tipo di accentazione e vocalizzazione. Poi io ogni tanto pronunciavo un po’ troppo spesso vicino alla lingua d’origine e c’era lui che mi diceva “Federì, questo me lo fai un po’ più burino?” e verso la fine del doppiaggio è venuto lì a dire “senti, ma tu come la faresti questa?”, ovvero mi ha chiesto su alcuni nomi stranieri come li avrei fatti io, perché la traduzione non è sempre fedelissima. Ad esempio quella degli anni ’80 è drammatica: ne Il paradiso può attendere la parola“quarterback”  era tradotta come “capitano”. Per un’audience italiana non era neanche il regista, ma il capitano.

Visto che siamo proprio nel bel mezzo della serie, non posso non chiederti un pronostico sulle Finals NBA.
E’ un pronostico un po’ viziatino dopo due partite, visto che adesso i Cavs devono vincerne 4 su 5.
Rispetto a quando hanno ribaltato il 3-1 di due anni fa ci sono diversi fattori di differenza: c’era Kyrie Irving, che ora è a Boston, ma soprattutto Kevin Love era infortunato, il che gli permetteva di accoppiarsi molto meglio difensivamente contro Golden State.
Adesso Kevin Love con chi lo accompagni? Non vedi che giocano solo contro di lui? Solo per creare una situazione in cui deve muoversi e vedere chi è il giocatore con cui si accoppia?
Il plus/minus di Kevin Love anche coi Celtics era -20, si è fatto male all’inizio della sesta e loro hanno vinto due partite. Le avrebbero vinte lo stesso, però con lui in campo erano -20 coi Celtics.
I Cavaliers non sono in grado di sostenere la sua posizione difensiva: o hai un giocatore d’area non pericoloso che lui può marcare, oppure se lo muovo in giro per il campo lui non sa dove andare. E gli altri sono felici se lui tira qualche volta da tre, se ti fa 20 punti, così lo tengono in campo di più.
Dovrebbe marcare Kevin Durant, ma mentre Durant può marcare Love quando vuole, lui quando difende non sa neanche dove sia Durant in giro per il campo.

Quand’è che tornerai a commentare il basket, magari ancora in coppia con Flavio Tranquillo?
L’Azienda (Sky, ndr) non è interessata, al momento.
Loro non lo chiedono a me e io non lo chiedo a loro, visto che sono anche impegnato con questa nuova avventura teatrale.

Ha collaborato Claudia Assanti

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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