I Queens of The Stone Age agli I-Days, ovvero come finire in bellezza

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Queens of the Stone Age
Foto di Andres Neuman

Il quarto ed ultimo giorno degli I-Days si conclude con il concerto dei Queens of The Stone Age, l’apoteosi esaltante di una giornata che inizia con della buona musica e finisce con l’appagamento di tutti e cinque i sensi.

Quando Josh Homme & Co. irrompono sul palco, lo fanno con una spavalderia carica di erotismo e quell’irrefrenabile tracotanza che satura l’atmosfera di un carisma irresistibile. Sanno esattamente chi sono, cosa vogliono e si impossessano alacremente di ogni singola preda disseminata fra il pubblico. Un pubblico inerme, in trepidante attesa di essere inghiottito da un sound totalizzante che lascia poco spazio a timidezze e inibizioni. Lo chiamano Desert Rock, perché coincide con gli aridi paesaggi desertici da cui proviene, pregni dell’arsura che fomenta una sete incontenibile di quel hard rock psichedelico misto a blues, heavy metal e hardcore punk.

Il set di luci scelto per questa parentesi californiana ha incrementato ulteriormente la capacità seduttiva dei loro muri sonori che pervadono il pubblico. I pali di luce posizionati a cadenza irregolare fra gli elementi della band, illuminano il palco spaziando dal rosso fuoco al blu elettrico.

Si inizia subito con la potenza di Go With the Flow, tratta da uno dei loro album di maggiore successo Songs for the Deaf. Josh Homme percorre instancabilmente sulle corde della sua chitarra le montagne russe di una carriera costellata da successi importanti, da quelli più recenti come Feet Don’t Fail Me, a quelli che sono rimasti impressi nella memoria dei fan più incalliti, come Long Slow Goodbye.

Il carico da novanta arriva a metà concerto con No One Knows: con la stessa potenza di chi sferra un pugno dritto allo stomaco, i QOTSA creano un vortice incontrollabile di riff galoppanti che si susseguono scanditi dalla batteria strepitosa di Jon Theodore, che ci regala un assolo maestoso.

Josh Homme dal canto suo, è perfettamente a suo agio nei panni di un Elvis in versione californiana anno ’00: più sfacciato, ingordo e provocante dell’originale, si accende una sigaretta mentre sorseggia un Whiskey e, col tabacco fumante in mano, non accenna a smettere di suonare nella sua solita posa di chi non teme niente e nessuno. Circonda i pali di luce, gli gira attorno, li abbraccia quasi, senza mai perdere il controllo.

Al risuonare di Make It With Chu, Homme offre il suo Whiskey ai primi della fila, per poi chiedere al pubblico di cantare per lui in un atto di condivisione totale. E mentre la folla si sgola cantando I Wanna Make it Wit’ Chu i Queens of the Stone Age la accompagnano, come se fossero loro il supporto musicale del pubblico e non viceversa.

Dopo un ulteriore apice con Little Sister, il concerto termina degnamente con Song for the Dead, accompagnando un pubblico ormai stremato ma felice verso la fine di un’esibizione memorabile e la fine di questi I-Days 2018.

Ecco la scaletta del concerto: 

Go With The Flow
Sick, Sick, Sick
Feet Don’t Fail Me
The Way You Used To Do
My God is The Sun
Evil Has Landed
Long Slow Goodbye
Millionaire
No One Knows
If I Had A Tail
Domesticated
Make it With Chu
Haunted House
Smooth Sailing
Little Sister
Song for The Dead

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Classe '86, nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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