Intervista a Peligro: dal nuovo album “Mietta sono Io” alle riflessioni sul rap italiano

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Foto: Veronica Argentiero

Peligro s.m. [der. Lat. Pericŭlum] > in italiano: Pericolo /pe·rì·co·lo/

Peligro è un sostantivo denso di significato che descrive una situazione, una sensazione che deriva da una deviazione dal percorso canonico; quella sana sensazione di rischio che a volte ci concediamo, consapevoli che tutto può succedere. Peligro è anche il nome d’arte del giovane rapper milanese Andrea Mietta, che sta riscuotendo successo con il suo nuovo album Mietta sono io, uscito il 25 maggio e prodotto da Marco Zangirolami. Dopo il suo terzo album Tutto cambia, Peligro dà quindi sfogo al suo lato più intimista, definendo così il suo nuovo disco:

Questo è probabilmente l’album più introspettivo che abbia mai realizzato. Mentre scrivevo, sono entrato in contatto con dei lati di me che forse c’erano sempre stati, ma che avevo sempre ignorato. L’incontro con questo “nuovo me” mi ha, in un certo senso, stravolto, dandomi una nuova immagine di quello che sono.”

10 tracce che svelano un Andrea Mietta inedito. Abbiamo parlato del nuovo disco, delle incognite di Milano e della direzione del rap italiano durante la nostra intervista a Peligro.

Hai definito il tuo nuovo album il tuo lavoro più introspettivo. Che differenza c’è fra questo “nuovo te” e quello vecchio? Quali lati sono emersi?

Questo album è sicuramente il frutto di ciò che è successo fra il 2016 e il 2018, anni durante i quali ho sperimentato il mio personalissimo impatto col mondo del lavoro. Ho cominciato a vivere ed affrontare la musica in maniera più strutturata. Ho iniziato a vivere maggiormente la città. Io vengo da un piccolo paese in provincia di Milano e quindi l’impatto con la città ha inciso inevitabilmente sulla mia vita, sulla mia musica. In questo senso è cambiato completamente lo scenario perché mentre il ragazzo che aveva scritto Tutto cambia e Assoluto era un ragazzo fresco di studi con l’immaturità ma anche la spensieratezza di chi ha completato un ciclo e sente di avere il mondo in mano, l’Andrea di Mietta sono io è invece un Peligro con qualche sorriso in meno forse, che ha fatto i conti con la realtà, nel bene e nel male. Sicuramente c’è una consapevolezza maggiore di me. C’è un piano rispetto a quello che voglio fare nella vita.

Per quanto riguarda il tuo singolo La parte migliore che racconta il tuo impatto con la grande città che per te ha significato una rinascita, com’è mutato il tuo rapporto con questa città che è Milano? Ti ci vedi in un futuro?

A me Milano piace. Il giudizio, se così vogliamo definirlo, resta comunque positivo perché è una città che mi sta dando tanto. Se sono dove sono e sono quello che sono lo devo a Milano e sono convinto che questa città abbia molto da offrire, non solo a me ma in generale. In realtà, andando dal particolare al generale, quello che ho cercato di descrivere, al di là del mio rapporto con Milano, è quella metamorfosi che vivono tutti coloro che passano da una realtà provinciale a una realtà più metropolitana, raccontandola dal mio punto di vista.

Quest’estate farai tappa al Festival Show. Un festival seguito da un pubblico molto trasversale…

Questo mi fa molto piacere, perché penso che la mia musica sia abbastanza trasversale. Quindi il fatto di avere un pubblico ampio con cui confrontarmi sicuramente mi stimola molto.

Si prevedono altre date o altre attività durante l’estate?

In questo momento sono nella fase in cui spero che ce ne siano. Ci sono alcune situazioni che si stanno delineando e che stiamo cercando di approfondire e di portare avanti e che speriamo di portare a compimento il prima possibile.

Come hanno accolto i tuoi fan questo tuo cambiamento verso un Peligro più introspettivo?

In generale i feedback sono stati molto positivi. Tra le persone con cui ho avuto modo di confrontarmi ci sono anche quelle molto affezionate a un rap di un certo tipo, un po’ duro e puro, classico. Sicuramente hanno riconosciuto l’importanza della produzione che c’è stata e questo mi ha fatto molto piacere, ma naturalmente non hanno potuto fare a meno di sottolineare che loro preferiscono qualcosa di diverso. Ma va benissimo. Per me la melodia è il lato più pop di questo album che per me è molto importante perché mi dà delle possibilità comunicative che il solo rap non mi può dare perché è come se gli mancasse un pezzo.

