Intervista a Frank Nemola: “I miei 20 anni con Vasco”

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Frank Nemola

20 giugno 1998. Una data fondamentale per i fan di Vasco Rossi e per la storia della musica italiana: proprio quel giorno, infatti, 120.000 persone affollarono l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola per il concerto di Vasco nell’ambito dell’Heineken Jammin’ Festival, dando di fatto il via ad una nuova era per la musica del Blasco. Su quel palco, per la prima volta, c’era anche Frank Nemola: lui e il batterista Jonathan Moffett erano i “due nuovi ospiti appartenenti alla combriccola”, come diceva l’ormai storica presentazione di Diego Spagnoli. Dal ruolo di ospite a quello di presenza fissa il passo è stato breve: da quel giorno in poi, infatti, nonostante gli avvicendamenti nella band siano stati numerosi e finanche clamorosi, Nemola non è mai sceso da quel palco, diventando una delle colonne portanti dello show e del sound di Vasco.
L’abbiamo incontrato alla vigilia di questo anniversario per ripercorrere la sua storia con Rossi, dalle prime collaborazioni all’evoluzione del suo ruolo che l’ha portato ad essere, di fatto, una sorta di “direttore d’orchestra” della band.

Domani si festeggiano i tuoi 20 anni sul palco con Vasco Rossi.
Il 20 giugno sono 20 anni dal concerto di Imola. Prima ci sono stati i due concerti prova di Zurigo (16 e 17 giugno, ndr) ma quelli non contano. Io sono arrivato al momento del pop di massa, perché Canzoni per me è stato l’album che ha portato Vasco verso il mondo del pop: è stata quell’espansione di cui c’era bisogno, grazie all’arrivo di sequenze e suoni un po’ più pop, che hanno fatto diventare la sonorità di Vasco un po’ più ibrida, meno rock e basta.

Com’è nata la tua collaborazione con Vasco?
In realtà non è stata una scelta, ma sono capitato per caso, verso ottobre 1995.
Ai tempi il fonico di palco, Bob Bobbera (ex membro dei Ciao Fellini, gruppo anni ‘80-‘90), aveva proposto a Vasco di fare il remix di Nessun pericolo per te, però all’inglese, ovvero in un modo in cui la canzone viene completamente stravolta. Era una roba strana e il ragazzo che faceva il mio lavoro dopo 3 giorni non era riuscito a sincronizzare gli ADAT col computer, cosa che per me invece era pane quotidiano. Dopo 3 giorni Bob mi ha chiamato per risolvere il problema e in un quarto d’ora stavamo già lavorando. Da ottobre 1995 lavorammo fino a febbraio 1996 ed il risultato è l’EP Remixed.
Dopo quello la BMG prese i diritti delle canzoni originali dei primi album e nel 1997 fu pubblicato Rock, in cui io ho curato gli arrangiamenti di Sballi ravvicinati del terzo tipo e Valium. Questi due brani piacquero moltissimo a Vasco fin da subito, tanto che quello stesso anno li presentò dal vivo al concerto del Neapolis Rock Festival, ed erano tra i primi pezzi con le basi. Dopo Nessun pericolo per te uscì Canzoni per me e anche lì c’erano brani come Io no e Rewind che avevano delle sequenze, quindi serviva un salto di qualità rispetto al sistema con gli ADAT che venivano utilizzati prima, perchè era ingestibile: in prova dovevi partire sempre dall’inizio e mai da un altro punto della canzone, e serviva ogni volta molta pazienza. A quel punto Guido Elmi disse “facciamo col computer, che è più gestibile” ed entrai a far parte della band. All’epoca si trattava praticamente di pionierismo, perché c’erano a disposizione solo 4 tracce audio: 2 tracce stereo per i loop, una traccia per tutto il resto e una per il click del batterista.

