Pino Scotto, fra il nuovo disco e la promessa a Lemmy: «Basta con i vizi»

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Contro lo “tsunami della musica demmerda”, come ama chiamarla lui stesso, esiste un’unica soluzione: ascoltarlo. Quale migliore occasione se non l’uscita dell’ennesimo lavoro in studio.

Pino Scotto, dopo aver superato abbondantemente i 50 anni di carriera, è tornato con un album di inediti dal titolo emblematico di “Eye For An Eye”. Tradotto: occhio per occhio. Più che una invettiva, una filosofia di vita per il rocker napoletano ma ormai milanese d’adozione.

Una chiacchierata che, come spesso accade nel programma che conduce su Rock Tv, si è trasformata in manifesto culturale contro gli “artisti” che, a suo dire, non sarebbero degni di definirsi tali. Perché lui è “fedele alla linea”, cioè quella che ha forse un’unica regola: non svendersi alle regole del mercato. Cioè, nonostante tutto, fare solo quello che ami.

Prendere o lasciare.

Per il suo ritorno alle scene – il tour lo potete seguire su www.pinoscotto.it – ha scelto una formazione a quattro composta dal ritorno di Steve Anghartal alla chitarra, Marco Di Salvia alla batteria e Dario Bucca al basso. Gli 11 brani affondano il suono nelle radici seventies e eighties, cioè nella “golden age” del rock. Però ha deciso di dire addio a un elemento che li caratterizzava, soprattutto fuori dal palco: gli eccessi. Per la prima volta, infatti, ha confessato di aver messo la testa a posto, grazie a un mostro sacro della musica come Lemmy Kilmister. «Da quando è scomparso ho smesso con i vizi. Gliel’ho promesso poco prima di morire».

Per “Eye For An Eye” sei tornato alla band delle origini. Come mai?

«Erano dieci anni che facevo un album con la mia band. Chiamavo i musicisti adatti ai brani, ma questa volta non potevo fare a meno dei vecchi compagni e il grande Fabio Treves, sempre presente. Ho notato che le band di quel periodo vanno in giro senza la formazione originale, come gli AC/DC che hanno preso Axl alla voce, uno che si è rubato il nome dei Guns N’ Roses, oppure altre che grattano il fondo ma ormai del gruppo originale non rimane nessuno. Allora mi è venuta voglia di fare un album e rimettermi a scrivere con quello stile, ma l’ho contaminato con il rap e con il metal. Non potevo continuare a fare i dischi come con i Vanadium. A me piace cambiare, come con le fighe, per cui ancora una volta faccio quello che mi piace».

Un album particolarmente curato e che sta avendo ottime recensioni.  

«Sono una bilancia, quindi un esteta anche se poi mi vesto come un tamarro. Però l’arte mi piace. Il disco sta avendo ottimi riscontri e le prime 2mila copie sono finite in venti giorni. C’è un bel movimento, anche durante i live».

Come per le donne, anche dei rocker non si dovrebbe rivelare, ma a ottobre spegni 69 candeline. Cosa ti spinge a proseguire una carriera così coerente?

«La prima volta che sono salito su un palco avevo 17 anni e non sono più sceso. La passione è l’elemento che mi fa andare avanti. Se non fosse stato per la musica sarei diventato un ladro o uno spacciatore. Invece questa vocazione mi ha dato la forza persino di scaricare camion per 35 anni. Ma quando uscivo dalla fabbrica potevo essere me stesso. Ora da 13 anni sono in pensione e mi sento ancora più libero».

Una volta hai raccontato di quando, dopo i concerti, uscivi con altre band. Solo che poi, tu alla mattina andavi a lavorare e loro invece a letto.

«Sì, bei tempi. Spesso con Omar Pedrini e quell’altro ex Timoria che poi si è messo a fare le canzoncine della nonna. Stavamo in giro tutta la notte, li accompagnavo a casa e andavo in azienda a scaricare camion. Stì stronzi facevano le rockstar (ride). Però Omar è un amico e un artista».

Cosa pensi dei nuovi fenomeni musicali, come per esempio la trap.

