Pearl Jam a Roma: un grande amore ritrovato

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Pearl Jam
@I-Days 2018

Una storia d’amore lunga ventisei anni, quella che mi lega personalmente ai Pearl Jam e a Eddie Vedder.  Ho iniziato a seguirli nel 1992, quando uscì Ten, un disco d’esordio assolutamente travolgente. Era la prima volta che sentivo un’energia musicale così vitale unita a dei testi tanto cupi. Si parlava di ossessioni, di morte, di suicidi, di violenze, eppure la musica era in grado di darti una carica di energia positiva illimitata. L’anno successivo li vidi per la prima volta dal vivo, a Roma, allo Stadio Flaminio e se su disco erano potenti, sul palco erano totalmente irresistibili. In particolare era impossibile staccare lo sguardo da quel frontman dalla voce inarrivabile e dagli occhi limpidi e sinceri. I suoi salti, le sue corse da una parte all’altra del palco, i suoi capelli lunghi, il suo look con calzoni corti, Timberland alte, t-shirt e camicia a scacchi aperta, erano i simboli visibili del grunge che all’epoca non era una moda, ma un’esigenza d’espressione. Ma dietro quel cantante strepitoso, c’erano dei musicisti eccezionali e quel verso gridato nella notte – I’m still alive – non squarciava solo il cielo di una notte di inizio estate, ma soprattuto i  nostri cuori, perché ci urlava in faccia con tutta la forza immaginabile che nonostante tutto eravamo vivi, che eravamo là, di fronte all’ennesima celebrazione della vita fatta da un nuovo attore, Eddie Vedder.

Da quel primo concerto romano, ho visto i Pearl Jam tutte le volte che sono venuti in Italia, ho tutti i loro dischi, svariati bootleg “ufficiali” (quelli pubblicati da loro). Li ho visti al Palaeur (l’attuale PalaLottomatica) nel ’96 su  un palco scarno illuminato solo dalle candele, li ho visti sotto il diluvio universale all’Arena di Verona, li ho visti a Milano, a San Siro, nel tempio del Rock,  nel 2014, li ho visti ieri sera, allo Stadio Olimpico. I racconti degli amici che li avevano visti a Milano ci facevano un po’ preoccupare: Eddie non ha voce, ha tirato fuori tutta la sua esperienza ma ha fatto otto pezzi in meno rispetto alla scaletta del tour. A Padova è andata un po’ meglio, leggiamo in giro, ma l’aria è più fresca in questi giorni e non è detto che la voce ritorni perfetta. E poi c’è sempre quel rapporto di amore e odio che lega Eddie a Roma dove per anni – si dice – non è voluto venire perché c’erano troppi ricordi brutti da cancellare (Vedder si è sposato la prima volta a Roma,  in Campidoglio, nel 1994, con Beth Liebing sua storica fidanzata, nda).  E invece ieri sera, nonostante un inizio in cui ha dato l’impressione di non voler forzare troppo, è bastato poco a Eddie per recuperare tutta la fiducia nella sua splendida voce e l’amore per la nostra città: trentasei brani (tra cui Imagine cantata alla luna piena che illumina Roma), e Comfortably Numb, “Scritta da un artista che ama tanto Roma, come noi” , tre ore e dieci minuti di concerto e un feeling ritrovato con la Città Eterna che sembrava destinato a perdersi.

Ci sono voluti ventidue anni per far tornare a Roma Eddie Vedder (e i Pearl Jam), ma ieri ha promesso di tornare presto, magari l’anno prossimo. E noi saremo ancora lì ad ascoltare quell’urlo che ci fece innamorare 26 anni fa, quell I’m still alive che ogni volta ti si imprime nel cuore e ti fa capire che il Rock è l’unico credo in cui riporre la tua fiducia. Perché il Rock, io lo credo fermamente, ti salva la vita. Sempre.

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Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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