Adesso, oltre a questo, qual è il tuo ruolo sul palco?
Dall’anno scorso con Modena Park sono responsabile della sincronia di tutti i video, di tutte le luci e di tutti gli elementi del concerto, visto che è tutto comandato da un timecode che faccio partire io. Prima ero responsabile solo dello start dei brani con sequenze, che negli anni scorsi erano mediamente tra i 12 e i 15 su tutta la scaletta, a seconda delle canzoni che suonavamo, mentre dall’anno scorso tutto il concerto è gestito da sequenze. Tecnicamente funziona così: io faccio partire una traccia, che oltre a dare il click ai musicisti genera un timecode che viene poi distribuito alle luci e ai video, per cui praticamente porto sulle spalle tutto il concerto (ride, ndr). Il timecode è una traccia che si usa nei film e in generale per sincronizzare: si chiama SMPTE ed è l’acronimo di un codice di una società di misurazione del tempo che ha definito uno standard per cui all’interno di traccia con un suono ci sono delle informazioni di tempo, e io le mando sia al mixer luci che a quello video affinchè siano sincronizzati alle tracce audio che abbiamo sul palco. Inoltre gli effetti speciali sono sottolineati con dei “cue points”: ad esempio una determinata cosa succede a 2 ore, 15 minuti, 40 secondi e 22 frames, così fa in modo di essere tutto in sincrono. Quindi tutti gli effetti che vedete sul palco sono perfettamente sincronizzati tramite questo sistema.
In realtà questo sistema si poteva utilizzare già da quando sono arrivato io venti anni fa, però è stato inserito solo ora: prima i contributi video erano più astratti e le riprese erano meno accurate, mentre ora sono aumentate le dimensioni degli schermi e lo show è molto più grande come allestimento: quando nei posti con meno capienza ci sono comunque 45.000 persone devi far vedere lo spettacolo a quanta più gente possibile e questo è un modo per coinvolgere quanto più possibile il pubblico.
Oggi è tutto più tecnico e tecnologico, dal punto di vista “sano” della cosa: siccome esiste la tecnologia, utilizziamola per bene. Ci sono dei progetti giusti, non si fanno più gli accrocchi di una volta con 20 impianti collegati insieme per averne uno grosso, ma se ne fa uno solo, che è più facile da gestire. Quest’anno, ad esempio, i cluster appesi sono stati divisi: uno per la musica ed uno soltanto per le voci, in modo da far risultare la voce di Vasco sempre chiara e percepibile, visto che non va interagire con le frequenze degli altri strumenti, ma è isolata e può essere quindi anche trattata in maniera migliore dai tecnici del suono.

Frequentemente nei live ci sono degli stravolgimenti degli arrangiamenti: versioni completamente diverse o brani che, dopo anni con un arrangiamento particolare, tornano alla versione originale.
Nei live spesso ci sono state delle sorte di concrezioni, aggiungendo sempre qualche sovrastruttura, ma c’è anche un ritorno, alle volte, alla concezione originale del pezzo. Vince quest’anno ha deciso di togliere tante cose, visto anche che non ci sono Clara e Cucchia, e di tornare ad esempio alla concezione dei cori originali dei dischi, ovvero che i cori si fanno quando servono, mentre prima, soprattutto nel periodo in cui Vasco non stava bene e Andrea faceva tutte le doppie voci, si era aggiunta un sacco di roba che era diventato difficile togliere.

Come nasce una scaletta e com’è venuta fuori l’idea di proporre Ciao strumentale del ’78 nell’interludio?
L’idea di fare Ciao strumentale è di Vince: cercando i pezzi da fare per l’interludio ha chiesto a Beatrice di provare a farla a modo suo ed è molto nelle sue corde, con questo approccio un po’ minimale.
Le scalette hanno una loro storia emotiva e tutti i pezzi hanno il loro motivo di essere esattamente in quel punto della scaletta. E’ stata tolta Vivere perché a Vasco non piaceva cantarla tra Senza parole e Sally: non riusciva ad entrare dentro la canzone emozionalmente, cosa che per lui è fondamentale. Non ci sono motivazioni tecniche o musicali, ma solo questo.

Quindi anche il fatto che alcune scalette o la costruzione di alcune parti del concerto rimangano sempre un po’ troppo uguali è dovuto dal fatto che a Vasco piace il modo in cui entra dentro quei brani.
Ha un percorso emozionale suo che deve rimanere costante per essere Vasco Rossi. Non è un cantante che canta delle canzoni, ma ti racconta dei pezzi di vita vivendoli in quel momento, ed è per questo che è Vasco Rossi, quindi si cerca di mantenere tutto ciò  possibile, preservando ed esaltando questo aspetto, che è anche il suo punto di forza. Da qualche tempo a questa parte inoltre c’è molta più attenzione alla canzone, a che cos’è e che cosa significa il testo, mentre prima contava troppo il lato musicale, lasciando il significato delle canzoni e la loro forza emozionale troppo in secondo piano.

