Dimmidite, che suono fa la vita?

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Dimmidite

Va in onda il martedì, in seconda serata su RaiUno (prossimo appuntamento il 17 luglio), Dimmidite, format originale ideato e condotto dal cantautore Niccolò Agliardi.

Affiancato dal suo gruppo  Francesco Lazzari al pianoforte, Gianluigi Fazio agli arrangiamenti e alla produzione, Giacomo Ruggeri alla chitarra, Tommaso Ruggeri alla batteria —  Agliardi raccoglie in giro per il Paese storie di uomini e donne che si sono resi protagonisti di una rinascita quasi miracolosa, di un atto d’eroismo, di una coraggiosa scelta d’amore, e ne fa una canzone, scritta “in presa diretta” grazie alla collaborazione di un amico/un’amica artista, diversi da episodio a episodio.

In quello che ha inaugurato la stagione, a raccontarsi è Francesco Ravetta, trentaduenne piemontese, che il 20 settembre del 2009, di ritorno a casa dopo una serata trascorsa in compagnia degli amici, va a dormire e si risveglia riverso sull’asfalto, arti massacrati, molteplici traumi e una lesione spinale a livello cervicale, senza avere alcuna memoria delle ragioni né delle dinamiche che hanno portato alla drammatica caduta dalla finestra della sua camera, situata al secondo piano dell’abitazione.

Agliardi, con un garbo e una pacatezza ai quali siamo assolutamente disabituati perché ormai assuefatti a teatrini sgrammaticati, cacofonici e fasulli spacciati per animate discussioni televisive tra personaggi meritevoli di una ribalta, scopre da Gemma e Sergio, genitori di Francesco, che l’eccessivo stress conseguente a ritmi lavorativi insostenibili ha causato l’insorgenza di un sonnambulismo adulto e quel volo che non aveva nulla di onirico o magico ne è stato una inattesa, ma non del tutto inimmaginabile conseguenza.

Il giovane però, dal canto suo, di vittimismo e pietismi non vuole proprio sentirne parlare: pur segnato nel fisico dal terribile incidente, è incredibilmente autoironico, brillante, dalla tenacia inscalfibile, e dai racconti di familiari e amici si evince che lo è sempre stato, anche nei momenti più bui, quelli nei quali i medici pronosticavano un futuro da involucro immobile per una vita artificiale e chi lo ama si sforzava di apparire forte senza riuscire a celare occhi bagnati di disperazione e incredulità.

Francesco ha ascoltato diagnosi e prognosi, ma non si è lasciato mai convincere che il suo destino fosse irrimediabilmente segnato: quando chi l’aveva in cura dava quasi per certo che sarebbe rimasto paralizzato dal collo in giù, quando i suoi amici attendevano di vederlo piangere almeno una volta, quando il papà si aggrappava a ogni briciola di coraggio per non scoppiare in lacrime davanti a lui, Francesco sorrideva, sempre, ripetendo “ma non stateli a sentire i medici, cosa ne sanno loro? Tornerò a camminare, fidatevi di me”.

C’è riuscito, sì. Il suo papà gli ha costruito ogni singola attrezzatura per aiutarlo nella riabilitazione, la sua mamma è stata un’ombra discreta al suo fianco, inesauribile fonte di supporto e amore profondissimi. Francesco cammina. Finora con due stampelle, ma è sempre più autonomo. Ormai fa anche le scale da solo. E punta a poter passeggiare quanto prima con una sola amica a fargli da gamba supplementare. Un recupero che ha del miracoloso, a detta dei suoi medici. Un recupero sulla cui rapidità ha influito tantissimo una mente da vero guerriero, di quelli che vincono non solo perché sanno come combattere, ma perché anche quando erano spaventati a morte all’idea di perdere, non hanno mai smesso di ripetersi che avrebbero fatto qualunque cosa in loro potere perché non accadesse. Francesco è così: non se lo permette, di mollare. Nemmeno per un attimo. Suda, combatte, otto ore al giorno e più. Passo dopo passo, conquista dopo conquista, il traguardo una libertà alla quale non ha mai avuto intenzione di rinunciare. Quella che è dignità e che è sacra, più di ogni altra cosa.

