Alice In Chains a Milano: risucchiati nel “buco” degli anni ’90, ma non solo…

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Alice In Chains
Foto di Scott Dachroeden tratta dalla pagina Instagram di William DuVall.

Nel giorno della semifinale mondiale Francia-Belgio e in cui il clamoroso passaggio di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid alla Juventus ha lasciato allibito il calcio italiano, gli Alice In Chains  hanno in programma il loro secondo concerto open air nel nostro Paese: lo scorso 28 giugno, infatti, è stata la volta di Padova, mentre stasera è il confortevole impianto del Carroponte (periferia nord di Milano) ad ospitare la performance di Jerry Cantrell e soci.

Scriviamolo subito così ci leviamo il pensiero: il pubblico non è affatto quello delle grandi occasioni (in origine lo show doveva tenersi all’Ippodromo di San Siro, location molto più impegnativa per quel che riguarda i sold out), ma il calore dei presenti compensa ampiamente il parterre, in parte, spopolato. E qui sorge il primo interrogativo della serata: perché gli Alice In Chains, nonostante un repertorio ragguardevole, non attirano più tanta gente? Non dico cifre generaliste da Pearl Jam o Foo Fighters, ma qualcosina in più potrebbe tranquillamente starci.

Da cui nasce la seconda, inevitabile domanda: c’entrerà mica il loro bravo cantante William DuVall reo, suo malgrado, di aver sostituito un certo Layne Staley? Ancora a questi punti stiamo? Il dubbio, in effetti, resta nonostante l’etica ferra degli stessi Alice In Chains ha dimostrato come la band di Seattle non abbia mai giocato sporco con il povero Staley, neanche nei momenti più tormentati della sua tossicodipendenza (a differenza, invece, degli Stone Temple Pilots con Scott Weiland). E poi, dalla dolorosa scomparsa di Layne, il tempo per elaborare il lutto c’è stato eccome: quattro lunghi anni prima di ripartire con DuVall ed altri tre prima di incidere (e cantare…) nuovo materiale in studio. Sempre all’insegna di un encomiabile basso profilo, quello sì, che può aver ammazzato le aspettative di un pubblico retorico ed attratto solo dai santini.

Alice In Chains
Foto di Scott Dachroeden tratta dalla pagina Instagram di William DuVall.

Venendo al concerto del Carroponte, poco da eccepire: partenza a razzo con salto nella nostalgia targato Dirt (micidiale la tripletta iniziale formata da Rain when I Die, Them Bones e Dam that river), la botta di Again per celebrare l’album omonimo del 1995 e poi spazio alla famigerata “fase DuVall” con un bel po’ di materiale tratto dai solidi Black Gives Way To Blue e The Devil Put Dinosaurs Here. Audio buono (che non significa potentissimo) con il frontman originario di Atlanta leggermente in difficoltà per l’onda sonora scatenata dall’audience quando è stato il turno delle attesissime Down in a hole e No excuses. La scena, in pratica, è sempre la solita: William ci mette l’anima, il boato degli astanti lo travolge e quindi, di suo, spinge un po’ meno sui ritornelli. Tempo una convincente Your decision e Cantrell decide che è ora di prendersi la scena (da brividi la sua esecuzione di Heaven besides you il cui coro mi ricorda ogni volta di più Lithium dei Nirvana) mentre la sezione ritmica presieduta da Sean Kinney e Mike Inez, seppur castrata come impatto sonoro, non molla un colpo in quanto a compattezza.

Le hit (sì, perché quelle degli Alice In Chains sono le “hit” definitive del grunge senza per questo voler mancare di rispetto a Cobain o a Cornell) si susseguono una dietro l’altra, sia nella loro forma più metallica (We die young e Man in the box) che melodica (il pathos assurdo di Nutshell), ragion per cui arriviamo dritti ai bis. Dove spunta il primo estratto da Rainier Fog, ovvero il sesto album della band atteso per il prossimo 24 agosto. The one you know, da questo punto di vista, non è quel granché (un semplice riff a martello seguito da un coro armonico, specialità della casa), ma per il nuovo disco restiamo comunque fiduciosi. Il confronto con le successive Got me wrong (altra bomba assoluta) e Would? è quasi impietoso in attesa che il gran finale spetti a Rooster, probabilmente la canzone più intensa mai composta da Cantrell all’interno di una discografia dove è dura tirare il fiato.

Cosa è mancato? Gli oltranzisti potrebbero obiettare Angry chair (giusto) e forse Grind, mentre a noi ha incuriosito come il buon JC non abbia voluto rilanciare A job to do, brano solista pazzesco passato un po’ in sordina dai tempi in cui il biondo chitarrista preferì relegarlo nella colonna sonora dell’action movie John Wick – Capitolo 2 del 2017. Amen, sarebbe stata una bella sorpresa in una serata comunque notevole dove il divertimentificio-rock in voga al giorno d’oggi (golden pit, stand pubblicitari, token) non si è minimamente avvertito, facendoci godere una dei nomi più rispettati di tutti gli anni ’90.

Orfani di Layne Staley, certo, ma gruppo vivo e vegeto da una dozzina d’anni buona. Ci allontaniamo dal palco dirigendoci verso l’uscita. Sullo sfondo le insegne verdi di un mega hotel squarciato da una anonima sopraelevata. Il nostro personalissimo Monte Rainier. Almeno per stanotte.

La scaletta degli Alice In Chains al Carroponte:

1) Rain When I Die
2) Them Bones
3) Damn That River
4) Check My Brain
5) Again
6) Hollow
7) Last of My Kind
8) Down in a Hole
9) No Excuses
10) Your Decision
11) Stone
12) We Die Young
13) Nutshell
14) Heaven Beside You
15) Man in the Box

Bis:

16) The One You Know
17) Got Me Wrong
18) Would?
19) Rooster

Alice In Chains
Il bassista Mike Inez durante la sua visita al Duomo.
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Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno in cui i Cincinnati Reds (la temibile 'Big Red Machine', forse la più grande squadra di baseball di tutti i tempi) vinsero le World Series. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, sport, letteratura ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e ai dischi (tra cui 'Nevermind' dei Nirvana) che uscirono in quella splendida stagione.

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