Con le assenze del Gallo, di Cucchia e Clara e l’arrivo di Vince e Beatrice sei diventato uno dei più anziani della band, una sorta di chioccia per i nuovi arrivati.
I nuovi arrivi non hanno bisogno di nessuna chioccia, anzi, per me è divertente lavorare con loro perché è stimolante. Siccome sono bolognesi come me io, Beatrice Antolini e Vince Pastano viaggiamo insieme in macchina partendo da Bologna e abbiamo ribattezzato l’auto “true love car”: ci divertiamo un casino e spariamo un sacco di cazzate.
Beatrice è brava, nell’evoluzione della musica di Vasco è una figura che ci sta bene e fa da contraltare ad Alberto, che ha un modo di suonare più “vecchio stile”, mentre lei è molto più aggressiva. Poi io già la conoscevo da tempo: ero suo fan dal 2008, nel 2010 andai a vederla dal vivo a Lecce e ci siamo conosciuti allora. Mi chiedevo quale sarebbe stato il suo impatto al momento dell’ingresso nel mondo-Vasco ma in realtà c’è entrata con la sua personalità, senza bisogno di doversi adattare, un po’ come è successo a me 20 anni fa.

Qualche settimana fa è uscita una cover di Sbagli miei di Massimo Riva cantata da Giovanni Mitolo e prodotta da te, che avevi già partecipato alla realizzazione dell’album Comandante Space.
Ho deciso di ripubblicare Sbagli miei cantata da Giovanni Mitolo perché quel disco mi è rimasto veramente sul gozzo: c’erano delle canzoni bellissime ed è un peccato non essere riusciti a completarlo. Avevamo appena finito di fare i provini del disco, le voci che poi sono finite sull’album erano state buttate giù soltanto come promemoria e da quel momento in avanti saremmo dovuti partire con la produzione. Due giorni prima della morte di Massimo avevamo fatto i cori di DNA.
In questa nuova versione cantata da Giovanni Mitolo volevo tenere l’arrangiamento originale rendendo un po’ più moderni i suoni, e credo che l’esperimento sia riuscito: ho fatto ascoltare la canzone a Clauria Riva, sorella di Massimo, e le è piaciuta molto.

Tra pochi giorni finisce il tour. Quali saranno i tuoi impegni successivi?
Il 24 giugno vado a vedere Jeff Beck al Teatro Romano di Ostia Antica, poi dal 26 sono in studio fino al 6 luglio con un altro mito: Paolo Zavallone. Non è tanto conosciuto perché è sempre stato dietro le quinte, ma è davvero un personaggio incredibile: ha 85 anni ed è stato per 20 anni direttore d’orchestra in Rai e per altri 20 anni direttore dello Zecchino d’Oro, ed è stato lui a portarlo da un normale programma nel palinstesto pomeridiano Rai alla mondovisione. Tanto per farti un esempio, lui è il pianista di Guarda che Luna di Buscaglione, ha scritto un sacco di canzoni per Mina, ha arrangiato Il coccodrillo come fa, e tantissime altre cose. Dal ’63 all’83 era alla Rai di Torino e tutte le sigle che si ascoltavano in televisione le aveva composte lui: gli chiedevano una sigla la mattina e il pomeriggio era pronta. Ha fatto la storia della musica italiana, ma essendo sempre stato dietro le quinte il grande pubblico non lo conosce.
La cosa divertente di stare con lui sono gli aneddoti, perché ovviamente attraversano tutta la storia musicale italiana: ad esempio negli anni ’60 lui era nella big band del grande clarinettista Henghel Gualdi e faceva anche da talent scout, andando a sentire i concerti nei locali per scegliere i musicisti della band: alla batteria aveva scelto Tullio de Piscopo preferendolo a Giulio Capiozzo, batterista degli Area, perché a suo dire era più allegro.
Oppure un altro che ti fa capire la sua enorme cultura e il suo grandissimo talento musicale: quando arrivavano i pezzi nuovi dall’America, la Ricordi gli mandava pile di 45 giri che lui ascoltava nel mangiadischi che si usava all’epoca, e mentre ascoltava scriveva gli arrangiamenti per i singoli strumenti dell’orchestra che poi avrebbe suonato la sera successiva.
Avevamo cominciato a lavorare per un cantante e lui aveva scritto dei brani, poi ci son state delle marette interne e così gli ho proposto di fare un disco con dentro le sue canzoni interpretate da diversi cantanti unite alla sua produzione passata, per dare un quadro completo dell’artista.
Stiamo lavorando insieme e mi sto divertendo un casino con lui, nonostante il nostro modo di lavorare sia completamente diverso: un giorno, dopo aver ascoltato un mio arrangiamento mi ha detto “non capisco quello che fai ma mi piace”.
Siccome ha una concezione diversa della musica, un’impostazione prettamente classica e non ha idea di cosa l’elettronica possa offrirti come tavolozza sonora, lavorarci insieme è come far avvicinare due mondi distanti, anche se poi le regole del gioco sono le stesse, ovvero generare emozione.

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".

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