Sacra come il pane, canta l’artista scelto per mettere in musica la sua storia: Fabrizio Moro. Il cantautore romano, reduce dalla vittoria al sessantottesimo Festival di Sanremo in coppia con Ermal Meta, ha accettato subito l’invito dell’amico Agliardi e la cosa non sorprende affatto: Fabrizio è sempre stato un artista dalla sensibilità spiccata, profonda, onesta, senza pietismi gratuiti né ipocrisie tattiche. Una sensibilità che l’ha portato e lo porta a raccontare   con una rabbia sporca di vita, appassionata e idealista, pura e caparbia di tutti coloro la cui voce viene schiacciata, mortificata, o strappata via… e che, inevitabilmente, più d’una volta gli ha creato problemi con l’ambiente musicale, per ragioni che hanno molto a che fare con calcoli di convenienza e mancanza di coraggio e molto poco a che fare con l’arte e il suo senso più profondo. Ma tant’è: Moro la sua libertà – anche quella di sbagliare – non se l’è mai fatta portare via.

E perciò la storia di Francesco lo commuove, portandolo a scrivere insieme ad Agliardi Un coraggio da aviatore, pezzo struggente nelle sue strofe che parlano della una normalità routinaria fino alla noia di un giovane che lavora e lavora e lavora, ma sogna spesso di volare e quando lo fa davvero, lascia tutti i suoi vent’anni in una notte, con la gambe senza guida e ormai distrutte lì, ai piedi della finestra di quella camera da letto che i suoi sogni li aveva sempre protetti. Ma, allo stesso modo, un pezzo che nel ritornello si apre come il sorriso disarmante e quasi surreale di Francesco, promettendo che sì, lui salirà le scale con il tempo che ci vuole, perché dopo una esperienza del genere inevitabilmente ogni minuto diventa un attimo speciale, come ogni azione che prima sembrava scontata e adesso richiede non solo fatica, ma anche attenzione. E dedizione. E perciò insegna la gratitudine. Ma se prima, quando anche solo immaginare una nuova “normalità” appariva pura follia, Francesco camminava, e non aveva tempo per andare, adesso che tutto sta cambiando, che il passo è più sicuro, che le braccia sono più forti, che il cuore è più sollevato, Francesco ha ritrovato il tempo per sperare. 

E noi con lui. A sperare che la sua storia, la sua grinta, il suo entusiasmo un po’ incosciente e al contempo scientificamente mirato, come quello di un eroe che non si rende conto di esserlo, finiscano per diventare incoraggiamento e sprone anche per chi non ha avuto in sorte dal destino uno scherzo così crudele, perché imparare a non dare per scontata la nostra fortuna è una lezione il cui valore continua a essere criminalmente sottovalutato.

E a sperare che programmi come questo, che gridano e fanno rumore senza mai alzare la voce, che insegnano con naturalezza e senza un alone di spocchia cosa ci sia dietro   in termini di ispirazione, di creatività, ma anche di impegno quegli abbracci fra note e lettere che tanto amiamo, che ci ricordano che si può sentire e dissentire e capire davvero semplicemente guardandosi negli occhi e ascoltando a mente e cuore aperti senza frapporre barriere di egocentrismo e pregiudizio, non restino gemme brillantissime soffocate tra le rocce invadenti di un palinsesto sempre insopportabilmente uguale a se stesso.

Dimmidite va in onda ogni martedì su RaiUno intorno alle 23:40. Le tre puntate già trasmesse con diversi extra inediti  sono disponibili qui.

Il 14 settembre Niccolò Agliardi pubblicherà Resto, antologia composta dai due cd Ora e Ancora contenenti 25 brani, tra cui 3 canzoni inedite. Due degli inediti sono stati prodotti da Corrado Rustici. Il cofanetto sarà disponibile in streaming, digitale e nella versione deluxe con un kit origami: ogni brano dell’antologia, infatti, sarà rappresentato a un particolare origami pensato appositamente da Niccolò.

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Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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