Ermal Meta, dal Festival di Sanremo al Non abbiamo armi Tour

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Ermal Meta - Concerto del Primo Maggio 2018 - Roma - © Foto: Riccardo Medana

Partirà domani sera da Fiorenzola d’Arda, in provincia di Piacenza, il Non abbiamo armi Tour di Ermal Meta. Abbiamo avuto il privilegio di raggiungerlo in uno dei suoi rari momenti di riposo e di fare insieme una bella chiacchierata su questi ultimi, intensi, mesi, discutendo anche a più ampio raggio dell’Italia e della musica in generale.

Ermal, sono stati dei mesi intensi.

Si, in questi mesi è cambiato davvero tanto. Tutto è iniziato a Sanremo con la vittoria del Festival, poi è arrivato il nuovo album che sta andando molto bene, ho fatto una data al Forum, cosa che non avrei mai immaginato di fare, nemmeno nei momenti migliori, l’Eurofestival a Lisbona, insomma un sacco di cose.

In mezzo a tutti questi eventi c’è stato anche il concerto a Tirana in cui ti hanno dato le chiavi della città. Che esperienza è stata?

E’ stata una cosa bellissima, mi ha lasciato davvero senza parole. E’ molto difficile spiegare quello che ho provato, perché mancavo da molto, molto tempo. E mancando da così tanto tempo è stato quasi strano ricevere tutto questo affetto ed attenzione. Un grande onore davvero.

Insieme a Fabrizio Moro avete vinto il Festival di Sanremo con Non mi avete fatto niente. Credo che ci sia un legame tra questa canzone e quello che stiamo vivendo in questi giorni, se non altro perchè non dobbiamo mai dimenticarci che, prima di tutto, parliamo di persone e non di numeri o cose.

Tutto il mondo è collegato e quindi tutto quello che accade qui o in altre parti del mondo è inevitabilmente legato da un filo comune che si chiama umanità. E’ davvero difficile fare i conti con quello che sta succedendo in questo periodo perché vedo continuamente slogan buttati qua e là a caso, tweet che sono a dir poco agghiaccianti da parte di chi dovrebbe governare facendo delle cose vere e non twittando. Sono sincero, ho un po’ di paura. Tutto sta andando un po’ troppo all’indietro secondo me.

Una delle critiche che più spesso sono mosse al Festival di Sanremo è che è “vecchio”. Credo che (anche) grazie a te negli ultimi anni si sia decisamente “svecchiato”. Penso agli ultimi podi: Gabbani, Lo Stato Sociale, Annalisa, tu due volte. Unica eccezione la Mannoia (ma lei è sempre giovane). Hai avuto anche tu questa percezione e che rapporto hai con il Festival?

Ti ringrazio, ma non credo di aver svecchiato nulla. Il Festival per me ha fatto molto, devo tanto al Festival di Sanremo, al suo pubblico, che in gran parte è diventato il mio pubblico e non solo. Questi sono stati tre anni incredibili, faccio addirittura fatica a descriverli. Renditi conto: ho fatto nel 2016 i Giovani, nel 2017 sono arrivato terzo tra i Big con il Premio della Critica e quest’anno abbiamo vinto… Wow! E’ una cosa alla quale essere grati.

Se dovessi scegliere un aggettivo per definire Non abbiamo armi userei il termine sincero. Ho trovato un processo di maturità in cui forse è meno presente l’attenzione alla canzone, mentre è posto più l’accento al racconto.

Guarda, io l’attenzione alla canzone la metto sempre. Detto questo sono sempre stato sincero ed ho sempre scritto in maniera sincera. E’ normale che a volte questa sincerità possa arrivare di più ed altre volte arrivi di meno. A volte dipende anche come sei disposto tu che la stai ascoltando. Tutto questo mi porta a pensare ad una cosa: semplicemente magari la gente si è abituata di più ad ascoltare la mia voce. Penso che le persone siano più abituate a sentirmi cantare e soprattutto ad ascoltarmi raccontare, perché non si racconta solo con le parole, si racconta anche con il tono di voce e ad una voce in genere ti devi abituare. Così come ti devi abituare a degli occhi nuovi quando hai un nuovo amore. E questo ha fatto abituare anche me nei confronti di chi mi ha ascoltato. Quel che voglio dire è che la sincerità non mi è mai mancata, forse ero un po’ più complesso ed adesso sono diventato meno complicato.

Se tu guardi gli artisti su cui si stanno puntando maggiormente i riflettori, nessuno è arrivato da un talent. Sembra quasi che sia “tornata di moda” la classica gavetta. Tu hai un doppio ruolo: sei stato giudice di un talent, ma allo stesso tempo ti sei formato da solo con le tue gambe e la tua forza. Tu ad un ragazzo, oggi, cosa consiglieresti di fare?

Se fossimo negli anni ’80 direi ad un ragazzo di andare avanti e di fare la gavetta, ma se io oggi avessi vent’anni andrei in un talent. Per il semplice fatto che chi oggi ha vent’anni non sa cosa sia la parola gavetta. Oggi il mondo va troppo veloce per riuscire a comprendere cosa significa. Se non ci fosse stato YouTube molti di quelli che oggi definiamo artisti non li conosceremmo neanche. Sono semplicemente dei canali che una persona sfrutta. Perché poi se uno ha un talento lo dimostra, sia che si tratti di un talent o che si tratti di qualsiasi altra cosa. Ti faccio una domanda: qual è il disco più venduto del 2017? Quello di Riky. Perché alla fine puoi dire quello che vuoi ma quando ci sono 10.000 persone ad ascoltare un tuo concerto, vuol dire che 10.000 persone probabilmente provano qualcosa, qualunque emozione essa sia. Non siamo in grado di giudicare l’emozione e non possiamo sminuirla. Ogni cosa è un punto di vista e un punto di vista è la vista di un punto. E dipende da dove sei posizionato per guardare. Quindi quando parliamo di talent è bene concentrarci sulla parola contenuto e non contenitore. Questo lo dico in primis a me stesso. Se qualcuno ha del talento lo dimostrerà nel tempo. Purtroppo i discografici non fanno più lo scouting che facevano una volta e quindi i giovani ragazzi quando vogliono presentarsi non hanno negli occhi la parola gavetta come avevo io quando avevo 16 anni, ma anche perché a 16 anno solo quello potevo fare, ma se avessi avuto i talent probabilmente ci sarei andato per cercare di affermarmi prima. Chi è quello che non vorrebbe arrivare prima al successo? Quando avevamo 16 anni non vedevamo l’ora di averne 18, non vedevamo l’ora di sentirci più grandi. E adesso che siamo più grandi facciamo il contrario. E’ curioso non credi?

Dopo il concerto che hai fatto al Forum di Assago Massimo Poggini ha fatto una previsione: ha detto che il prossimo artista a fare un San Siro sarai tu.

(ride) Io a Massimo Poggini voglio molto bene e lui è molto generoso con me, però prima di arrivare a San Siro c’è ancora molta strada da fare ed io questa strada voglio prenderla con calma.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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