Legge europea sul copyright. È davvero un bene la “libertà di Internet”?

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In questi giorni uno dei temi di cui si parla di più è la direttiva europea sulla cosiddetta “libertà di Internet”. Ieri c’è stata la clamorosa presa di posizione di Wikipedia, che ha oscurato il proprio sito per protesta. Ma non tutti sono contrari a questo provvedimento: c’è chi giudica il potere di Internet, in particolare delle potentissime società (a partire da Google e Facebook) che in un certo senso lo controllano, eccessivo. Ciuffi Martelli, per lunghi anni dipendente di alcune tra le più importanti case discografiche italiane, si è seduto davanti al computer per argomentare il suo pensiero. Lui è favorevole all’emanazione del decreto da parte della UE, e in questo scritto spiega perché.

di Ciuffi Martelli

Ho perso il mio lavoro con regolare contratto a tempo indeterminato alla fine del 2004, per ciò che viene definita “la libertà di Internet”. Insieme a me quel lavoro l’hanno perso in migliaia e migliaia. Tutta gente che lavorava nei magazzini, nelle fabbriche, nei negozi, o come impiegato in amministrazione o nella promozione. Gente normale, con stipendi non alti ma che garantivano a loro e alle loro famiglie una dignità e qualche diritto. Nessuno ha mosso un dito per difendere tutta questa gente. Un’industria, quella discografica e il suo indotto, che è stata praticamente azzerata da questa presunta “libertà”.
Nessun giornale e giornalista (unica eccezione: Stefano Bianchi, direttore di Blow Up, strenuo oppositore del file sharing) ha scritto per denunciare lo smantellamento di questa industria culturale.
Sì, culturale. In molti, anzi, hanno esultato. Tutto un darsi pacche sulle spalle perché finiva questa cosa che le case discografiche decidevano cosa dare loro, quali artisti provare ad imporre sul mercato. Quando c’era un mercato. Nemmeno gli artisti hanno mosso un dito. Anzi. Anche loro, ebbri della “libertà di internet” tanto di moda, esultavano. Nessuno di loro ha speso una parola per le persone che avevano contribuito, ognuno col proprio lavoro, a dare a questi artisti fama, successo, danaro.
Forse solo Vasco Rossi disse qualcosa su questa devastazione occupazionale. Molto più comodo, per loro, aderire a qualche campagna benefica con spazi televisivi in prima serata e nessun costo da sostenere. Una bella figura, uno sciacquarsi la coscienza indolore e molto pratica che fa piacere ai fan e non impegna. Il discografico invece, come figura mediatica, è più facile da descrivere come personaggio losco, truffaldino, interessato solo al risultato economico. Che è fondamentale per ogni attività commerciale, ma che se riguarda la discografia si trasforma automaticamente in sfruttamento e schiavismo.
La mia non è difesa
priva di spunti critici. Sono stato molto critico anch’io nel valutare la miope politica globale dell’industria del disco quando la bomba dell’internet deflagrò. E di certo non considero i grandi timonieri di questa industria dei Garrone da libro Cuore. It’s business as usual.
Sono precario da quel 2004. Mi sono tolto anche delle soddisfazioni in questo interminabile periodo da precario, alcune davvero grandi. Non economicamente ma dal punto di vista della mia professione.
Ma oggi, leggendo ancora della “difesa della libertà su Internet” relativamente alla direttiva UE sulla proprietà intellettuale (il copyright) e alla montante protesta degli “utenti” mi girano veramente i coglioni. Perfino ora che la carta stampata è in declino irreversibile, che i giornali chiudono, ci sono giornalisti che continuano ad appellarsi a questa presunta “libertà” solo per acchiappare qualche like. Che poi sarebbe la libertà di Google nel continuare a fare montagne di soldi “aggregando” contenuti creati e prodotti da altri che l’utente ricerca e poi decide di pubblicare sul suo social, sul suo blog, sul suo cazzocheglipare.
Ovviamente nessuno dei protestanti in difesa della “libertà” ha letto la direttiva. Che imporrebbe ai padroni della rete una minuscola gabella per ogni contenuto vincolato. Men che meno è a conoscenza dei metodi utilizzati da Google che, con la consueta ipocrisia e un’astuzia degna di Goebbels, muove le fila di questa protesta contro l’assurda pretesa, da parte di un numero di giuristi che non ha (ancora) a libro paga, di regolamentare la circolazione di materiale protetto da copyright.
Nessuno, ad esempio, dice che tra i promotori di questa direttiva ci sono un sacco di label indipendenti che combattono per la loro sopravvivenza contro i veri padroni delle nostre esistenze (i Google, i Facebook). La musica è la mia vita. La mia passione, da quasi trent’anni anche la mia professione. Mi ha dato tantissimo, come essere umano e come professionista. Mi ha messo in contatto con persone splendide. Ma sono stanco. Stanco di ripetere da oramai più di quindici anni che se un contenuto creato va in rete, deve essere chi lo ha creato a decidere se è gratuito o meno ed eventualmente farsi pagare per questo. E non Google o chiunque altro. In nome di una parola, Libertà, mai così vilipesa e stuprata come in questi tempi bui. Buona navigazione a tutti.

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Spettakolo! nasce nel 2015 e si occupa di cinema, musica, travel, hi-tech. Alla Redazione di Spettakolo! collaborano varie figure del mondo del giornalismo (e non) desiderose di raccontare tutto ciò che per loro è "spettacolo" (appunto).

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