Chi di solito non ascolta rap, ma ha ascoltato le mie cose, mi ha dato dei feedback molto positivi. Per questo prima facevo riferimento alla trasversalità del pubblico. Poi, un concetto per me molto importante è il concetto di “orecchiabilità”, nell’accezione più positiva del termine. Una canzone ti deve piacere e per piacerti deve avere quel qualcosa gradevole alle orecchie. Io la chiamo orecchiabilità, ed è quello che ho cercato di perseguire e ottenere.

Sei riuscito a coltivare la tua passione per il rap sin da giovanissimo. Cos’è cambiato secondo te nella scena rap italiana in questi anni e come è cambiato il tuo rapporto col rap?

Da un punto di vista generazionale, credo di essere stato abbastanza fortunato. Ho iniziato ad approcciarmi al rap nel momento in cui è esploso in Italia. Si parla degli anni di Fabri Fibra e Mondo Marcio e in quegli anni Milano era molto in fermento. Stava arrivando Marracash, e alla porta stavano bussando i Club Dogo…

Mi fa piacere pensare di essere cresciuto con il rap. Dal mio personalissimo punto di vista, se devo guardare il trascorso in questi anni del rap in Italia, ad oggi non ne vedo tanto in giro. Sono rimasti in pochi quelli che fanno rap in senso stretto e non sono in moltissimi, anche se sono un po’ di più, quelli che usano il linguaggio del rap per fare musica.

…Ti riferisci alla trap in voga in questo momento?

Ma… no in realtà la trap è un mondo a sé. Lo reputo un fenomeno che potrebbe essere  definito un parente del rap, ma è quel grado di parentela simile a quel parente con cui ti scambi gli auguri a natale e durante le feste comandate. Hai presente? Del resto i trapper stessi fanno di questa loro diversità rispetto ai rapper un punto di forza e un tratto distintivo. In questo senso, perché non accontentarli? La trap segue la sua strada e andrà dove andrà. A me personalmente non piace, ma è una questione di gusti.

Il rap oggi non deve accontentarsi di essere solamente rap, altrimenti rischia di avere poco spazio e poco respiro e di essere sempre uguale a sé stesso, anche se comunque lo reputo un genere in salute. Basta vedere chi riempie i palazzetti e chi scala le classifiche per capirlo. In ogni caso, se non fosse stato per alcuni di questi artisti, da Fabri Fibra o Mondo Marcio sul palco e altre persone dietro alle quinte, come Franco Godi  o Marco Zangirolami, un determinato tipo di rap in Italia non sarebbe mai esistito. Ci sono delle persone che tutta la scena rap e quindi in un certo qual modo anche la stessa scena trap devono ringraziare se oggi parliamo di rap.

Qual è il consiglio migliore che avresti voluto ricevere quando hai iniziato?

Te ne posso dire due? Il primo è: “Studia questo settore. Impara e studia chi sono gli attori, le figure professionali con le quali andrai a rapportarti se vuoi fare questo mestiere.” Oggi nel 2018, ma anche quando ho iniziato io, è impossibile per un artista fare tutto da solo e non sapere come avvengono determinate cose. Da cosa fa un ufficio stampa a come funziona un distributore. Sono cose che avrei voluto sapere prima.

La seconda cosa è: “Alla luce di tutto quello che hai studiato, fai la musica che ti piace”. Una cosa che comunque ho sempre fatto ed è un consiglio che mi sono un po’ dato da solo. Fare musica che ti soddisfi.

Infine, una curiosità sul tuo nome d’arte. Ad oggi preferisci essere chiamato Andrea o Peligro?

Sono molto affezionato al mio nome d’arte per la storia che si porta dietro e per come è nato. Mi è stato dato dal mio primo produttore, dal mio Sensei come lo chiamo io, Hernan Brando,  argentino. Una mattina si svegliò, mi telefonò e mi disse “L’ho sognato. Ti chiamerai Peligro”. Inizialmente l’ho presa sul ridere, poi però ci ho preso gusto. Sul palco e quando scrivo sono Peligro, mentre Andrea lo sono per la mia famiglia, per le persone a me vicine. In effetti un avvocato o un dottore lo chiami sempre avvocato o dottore, a meno che tu non abbia una confidenza particolare, ma questo principio si potrebbe applicare a tante altre categorie.

Ecco il singolo di Peligro La parte di migliore:

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Nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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