«È la distruzione totale della musica. Siamo arrivati al fondo. Dopo questo c’è solo la merda. È un genocidio culturale, per i testi e come si comportano. Una amica mi ha detto che suo figlio da quando ascolta la trap gira con il cappuccio in testa, manda affanculo lei e l’insegnante. Fanno i boss, dicono ai giovani che guadagnano in una sera quello che il padre guadagna in tre anni. Vi rendete conto? Questi hanno dei problemi gravi. Loro e chi li ascolta. Sono fenomeni pericolosi».

Dove sono finiti i veri rocker?

«Sono sposati, con figli e vanno a letto presto. È questo il problema, anche per i locali che sono invasi dalle tribute band. Sono una vera piaga sociale. Loro, che scimiottano gli altri, e chi va a sentirli. Volete ascoltare Vasco o i Queen? Prendetevi il dvd e ascoltate l’originale. Vasco, poi, non è più rock da un pezzo. Gli voglio bene, ha scritto delle belle canzoni trent’anni fa, ma sta vivendo di rendita. Non si può definire rock lui, come neanche Ligabue. Non si sono mai esposti, non hanno mai detto ai fans che si stanno fottendo la vita. Io ho suonato al Circo Massimo per i Cinque Stelle perché mi sono sempre esposto politicamente nei miei testi».

Se hai queste opinioni sulla trap e dei rocker in circolazione, non oso immaginare cosa pensi della scena pop che è dominata dai Thegiornalisti.

«Sono la cosa più abbietta venuta fuori negli ultimi anni. Tommaso Paradiso è lì solo perché siamo in Italia».

 In che senso?

«Che stiamo vivendo un momento buio come società. Lo Stato ha dimostrato ancora una volta che di noi non gliene frega niente. Il futuro lo vedo male, dopo le ultime elezioni abbiamo avuto l’occasione per cambiare ma alla gente si fa prima a metterglielo nel culo che nel cervello».

Possiamo salvare almeno Fabio Treves, che da anni è presente nei tuoi dischi?

«Per forza, lui è un grande. L’ho detto tante volte. Bisogna tornare al blues e riscrivere la storia da capo prendendo un’altra strada. Il rock è stato sfracassato mille volte. Ci sono in giro fotocopie delle brutte copie. Ormai anche quelli bravi e famosi hanno troppi soldi per fare buona musica».

Torniamo all’album: “Eye for an Eye”, cioè occhio per occhio. In che senso?

«Ancora una volta mi sono esposto, perché bisogna restituire a certa gente quello che ha dato a questo paese. In Two Guns parlo del diritto di difendersi a casa propria. Se vieni a casa mia e non sei invitato non mi trovi con una pistola ma due. Oppure Angel of Mercy l’ho scritta per mia mamma che mi ha lasciato da poco. È la prima canzone d’amore che ho scritto in vita mia. Oppure in Cage of Mind tratto dei mostri nella nostra mente, che sono delle gabbie ma tante volte basterebbe uscire di casa e darsi da fare per sconfiggerli».

Sei tornato al passato, ma una reunion con i Vanadium è esclusa?

«Assolutamente, mi rompo le palle a fare le stesse cose. Siamo stati insieme dieci anni e già l’ultimo album insieme l’ho rinnegato. Avevamo già detto tutto. Il problema siamo noi esseri umani, come quando ci facciamo la guerra dei poveri tra band. Invece di andare a vedere i colleghi andiamo nella birreria a fianco. In un gruppo c’è sempre qualcuno che spacca i coglioni, così uso i turnisti e se sgarrano gli do un calcio in culo. Voglio rispetto, come quello che io do a loro».

Come ti vedi tra dieci anni?

«Non so se ci arriverò (ride). Da quando è morto Lemmy (frontman dei Motorhead) sono cambiato. Ero stato a casa sua e poco prima che morisse, con altri, abbiamo suonato qualcosa per lui. Da quando è scomparso, cioè da oltre due anni, ho smesso con gli eccessi. In passato avevo fatto di tutto, bevevo anche due bottiglie di Jack Daniel’s al giorno. Ora non più. Bevo dopo cena una grappa barricata e mi sento ubriaco, pensa a quanto sono pulito. Tra un po’ piscerò acqua santa».

 

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Muove i primi passi alla Cronaca e dopo un anno passa alla Libertà. Nel frattempo entra nella redazione di Radio Sound dove rimane sette anni. Da sei anni collabora con il Fatto Quotidiano e attualmente dirige le riviste Soccer Illustrate e Sport Tribune, oltre a essere tra i contributors di Riders magazine.

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